Aggredire la crisi: è il momento di liberalizzare
Scritto da Giuseppe Del Matto Sabato 24 Gennaio 2009 20:07
Bankitalia, pochi giorni fa, ha pubblicato il proprio bollettino sull'andamento dell'economia italiana nel 2009: il dato fondamentale è quello relativo al Pil, che si prevede in calo del 2% (determinato in buona parte dal crollo della produzione industriale).
Chiaramente è difficile, come sottolinea il ministro dell'economia Giulio Tremonti, elaborare stime e congetture economiche in un contesto di tale incertezza. Il dato è però indicativo e significativo, visto che è confermato globalmente dall'arretramento degli altri paesi europei, degli Usa e del forte rallentamento delle tigri asiatiche.
Si è discusso molto sulla necessità di accrescere di punto Pil l'intervento del governo in termini di spesa pubblica, per rilanciare l'economia italiana sostenendo la domanda in forte calo. L'opposizione chiede di stanziare una somma pari a circa 15 miliardi di euro, da investire in infrastrutture, aiuti al settore automobilistico, e maggiore sostegno a famiglie e imprese.
Tremonti risponde che l'attuale debito italiano (il terzo del mondo) non ci consente ulteriori interventi se non di concerto con l'Europa, convinto che gonfiare la domanda, facendo ulteriore debito, possa essere dannoso.
La posizione del ministro mi sembra ragionevole, considerando la difficoltà crescente nel reperire risorse nel medio periodo, a fronte dell'inasprimento dello spread tra Btp a 10 anni e bund (ndr, i bot tedeschi) di eguale scadenza. Ciò significa che il rischio default che i mercati ci attribuiscono è notevolmente più alto rispetto alla solida Germania.
C'è anche da dire che entrambi gli schieramenti non sono immuni da colpe: da un lato la vicenda Alitalia ha condotto a oneri aggiuntivi per lo Stato italiano pari a circa tre miliardi; dall'altro, la controriforma delle pensioni, voluta fortemente dalla sinistra radicale e dalla Cgil, ha portato ad un atroce incremento della spesa di circa dieci miliardi di euro. La differenza è che almeno Alitalia è stata finalmente privatizzata, mentre sulle pensioni si dovrà intervenire per l'ennesima volta, come emerge dalle dichiarazioni di questi giorni.
Detto questo, mi sembra sorprendente che ad oggi non si parli di liberalizzazioni. L'occasione della crisi, come direbbe il professor Giavazzi, deve essere colta al volo. Bene sostenere con social card e bonus famiglia le fasce più deboli, ed aiutarle ad uscire dalla soglia di povertà; ora, però, servono misure strutturali che cambino il volto del nostro sistema economico.
Uno degli aspetti positivi delle crisi è la coesione sociale che spesso ne viene fuori, la maggiore responsabilità che deve o dovrebbe investire i principali attori della scena politica.
Cerchiamo però di analizzare nel dettaglio cosa significhi liberalizzare. Secondo la scienza economica, si ha un mercato liberalizzato quando è presente una perfetta concorrenza. Nel concreto, c'è concorrenza perfetta nel momento in cui non ci sono barriere in entrata e in uscita che limitino la presenza di attori economici in quel mercato. Un mercato non liberalizzato può essere tale o per la presenza di una figura in posizione di monopolio (nella maggior parte dei casi, lo Stato) o perché ci sono barriere in entrata. Dunque, possiamo concludere che liberalizzare significa abbattere un monopolio o rimuovere barriere che limitano un particolare mercato.
Quali sono i vantaggi di un'azione di questo tipo? Semplice:
- aprendo un settore alla concorrenza si amplia l'offerta, si incrementano la qualità e si abbassano i prezzi, generando maggiore competitività. Lo sviluppo è soprattutto in favore dei consumatori;
- si garantiscono maggiori opportunità.
