Prendo i miei spunti da alcuni interventi di Joseph Stiglitz (premio Nobel per l'economia nel 2002) su riviste specializzate e da una lettura della legge Biagi (meglio conosciuta come legge 30) per fornire una breve analisi dalla situazione del precariato in Italia. Queste sono considerazioni personali nate dopo queste letture - ovviamente è un'interpretazione dell'argomento.

 

È fondamentale innanzitutto capire che una delle opportunità più importanti nel corso della nostra vita è quella di trovare un lavoro. Le politiche volte all'aumento della flessibilità del lavoro hanno portato ad una riduzione dei salari e a una minore sicurezza dell'impiego, quando invece dovevano portare ad una diminuzione del tasso di disoccupazione e a una crescita più alta dell'economia generale. Queste riforme hanno invece prodotto conseguenze negative sull'andamento dell'economia stessa, data una minore crescita di beni e visti i livelli di reddito più bassi, la perdita del potere di acquisto delle famiglie e la maggiore incertezza economica del lavoratore.

In Italia la legge Biagi ha incrementato il fenomeno del precariato. La legge è stata approvata in nome di una maggiore flessibilità per le imprese e di una maggiore possibilità di impiego per i più giovani.

 

Tuttavia queste riforme che comportano un aumento dell'insicurezza dei lavoratori dovrebbero essere accompagnate da un'adeguata politica di protezione sociale. Senza questa, la flessibilità finisce col tradursi in precarietà. Bisognerebbe intervenire con misure a favore dell'istruzione e della ricerca, oltre che con azioni atte a facilitare la mobilità dei lavoratori. "Mobilità" che viene troppo spesso confusa con "precarietà". Ma mentre la mobilità consente al lavoratore di investire su una professione o comunque di costruire una propria carriera (pur spostandosi da un settore all'altro, sia all'interno di uno stesso ente, sia da azienda a azienda) accrescendo così il proprio valore professionale senza perdere i benefici maturati, il precariato - al contrario - è costituito da una serie di contratti a termine che non cumulano (nel tempo) vantaggi economici o professionali, perché non consentono al lavoratore di progredire nel proprio cammino professionale.

Infatti, la scelta autonoma del lavoratore di occupare un posto dove rende di più è un vantaggio anche per il datore di lavoro: quest'ultimo può assumere un'altra persona in attesa di impiego, ed aumentare così anche la produttività dell'azienda.
Nel caso in cui il lavoratore abbia a disposizione contratti a tempo determinato, con la flessibilità potrebbe maturare esperienze diverse in seno ad altre aziende, mantenendo forte - al contempo - il proprio potere contrattuale e potendo così imporre al datore di lavoro sostanziali modifiche al contratto, tali da tutelare meglio i propri diritti e benefici.

In questo senso il precario non solo manca di stabilità nella propria carriera professionale, non garantendo un reddito adeguato che permetta al lavoratore di pianificare la propria vita (presente e futura), ma è anche di danno al mercato del lavoro, visto che il lavoratore non vi partecipa in maniera costante.

Il precario, secondo l'ordinamento italiano, può essere assunto dal datore di lavoro se ci sono motivazioni di carattere tecnico (ad esempio, per assumere a termine personale con professionalità diversa da quella normalmente impiegata in azienda), produttivo e organizzativo (picchi di produzione) o sostitutivo (sostituzione di lavoratori assenti). Il suo contratto può essere rinnovato a pura discrezione del datore di lavoro, e può essere licenziato senza preavviso. Inoltre, le sue esperienze lavorative precedenti non acquistano nessun valore, non essendo mai considerate dal mondo del lavoro.
Dal punto di vista personale, invece, l'instabilità del precario appare evidente quando questo si rivolge ad un istituto bancario per un prestito o un mutuo, dovendo fornire garanzie economiche adeguate. Si ritrova spesso single, dato che la prospettiva di una famiglia non esiste: essendo libero da legami famigliari, il precario è infatti più appetibile sul mercato. Questo meccanismo comporta anche una discriminazione delle donne, in quanto rappresenterebbero un costo maggiore per il datore di lavoro se si considerano i benefici per la maternità.
Il precario, quindi, non si trova nella condizione né di pianificare la propria carriera professionale, né di pensare ad un'eventuale vita coniugale.

 

Questo meccanismo, che doveva inserire i giovani nel mondo del lavoro, ha incastrato anche lavoratori dai quarant'anni in su che, con le loro famiglie, per non morire di fame, hanno dovuto adattarsi. La legislazione non protegge né tutela questa categoria, poiché non dovrebbe prevedere che la flessibilità del lavoro si accompagni a salari più bassi.

Paradossalmente, la probabilità di licenziamento è maggiore, mentre i salari sono minori: dovrebbe piuttosto essere l'opposto, secondo un criterio abbastanza logico che dovrebbe prevedere salari più alti per i lavoratori più a rischio (a livello contrattuale). Una sorta di "assicurazione", nel caso in cui il rapporto contrattuale si esaurisca prima del tempo o non venga rinnovato.

 

In Italia un precario ha una probabilità di essere licenziato nove volte maggiore di un lavoratore regolare, e una probabilità di trovare un nuovo impiego, dopo la fine del contratto, cinque volte minore. Non si può ignorare, in questo contesto, che quasi il 40% dei lavoratori precari è laureato.

L'istruzione di un giovane è una spesa non solo per la famiglia del giovane (istruzione possibile qualora la famiglia sia in grado di provvedere economicamente, e laddove lo Stato sia presente con strutture adeguate a tutti i livelli), ma anche per il Paese, che deve ovviamente sostenere il peso di milioni di persone che non riescono a trovare lavoro o comunque una qualsiasi sorta di sostentamento economico.

 

Per queste evidenti difficoltà poste proprio dallo stesso legislatore - che dovrebbe invece aiutare le fasce più deboli sul mercato del lavoro -, il cittadino disoccupato si riduce a lavorare in call-center (dove viene sistematicamente sfruttato e pagato in nero nell'82% dei casi) o in altri posti di ripiego (fast-food e simili), in mancanza di strutture e aiuti da parte dello Stato che possano contribuire a sistemare la propria posizione economica e a far sì che possa proseguire autonomamente la propria carriera.


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