Dieci anni in più e nemmeno sentirli, perché, come diceva Nicola Piovani, “De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano”. E dieci anni sono tanti, se vissuti in un mondo come il nostro, bastano e avanzano per ergere e distruggere mito dopo mito, almeno quelli effimeri e sterili. Il mito di De André, al contrario, continua a vivere. Non basti: oggi vive più che allora, anzi è maturato con la sua morte. Si è allargata la vista sul suo orizzonte umano, infinito e per questo ancora più interessante. E più il tempo avanza, più le sue radici affondano nel terreno non solo del nostro patrimonio musicale, ma anche di quello culturale.


Bisogna innanzitutto contestualizzare De André in un preciso momento storico, se vogliamo esaltarne l’importanza. Siamo negli anni sessanta – per la precisione, nel ’61 il primo 45 giri, nel ’66 il primo album su 33 giri -, e il concetto di musica è esclusivamente ad uso della borghesia – la stessa cui appartiene lo stesso Fabrizio -. Ovviamente in senso lato la “musica” indicava, allora come oggi, anche i filoni più colti della categoria, come la lirica o quella da camera; ma visto che erano generi ad appannaggio delle classi più alte, in senso stretto la “musica” era limitata alla canzonetta leggera e disimpegnata di cui prima. Finalizzata allo svago, strumento per evadere dalla realtà, insomma. Nulla oltre questo, comunque.
È in questo contesto che irrompe De André – una rivoluzione musicale -, andando a contrapporle delle composizioni molto più impegnate e profonde, proponendo nuove tematiche – prime fra tutte, quelle esistenziali -, nuovi protagonisti – personaggi biblici, suicidi, prostitute, ladri, emarginati, tutti i vinti martoriati dalla storia, a volte, e dalla vita, molto più spesso – e nuovi svolgimenti – se prima le storie si svolgevano all’insegna della felicità, qui conoscono un’inelencabile quantità di nuovi sentimenti, di ogni fattura, tra i quali spiccano sopratutto quelli del dolore, della solitudine e della malinconia.

È riuscito ad inserire la musica tra le arti, e alla musica è riuscito ad abbinare parole significative. L’ha liberata dalla cattività in cui viveva, l’ha presa per mano e le ha insegnato a spiccare il volo.
Da questo punto di vista – cioè, storico – quello di De André è stato un passaggio necessario e inevitabile, perché cantava come scriveva e scriveva come viveva. Un’esperienza pienamente formativa, la sua.

Tutto questo è sufficiente per misurarne la grandezza: se prendiamo per vera l’idea secondo cui, oggi, non ci sono eredi musicali di De André, nonostante l’evidente interesse mostrato dall’intera categoria dei cantautori, allora bisognerà riconoscere come ineguagliabile il risultato raggiunto dal poeta genovese. Se invece, al contrario, si volesse prendere per vera l’esistenza di questi eredi – mi viene da pensare a Max Manfredi o ai Mercanti di liquore -, allora bisognerà riconoscere che è stato capace di lasciare qualcosa impassibile allo scorrere del tempo.
In mera sintesi: molti hanno provato. Se non ci sono riusciti, è perché De André è irrangiugibile; se invece ci sono riusciti, è perché De André vive ancora. In ogni caso, la conclusione è sempre la stessa, visto che se fossero entrambe false, forse oggi scriverei altro.
E invece non è così…

Nessun testamento, eppure un’eredità inestimabile. Prima di morire, solo una preghiera, la sua ultima canzone (Smisurata preghiera, da Anime salve, 1996): la speranza di veder salve tutte le creature che, lungo i suoi quarant’anni di carriera, hanno danzato sulle parole delle sue poesie. Gente comune – forse nemmeno comune, perché fin troppo umile per esserlo – dall’esistenza irrilevante, dai sentimenti veri, da una dignità incorruttibile, vogliosa di un riscatto universale. Un insieme ristretto, ma un’istanza comune a tutta l’umanità.

Ma se è ancora così amato, è perché questa eredità è stata raccolta: come di pubblico dominio, un po’ da tutti. Da chi è cresciuto con le sue canzoni – ricordo ancora il giradischi gracchiante nella casa in cui sono cresciuto -, da chi crescerà i suoi figli con quelle stesse canzoni, da chi ascolta oltre che sentire, da chi lo ha voluto avere come compagno di viaggio; da chi ha sentito cambiare, definitivamente, la propria vita e il proprio vivere il circostante.
Infine, da chi lo ha amato, continua ad amarlo e lo amerà negli anni a venire – ognuno a modo suo -, qualsivoglia melodia dovessero trasmettere le radio.
Insomma, più che un cantante, un marchio a fuoco sulla pelle nuda.

Non potrebbe essere diversamente, permettemelo di dire. Perché certe vite – come lui stesso disse al teatro Brancaccio, vissute “per davvero” – non possono passare inosservate, e quando segnano indelebilmente la nostra esistenza, ed oltre ad essere vite diventano anche e sopratutto parabole di vite, uniche e irripetibili nella loro unicità.

Continueremo a ricordarlo così. Con lo sguardo lontano, il sorriso sornione, la chitarra tutt’uno con il corpo, la voce ruvida, la Malboro perennemente accesa, il fumo intorno ad avvolgerlo, gli occhi grandi e pieni tra la Liguria e il Tirreno.

Ciao Fabrizio, e grazie di tutto.

Fabrizio De André, ritratti: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5

Articoli correlati:

  1. 27 gennaio: il senso della storia
  2. 27 aprile 2009
  3. 26 aprile 2009: 6 mesi di Die Brucke
  4. Vent’anni (1989-2009)
  5. Quel che resta del 2009