Iniziano a farsi serie le pressioni sulla Grecia (articolo de Il sole 24 ore): entro il 19 maggio ha da rimborsare 9 miliardi di euro di debito pubblico e non riesce a stare più al passo con i pagamenti.
Fatto ancora più grave, non riesce più a soddisfare gli investitori sui mercati dei titoli di Stato, e quindi in pratica non ha più l’ossigeno per respirare.
La Ue, insolitamente, non riesce a parlare con una voce unica. Ovviamente il tono è ironico: mai che su una questione ci sia una larga e coerente intesa; infatti, come sempre, la Germania fa la voce grossa e fa in modo che tutti le si accodino diligentemente. Il problema è che la Germania non è avvezza al ruolo di leader inclusivo: pretende, in nome del suo rigore storico in materia fiscale, che gli Stati siano tutti attenti al bilancio e non si debba arrivare a situazioni di questo tipo. Soprattutto, si dimostra sempre restia ad aiutare chi è in difficoltà, per ovvie questioni di free riding che si possono creare: in soldoni, se la Germania aiuta una volta chi è in difficoltà, le prossime volte altri potranno sentirsi autorizzati a fare politiche lascive sapendo di poter contare su aiuti esterni. Alla fine almeno si è trovato un accordo per un piano di aiuti.
Il Pil greco incide in maniera marginale su quello dell’Unione europea ed un eventuale fallimento non comporterebbe seri rischi a livello globale – è sicuramente il caso di dirlo. Il problema è però quello della credibilità: questa sarebbe la prima vera crisi interna ad un paese dell’Ue ed una fine di questo genere incrinerebbe in maniera seria lo status dell’Unione.
Non è dei risvolti politici però che mi interessa parlare, bensì di quelli economici. Dopo la fase acuta della crisi, gli stati mondiali hanno agito quasi tutti in direzione di politiche fiscali espansive, volte ad aumentare la quota di spesa pubblica sul Pil, in modo da compensare la caduta della domanda di consumi ed investimenti privata.
In Europa, in particolare, queste politiche sono state portate avanti in maniera decisa, anche se non a livello per esempio di Cina e Usa; questo però ha portato diverse nazioni, che già erano in una situazione piuttosto squilibrata, ad accrescere fortemente la quota di debito in rapporto al Pil (grafico esplicativo).
I famosi Pigs o Piigs, ossia Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, altro non sono che Paesi che hanno un altissimo rapporto debito/Pil o comunque una situazione molto grave a livello economico per cui potrebbero peggiorare molto in tempi molto brevi; tra i primi troviamo Italia e Grecia, tra i secondi Spagna e Portogallo.
Ora come ora li troviamo in una sorta di linea di confine, e ad ogni minimo cambiamento in negativo dell’outlook complessivo rischiano di finire nel baratro. Oggi è facile pensare che la situazione sia circoscritta alla Grecia, ma così non è: i Piigs sono tutti a forte rischio e non è escluso che altri Stati possano sommarsi al bel gruppetto già citato.
È il problema che si crea quando si è in mano alle valutazioni delle agenzie di rating, che decidono quanto è affidabile un titolo, ivi compresi i titoli di Stato.
Quando la situazione di un Paese peggiora a livello economico, a volte anche solo potenzialmente, le agenzie tagliano il rating innescando un circolo vizioso che porta in alto gli spread sui titoli meno rischiosi a livelli altissimi e rende perciò costoso finanziare il debito corrente e quello a lunga scadenza: esattamente ciò che sta succedendo ad una Grecia già di per sé sull’orlo del fallimento.
Nel medio periodo il pericolo principale per l’Ue è questo: che le agenzie inizino a declassare anche altri stati, così come è appena accaduto per il Portogallo, che è il candidato principale ad obiettivo degli speculatori finanziari sui mercati dei titoli.
Non vi è infatti limite alla reazione a catena che può essere realizzata, in quanto una dopo l’altra tutte le potenziali vittime possono essere messe sotto assedio e generare così una crisi ancora peggiore di quella attuale; crisi che questa volta potrebbe portare al fallimento dei governi e non solo peggiorare drasticamente le economie, come quella che abbiamo avuto fino ad oggi.
Stefano Di Bucchianico