Da un punto di vista teorico, la rimozione di barriere all'ingresso consente a chiunque di mettersi in gioco. Ciascuno di noi deve avere un'opportunità. Un sistema economico è tanto più efficiente quanto meno afflitto da lobby. Pensiamo alle professioni: emblematico è il caso delle due epocali caste del nostro sistema: farmacisti e notai. Il fascino del liberalizzare è che, in estrema sintesi, non contrasta l'economia sociale di mercato, ma la completa. È giusto, da un punto di vista sociale, che solo il figlio di un farmacista o di un miliardario possa essere titolare di una farmacia?
Il risvolto sociale di una liberalizzazione in questo campo sarebbe eccezionale. Occorrerebbe condurre una politica economica liberalizzatrice su due fronti: da un lato, agire sulle professioni; dall'altro, su settori strategici della nostra economia. Ne scaturirebbero concreti benefici nel breve, nel medio e nel lungo periodo.
Innanzitutto sarebbero misure a costo zero per lo stato italiano e per il contribuente, e nell'immediato comporterebbero un incremento dell'occupazione per la rimozione di barriere, sia per quanto attiene le professioni, sia per i settori del nostro sistema economico.
Consultando un manuale di microeconomia, ci accorgiamo che un mercato concorrenziale, rispetto ad un mercato monopolistico, è caratterizzato da una quantità prodotta maggiore e da prezzi minori, a vantaggio dei consumatori, come conseguenza della maggiore concorrenza. E nel lungo periodo avremo l'accrescimento dell'efficienza dei settori liberalizzati, con l'uscita dal mercato di chi produce in modo inefficiente ad appannaggio di chi è più produttivo e riesce a stare sul mercato.
L'ex ministro dello sviluppo economico, Pierluigi Bersani, ha il merito di aver intrapreso un cammino difficile, poi interrotto dai veti di una parte della coalizione, ma soprattutto dalla esigua maggioranza di cui godeva il governo al quale apparteneva. Una politica di liberalizzazioni deve essere decisa e coraggiosa, deve mirare al cuore delle lobby, combatterle e scardinarle. Tutto ciò presuppone una maggioranza coesa, che abbia i numeri in parlamento per evitare che al primo ostacolo il giocattolo si rompa.
La mia proposta è di riprendere la liberalizzazione delle professioni iniziata da Bersani, partendo da quelle categorie maggiormente protette e potenti quali farmacisti e notai. Un'azione di questo tipo deve riguardare anche gli ordini professionali per cancellare la posizione monopolistica attuale, e per favorire lo sviluppo di associazioni di categoria di ogni genere.
Pensiamo, ad esempio, agli avvocati o agli ingegneri: se essi potessero scegliere tra diversi ordini di categoria ai quali iscriversi, ci sarebbe più concorrenza anche tra le associazioni stesse, con dei vantaggi concreti per gli stessi professionisti relativamente alle quote associative pagate e agli altri oneri gravanti su essi. Di contro, le associazioni in gara, le une con le altre, potrebbero anche valutare le capacità dei propri iscritti, puntando sulla loro qualità per ottenere maggior prestigio, con ulteriori benefici per il cittadino che si rivolge a tali professionisti.
Per quel che concerne le restanti liberalizzazioni, penso a settori fondamentali quali: trasporti, servizi pubblici locali, elettricità, gas e - perché no? - anche alle telecomunicazioni. Un primo passo sarebbe completare la privatizzazione di imprese pubbliche operanti in tali campi; un secondo sarebbe rimuovere le eventuali norme emesse in ambito locale (da comuni e province) che proteggano soggetti ad essi vicini, perpetuando un sistema bloccato fatto di rendite e clientelismo.
Inutile dire che i primi beneficiari, in questo caso, saremmo noi consumatori, che a fronte di migliori servizi pagheremmo bollette meno care (per un'informazione più completa e più soddisfacente da un punto di vista tecnico, rimando al sito dell'istituto Leoni).
Occupazione, efficienza e prezzi più bassi per i consumatori sono perseguibili solo attraverso interventi volti a liberare la nostra economia. È questa la vera risposta ad una crisi che avanza a passi decisi, per tornare a crescere ed uscire dalla stagnazione ventennale che attanaglia il sistema economico italiano, e per favorire la ripresa con un volto rinnovato e radicalmente diverso.


