Mi sono cancellato da Facebook, ebbene sì. La domanda che banalmente mi pongono è “perché?”, quella che invece vorrei pormi è “perché no?”; alla domanda “perché l’hai fatto proprio adesso?” preferirei invece “perché non l’ho fatto prima d’ora?”.
Parliamo francamente, così che non dia l’impressione di sputare nel piatto dove (per anni, sì) ho mangiato. Partendo da una scelta che è strettamente personale, vorrei fare delle considerazioni di ordine generale.

L’unica peculiarità positiva di Facebook sta nel numero degli iscritti, null’altro. Il mio vuol essere un giudizio da esperto, visto che lavoro nello stesso settore in cui Facebook viene offerto come prodotto.
Facebook non ha nulla più di altri social network, non ha creato il concetto di social network (da quanti anni esisterà My Space?), né a questo concetto ha apportato qualcosa di significativo (contrariamente a quanto vorrebbe il web, che è un processo in continua evoluzione ed espansione); tutto al contrario semmai, Facebook – se analizzato in termini strettamente tecnici – è di gran lunga inferiore ad altri social network meno conosciuti, è nato molto dopo di loro (senza far propria un’esperienza collettiva che potremmo sicuramente descrivere come positiva) e ignorava e ignora tutt’ora molti sviluppi che hanno riguardando generalmente il fenomeno dei social network: vedasi ed esempio il problema della privacy (non ancora risolto, nonostante le promesse e i tanti tentativi mal riusciti), la questione sulla proprietà dei contenuti (tutto quello che “si posta” su Facebook è di proprietà di Facebook, testi, foto o video, mentre il web si sta adoperando da tempo per raggiungere una totale libertà dei contenuti presenti in rete. Almeno per Facebook era così fino a qualche mese fa, non ho poi più seguito gli sviluppi della vicenda, ma credo sia cambiato poco, tant’è che non mi sono potuto cancellare propriamente, mi è solo concesso disattivare temporaneamente il proprio account), il rapporto con gli utenti (non c’è moderazione “umana” ma si ricorre all’uso di bot, non c’è un “servizio clienti” o un servizio analogo) e via dicendo.


Perché allora ha avuto questo sproporzionato successo? Non per merito proprio, ma per una leggerezza di molti giornalisti che ne hanno descritto costantemente i dati di crescita e solo quelli, aumentandone di volta in volta il numero grazie a questa loro pubblicità. Un circolo vizioso.
Immaginate che dieci milioni di italiani comprino una determinata marca di detersivo, mentre gli altri cinquanta siano divisi su cinque altri detersivi: se da oggi e per i prossimi mesi si concentrerà la cronaca giornalistica su quel primo numero, enfatizzandolo e raccontandolo come un dato straordinario nonostante nella sostanza non abbia null’altro più degli altri (né il numero, né il prodotto associato a quel numero) a breve diventerebbero quindici milioni, sulla stessa scia poi venti e così continuando.
Non studio sociologia, ma mi sembra un fenomeno sociologico abbastanza attendibile, con l’aggravante che alcune caratteristiche tipiche del popolo italiano (=un Paese di pecore, tutti inclusi, ho l’umiltà di riconoscermene) rispondono meglio di altre in un simile contesto.

Mentre quelli di prima erano pareri da esperto, quest’ultimo è invece una considerazione personale, più opinabile. Ma vi trovo un facile fondo di verità: di cos’altro si è sempre parlato di Facebook in termini positivi, se non del numero di iscritti? E oggi che il numero di iscritti si è grossomodo arrestato (nel momento in cui tutti quelli che si sarebbero potuti iscrivere si sono poi effettivamente iscritti), si è notato che non si parla più di Facebook in termini positivi, non essendoci null’altro da dire? Quando ci siamo iscritti dopo averne sentito parlare (se ci siamo iscritti per averne sentito parlare), avevamo chiaro cosa fosse esattamente, oppure l’unico dato a nostra disposizione era il numero di iscritti? Se allora qualcuno vi avesse chiesto «perché ti stai iscrivendo a Facebook», avreste trovato un’altra soluzione dal «perché sono iscritti tutti»?
(rifletto sul fatto che mio padre e mia madre, pur non sapendo nemmeno come accendere un pc, e quindi non potendo sapere cosa sia esattamente Facebook, ne conoscono tuttavia il numero iscritti. Strano, non è vero?)

