Nella quasi totale indifferenza dei media italiani, mercoledì scorso il Primo ministro ceco, Mirek Topolanek, ha dovuto spiegare al Parlamento europeo riunito a Strasburgo perché il semestre ceco di presidenza dell’Unione Europea non avrebbe risentito del government collapse dell’esecutivo di Praga, avvenuto pochi giorni prima.
Al di là delle ovvie considerazioni sull’assurdità dell’attuale impianto istituzionale europeo, che prevede una semestrale rotazione della presidenza dell’Unione (sistema che sarà riformato dal Trattato di Lisbona, se mai entrerà in vigore), bisogna entrare nel merito dei gravi problemi che un tale avvenimento ha prodotto e continuerà a produrre.
Un governo sfiduciato in patria, retto da un leader di partito con tendenze non europeiste, per giunta "politicamente morto" e senza alcuna credibilità internazionale, dovrà parlare in questi mesi tormentati anche per conto di Germania, Francia e Regno Unito, per citare solo i principali paesi dell'Europa a 27. Tutto questo è paradossale.
Scrivere di crisi della leadership europea, come si è fatto negli Stati Uniti, è in tal senso profondamente fuori luogo. Innanzitutto perché Topolanek è tutto fuorché il leader dell’Unione Europea, vantando, tra le altre, le illustri antipatie di Sarkozy, Merkel e Brown, ma anche perché di leadership europea è sempre difficile e pericoloso parlare. Non per niente gli americani sono da decenni alla disperata ricerca del "numero di telefono dell’Europa": stanno cioè cercando di capire, tra i meandri della burocrazia e della contorta politica comunitaria, se è il Consiglio dei ministri dell’Unione Europea, la Commissione, l’Alto rappresentante per la politica estera, o chissà quale altro funzionario dal titolo altisonante, a parlare per conto di tutti.
Sarebbe il caso di ratificare "Lisbona" e farla finita una buona volta.
Dicevamo di Topolanek e di Strasburgo: assodata la sua sostanziale impotenza politica in patria e ancor peggio in Europa, il signor Mirek ha deciso bene di attaccare frontalmente il varo del piano americano di stimolo per l’economia e di risanamento della finanza di Geithner e Obama, avvenuto a inizio settimana. "A way to hell", l’ha simpaticamente etichettato tra lo stupore degli europarlamentari; una strada per l’inferno che - cito testualmente - "minerà la stabilità del mercato finanziario globale".
Parole gravi di per sé, ma anche drammaticamente inopportune, visto il momento e la personale situazione politica del Primo ministro ceco. L’imbarazzo in Europa ha prodotto le immediate prese di distanza dei principali paesi membri, ma ormai il messaggio, esageratamente ostile, è arrivato a Washington.
Una figuraccia intempestiva, insomma, visto che Barack Obama si recherà in visita a Praga tra due settimane, esponendo le ragioni americane all’Europa dell’est. Si sa che Unione Europea e Stati Uniti hanno due visioni differenti sulle prossime mosse per uscire dalla recessione economica: gli europei sostengono di aver fatto abbastanza in termini di investimento di denaro pubblico, e chiedono che si inizi la fase della regolamentazione del mercato finanziario; gli americani, pur convinti della necessità di scrivere nuove regole comuni, continuano a richiedere maggiori sforzi finanziari agli alleati. Al G20 di Londra, programmato per il 2 aprile, si presenteranno divise, Europa e America, senza sapere con quali pretese o proposte i cinesi si siederanno al tavolo delle trattative.
In mezzo a tutto questo, l’uscita di Topolanek non può che aumentare divisioni e incomprensioni, indebolendo il fronte dell’occidente e rischiando di compromettere i prossimi fondamentali meeting internazionali.
In gioco c’è molto. Sia stato un tentativo di prendersi il centro della scena, di imporsi in patria come politico insostituibile o peggio ancora una semplice gaffe diplomatica, il discorso del Presidente Topolanek è destinato ad avere effetti sui prossimi passaggi della politica estera e dei rapporti nordatlantici. Anche perché, fanno notare da Bruxelles, il piano-stimolo di Obama è stato accolto con freddezza nelle cancellerie europee e con diffidenza da Pechino, timorosa per il valore dei propri pesanti investimenti nel debito pubblico americano.
Senza dimenticare che, al di là della forma, la posizione della presidenza ceca non è poi così lontana da quella di Angela Merkel, e che in Europa, ma non solo, la Cancelliera ha molto più peso e autorevolezza di Mirek Topolanek.


