Da qui a due settimane (6 e 7 giugno) avremo il nuovo scontro fra titani (?), questa volta per la conquista dell'Europa. Partendo dal presupposto che queste elezioni sortiranno ben pochi effetti in Europa - visto come il Parlamento Europeo si barcamena alla ricerca di una qualche posizione influente sulle politiche del vecchio continente -, è altrettanto difficile che dagli esiti vedremo mutare i rapporti di forza all'interno del paese, dato che verosimilmente non si avranno grosse sorprese e che daremo all'esterno un mero riflesso della situazione attuale.Ormai è sotto gli occhi di tutti la totale immunità - non quella del Lodo Alfano, s'intende - di cui gode il nostro Premier nei patri confini: né le inefficienze degli aiuti statali ai terremotati (aiuti ridotti a circa un quarto nel giro di nemmeno due mesi, a dispetto dei proclami, anche quelli - a pensar male - come al solito dai risvolti elettorali), né lo scandalo su Noemi Letizia - scandalo? A sentire i principali media "complotto" -, né la vallettopoli - o come direbbe Guzzanti padre, "la mignottocrazia" -, ormai imperante nel partito, scalfiscono minimamente la popolarità del Silvio nazionale.
Passate le fastose celebrazioni di nascita e battesimo del PdL, abbiamo infatti una macchina da guerra pronta a sferrare l'ennesimo colpo, forse quello decisivo, al Pd, più grandicello d'età, ma a ben vedere non svezzato ancora a dovere.
Probabile, quindi, che assisteremo all'ennesima Walterloo del Partito Democratico, nel quale parrebbe endemica la mancanza di quella scintilla vitale che gli possa far compiere un balzo, un ruggito da leone; anzi, non così remoto è lo scenario di un canto del cigno, anche piuttosto silente.
Difficile, onestamente, chiedere di più a Dario Franceschini, il quale dall'alto della carica prestigiosa di vice-disastro, si è accollato il peso di un pugile suonato da rinsavire giusto in tempo per queste europee, dalle quali non credo si possa chiedere di più che una nuova resa. Con la prospettiva, questa volta, di subirne una quantomeno dignitosa, e non i "cappotti" presi in Abruzzo, e ancor di più in Sardegna - non torniamo indietro a un anno fa.
A ben vedere, Franceschini ha cercato di pizzicare voti qua e là, probabilmente senza la dovuta presa di direzione che ancora il Pd attende. Ma questa, si spera, verrà finalmente presa a ottobre, in occasione del Congresso, ovviamente se D'Alema, Bersani, Rutelli e company permetteranno.
Certo è che un'eventuale batosta si configurerebbe come una potenziale e totale deflagrazione del partito, dalla quale sarebbe difficile tornare indietro.
Sul fronte nordista, a fianco del Popolo della Libertà troviamo poi una Lega Nord che, a dispetto di un preteso genoma anti-europeista (che non si è fatto mancare un inchino unanime tra le sue fila al trattato di Lisbona), punta più che mai a succhiare ulteriormente voti alle frange insoddisfatte anche su questo terreno. Il tutto in vista della data - quella sì davvero cruciale - del referendum nazionale, che potrebbe decretarne un ridimensionamento brutale. Diviene in questo senso molto importante consolidare la propria posizione a tutti i livelli, per poi incrociare le dita e sperare che il famigerato quorum non venga raggiunto; in generale, non vedo una grande aspirazione della Lega ai posti europei ma, in questi periodi (Pd docet), tutto fa brodo.
Tornando a sinistra troviamo l'ennesimo bricolage made in Italy, per quelli che ormai paiono più dei bambocci intenti a stabilire chi disegna meglio una falce incrociata ad un martello, che non a salvare il salvabile lì all'estrema (?) sinistra: il neonato Sinistra e Libertà sa tanto di Sinistra Arcobaleno, ossia di quei due tre mini (ormai "mini" davvero) partiti che si contendono gli ultimi voti rimasti in quelle zone.
Nichi Vendola ci prova, vediamo cosa ne uscirà; intanto Paolo Ferrero si dissocia in nome del vero comunismo e Oliviero Diliberto fa capolino ogni tanto. Uno spettacolino che ormai va avanti da anni, come al solito all'ombra di un ormai lontano, grande Pci.
Se il tema riguarda i partiti che vivono all'ombra del passato, come non parlare dell'Unione di Centro del belloccio Pierferdinando Casini? Il quale, tanto per non smentirsi, ha scelto un Savoia come pezzo forte della sua truppa. Scelta che sa molto di nostalgico, ma che a ben vedere non è molto più che puro effetto speciale.
Anche per lui, comunque, parliamo di un'onorevole sconfitta, per un partito che avrebbe come aspirazione quella di essere una terza via italiana, ma che a conti fatti si rivela una "velina" che gioca a fare il partito tutto d'un pezzo, sebbene mantenga tra le fila caterve di soggetti condannati e imputati.
L'Italia dei Valori, sulla falsariga della Lega, prova a consolidare il ruolo di compagno scomodo del Pd a sinistra, ma la mossa di Antonio Di Pietro di candidarsi in prima persona sulla scia di ciò che si è sentito anche per la destra, rivela una difficoltà strutturale di un partito nato e cresciuto sotto un'egemonia personalistica talmente accentuata da divenire inscindibile tra immagine di partito e leader; da qui il pensiero che la mossa sia stata fatta solo per tenere sulla cresta dell'onda una formazione che altrimenti risentirebbe troppo dell'assenza del suo santo protettore in sede europea - fermo restando il bruttissimo gesto che, come sottolineato da Franceschini, non sembra un bel segnale di rispetto verso gli elettori.
Infine, assistiamo in questi giorni alla ascesa nei palinsesti del duo di Emma Bonino e Marco Pannella, ai quali tributo tutto il rispetto dovuto per la carriera e i forti impegni sempre presi, ma che, a conti fatti, non hanno più molto da dire, come tanti altri personaggi prima presi in considerazione.
Ad oggi questi sono i profili che assegnerei ai vari schieramenti, con ben poche prospettive di possibili scenari alternativi e con l'ennesima vittoria, se non debordante, almeno molto convincente del partito del Premier.