Certamente Facebook ricalca una caratteristica comune al web come fenomeno complessivo: la possibilità di poter mettere in contatto tutti gli abitanti del pianeta. È una caratteristica che Facebook fa propria nel momento in cui è disponibile ai suoi utenti sul web, nel momento in cui nel web va ad occupare un preciso spazio; non è propriamente una caratteristica di Facebook in quanto tale, detto in poche parole.
Questa caratteristica acquista un’importanza esclusiva solo se congiuntamente allo smisurato numero di iscritti: più iscritti, maggiore possibilità di creare quel contatto.
Questo almeno sulla carta. Facebook ha questa grande potenzialità, più di altri siti può realizzare quell’obiettivo.
Qui nasce il mio disappunto. Perché per voler dire qualcosa a tutto il web si dovrebbe presupporre che effettivamente si abbia qualcosa da dire. Non qualsiasi cosa – precisiamolo -, ma qualcosa di intelligente o originale: se siamo tutti, ma proprio tutti a parlare a tutto il web, bisognerà pur evitare di annoiarlo o di essere scontati. E qui nasce un presupposto nel presupposto: bisognerà innanzitutto sapere cos’è il web, quali sono i meccanismi che lo animano, quali le norme che lo regolamentano; quanto meno avere uno straccio d’idea su un fenomeno molto esteso e così profondamente complesso.

Queste condizioni sono irrealizzabili nel momento in cui si arriva su Facebook per via della pubblicità di giornali e televisioni circa il suo numero di iscritti ed esclusivamente quello. Se l’utente medio di Facebook fino a qualche mese prima utilizzava al massimo la posta elettrica e un word processor, allora non posso dirmi stupido nel momento in cui scopro che non ha capito a cosa serva Facebook e come lo si usi, più generalmente non ha capito cos’è il web e come lo si usi.
Così Facebook da strumento di comunicazione diventa condizione sociale. Peggio diventa oggetto di moda – e dico “peggio” perché così facendo sono i suoi stessi utenti ad assegnargli, volenti o nolenti che siano, una data di scadenza, così come per tutte le mode. Giacché iscritti e presto resisi conto che nulla aggiunge alla loro vita nell’unica maniera in cui sanno utilizzarlo, presto dovranno abbandonarlo.

Non avendo nulla di intelligente e originale da dire, come ho accennato precedentemente, Facebook viene utilizzato per giochini (guardate che ci sono interi siti dedicati, eh…), gruppi senza ragion d’essere, applicazioni inutili; altrimenti diventa eco del proprio narcisismo, del proprio egocentrismo, degli aspetti più banali del nostro vivere quotidiano: «oggi vado in piscina», «mi sono comprata un nuovo paio di scarpe, quanto sono belle!», «uff, mi annoio».
È chiaro che – come dicevo prima – non si ha uno straccio d’idea su cosa sia il web, giacché altrimenti ci si renderebbe conto che lo stesso web già numerosi anni fa ha trovato un nome a tutto questo: “spam” (cos’è lo spam?), per i più intimi “spazzatura”.
E in fin dei conti si raggiungerà il risultato contrario a quello sperato: si creerà inevitabilmente una condizione di isolamento, giacché a nessuno possono interessare le informazioni del genere di cui sopra; smettendo i propri panni (provate a farlo) si può arrivare a rendersi conto che vale innanzitutto per se stessi, quindi proprio per tutti.

Generalmente a queste riflessioni l’utente medio replica sempre con la stessa risposta: ognuno usa Facebook come pare. Un’affermazione che ormai è utilizzata per giustificare l’uso improprio di qualsiasi oggetto, tant’è che anche io replico a mio volta sempre con la stessa risposta: se è per questo, nulla vieta di usare una caffettiera per lavarsi i denti, tuttavia non sta a significare che quello sia l’uso legittimo o razionale della caffettiera. Suppongo che chi l’ha inventata avesse ben altre idee.
Diverse persone mi hanno invitato a continuare a utilizzare Facebook (colgo l’occasione per ringraziarle della premura) come ho sempre fatto, per segnalare articoli, per invitarli alla lettura dei miei, per proporre spunti di riflessione o di discussione, senza curarmi del rumore di fondo. Ma ci rendiamo conto che è come se si facesse lo stesso in un bar gremito o nella piazza di un mercato?