Il capo si lamenta. È in un teatro della capitale, il Quirino. Si sa, i lavoratori borghesi per svagarsi vanno a teatro. È un'usanza dei cummenda milanesi. Si va in teatro per gustarsi la commedia - anzi, la rivista - e, al contempo, pianificare nuove mosse. Il milanese non può stare un attimo fermo, perfino i romani Vanzina l'han capito. Il cummenda Guido Nicheli esultava sconfortato alla fine delle Vacanze di Natale: "anche questo Natale ce lo siamo tolti dalle palle". Il milanese in terra straniera - specie se romana, la sfaticata e assopita Roma - ha sempre l'impressione di sciupare tempo prezioso. E se la sua azione non coniuga l'interesse privato al presunto benessere collettivo, non sta bene.


Il povero Silvio è un milanese della razza più nobilmente stracciona. Non esattamente un arricchito, ma uno che ha arricchito se stesso partendo da una base abbastanza agiata. Non è l'incarnazione di quell'american dream che potrebbe essere, che so, il solito Obama, bensì la personificazione del miracolo italiano: non tutti possono farcela (così come in America), solo coloro che ci credono (e possono). Silvio è l'uomo che ha saputo meglio sfruttare a suo favore il boom. Ormai non ci si chiede nemmeno più da dove provengano tutti quei soldi. Ci accontentiamo sconfortati dell'ipotesi morettina: la valigia piena di quattrini che casca dal soffitto. Perché un altro successo dell'eterno vincitore è stato quello di distogliere l'attenzione su come sia arrivato ad essere Silvio Berlusconi: in questo tempo malato di seconde repubbliche delle banane, ci siamo troppo distratti nel cercare di capire cosa faceva e perché faceva, dimenticandoci chi faceva. È vero, sì, che ogni azione del Berlusca non si alienava dal protagonista, ma è anche vero che siamo talmente andati in overdose berlusconiana che ci siamo rifiutati di analizzare ancora una volta l'ascesa del mito di Berlusconi. E la storia dei soldi, ovviamente, di conseguenza.


Ebbene, Silvio è disperato. Pover'uomo. Gli fa schifo il lavoro che fa. Si lamenta di avere poco tempo libero. Non può praticare un hobby, piccolo pocio. Non si diverte più, ormai lavora per senso di responsabilità. Che poi, Silvio è la dimostrazione vivente che l'età pensionabile è prolungabile all'infinito, o almeno fino a settantacinque anni. Perché lui sì e l'operaio di Mirafiori no? Non era la sinistra a rivendicare l'equità sociale? Allora ha ragione Silvio: questa sinistra è indecente.


La notizia è questa: il potere logora chi ce l'ha. E così mi casca anche l'ultimo mito, il divo Giulio. Oddio, forse Giulio va al di là del mito, lui trascende, forse anche più del pagano Silvio. Però il dubbio c'è: se è vero che Berlusconi è logorato fisicamente e moralmente dal proprio potere, allora venne meno la frase storica del divo. Dovrebbe essere il dromeDario Franceschini ad essere logorato. Eppure il segreDario è così pimpante, fa battute, addita Silvio come "tecnicamente clerico-fascista" - e guardate che quel "tecnicamente" incute davvero paura -. Peggio di lui lo sfiammato alla ricerca di un fiammifero di salvataggio, Gianfranco Fini, che di potere ne ha ben poco - lo scranno della presidenza della camera è quanto di più soffocante possa esserci per un leader così fortemente politico come lui -, per non parlare dei vari Bertinotti che si annidano nella foresta.


No, il logorato è lui. A lui fa schifo. È un uomo del popolo, non un uomo di potere. E al popolo il potere fa schifo, qualunque esso sia. Il potente no. Il potente suscita rispetto (altrimenti vent'anni neri non si capiscono, così come i tre lustri silvioberlusconiani), vive sotto la campana vitrea del mito. Silvio è un potere mascherato da potente. Di potente, se andiamo a vedere bene, attualmente ha poco. Le sue aziende sono formalmente nelle mani dei suoi figli e dei suoi fedelissimi. Il governo è praticamente gestito dall'illuminato Giulio Tremonti, che ha stretto un severissimo patto di alleanza con la Lega. Il Milan è roba di Galliani. Silvio conosce talmente bene la comunicazione al punto tale da togliersi ufficialmente ogni potere per spacciarsi come potente.


A Silvio non fa schifo governare, non lo fa per responsabilità. Lo fa perché sa che il governare implica il bagno di folla. Lui governa grazie al popolo, e quindi si sottomette al volere di esso - o, almeno, lo fa credere -. Una sua deputata, tal Michela Biancofiore dell'autonomo Alto Adige, ha affermato con candore che Silvio non fa nulla: è il popolo ad identificarsi con egli. Perché Silvio è lo spirito del popolo - quello "spirto guerrier ch'entro mi rugge"? - che si incarna non solo nell'opera dell'uomo, ma anche nell'azione governativa (quel governare che da tanto schifo al cummenda Silvio, troppo abituato a lavorare come gli imprenditori milanesi più che alla maniera di un governatore) e nel verbo del pastore.
Semplicemente, a Silvio - che non rimembra ancor "quest'ermo colle", poiché il suo sguardo è troppo interessato a quel Colle ora occupato da Giorgio Napolitano - non interessa governare, se si intende il governare nell'ottica, che so, di un Locke. A lui interessa essere spirito, mito. E, si sa, i miti disprezzano le cose terrene. Certo, Zeus, gran sporcaccione qual era, se la spassava con i beni terreni (donne in primis). Ma poi Era, che portava i pantaloni già prima della rivoluzione femminista, lo rimetteva sull'attenti e lo riportava a casa riprendendolo dalle orecchie.


A proposito, un appello alla nostra Giunone: Veronica, ma se tuo marito è così disperato, perché non organizzate una bella vacanza, magari sull'Olimpo? Sai, mentre tuo marito si lamenta, la crisi impera, in Grecia sta succedendo qualcosa di pericoloso. Andate nella terra del mito, forse Silvio apprenderà qualcosa. E capirà che governare non fa schifo: semplicemente è difficile, impegnativo, duro. E lui, per ora, non ne è in grado.


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