Risposta alla lettera di Matteo Lazzaro (Io, studente leghista. Perché mi vergogno dell’Unità d'Italia) cui è seguita quella di Ernesto Galli della Loggia (La storia è positiva. Ma protesta e paura oggi sono fondate), pubblicate entrambe dal Corriere della Sera di oggi.


Chiarissimo professor Galli della Loggia

sono uno studente universitario di 22 anni con la passione per la politica. Non sono un leghista, abbastanza convinto. Lo confesso: tracciando un bilancio, certamente sommario, dall'Unità nazionale ad oggi, le cose per cui vergognarmi sembrano minori rispetto a quelle di cui andare fiero. 

Nato ad Avellino, studente a Roma, mi ritengo doppiamente investito del peccato originale, quanto meno per i parametri espressi dal lettore mio coetaneo che Le ha inviato la lettera pubblicata nei giorni scorsi. Per questo motivo mi è parso giusto poter offrire un modesto ma schietto contributo del Sud, un contributo di cui spesso si sente poco e da lontano. E sì, perché proprio del Sud scontento si sente così poco parlare. 


In un Paese lungo migliaia di chilometri, l'informazione è mediata, arriva da lontano; le persone credono di avere un piccolo villaggio in pugno, ma la visione delle cose passa nel diaframma della politica e della televisione. I miei fratelli del nord hanno un gruppo compatto di persone che promuovono i valori dell'efficienza, del localismo e della tradizione. Anche noi abbiamo i nostri valori e la nostra eredità. Abbiamo una città stupenda come Napoli. Se toglie un po' di polvere, e carica sui camion un po' di immondizia e di camorristi, sotto c'è il posto più incredibile e sfavillante del Mediterraneo: la città più grande d'Europa per tre secoli, chiese, arte, popoli, una lingua che è una lingua più che un dialetto, una tradizione nella quale si fondono spagnoli, arabi e francesi, il cibo migliore del mondo, "a fenest'a' Marechiaro", la grande canzone e la poesia, il teatro. Abbiamo una delle università più antiche d'Europa, le nostre eccellenze e un grande potenziale.

E poi abbiamo i problemi che ci affliggono ogni giorno: una classe politica corrotta, ignorante e inadeguata, il lassismo fatalista di una parte della popolazione, una generazione tirata su nella speranza delle clientele. Abbiamo un cancro come la camorra, abbiamo classi imprenditoriali chiuse, opportuniste, autoreferenziali e anche disperate.

Provi Lei a fare investimenti dopo aver pagato il 33% di Ires e il 10% di camorra. Provi Lei a fare una gara d'appalto a Crotone. Provi lei a parlare a giunte comunali sciolte per mafia. 

Siamo così poco organizzati, rispetto ai nostri pari del nord, che non abbiamo avuto un movimento di camicie verdi, o blu, o rosse; noi che non abbiamo avuto dei sinceri e viscerali capi-popolo pronti ad addossarsi la fatica dell'emancipazione, pronti a dire cose politicamente scorrette.

Una cosa però, egregio Professore, me la lasci dire: la Lega non è un disegno, e forse è un'idea. Rispondere a delle esigenze, pur se meritevolissime, non rende un gruppo di persone un partito, piuttosto a una parte. Parlare di piccola e media impresa, e poi di immigrati, e poi di ronde, non risponde a una visione ideologica delle cose. Non c'è un disegno, ci sono delle persone, Bossi, Maroni, Borghezio, Cota, che tutelano una pluralità di loro interessi. È certamente una posizione valida e, in tempi post-ideologici, forse esclusiva.

Ma è uno o due gradini sotto la dignità che il mio coetaneo le attribuisce.

Mi si lasci a questo punto un piccolo rilievo di storia. È una realtà incontestabile che il divario tra nord e Sud sia aumentato nel periodo storico che va dall'Unità ad oggi; se ne deduce allora che il nord possa aver avuto un qualche interesse in quanto accaduto negli ultimi centocinquant'anni. C'è una parte della storia contemporanea che si studia poco, a maggio, quando le giornate cominciano a farsi calde e gli studenti preferiscono correre dietro ai capelli delle ragazze che alle posizioni della storiografia. Io e (evidentemente) molti miei compagni abbiamo indugiato nelle primavere, piuttosto che nella storia contemporanea e sull'attualità.

Ci sono stati i dazi su vino e cereali dopo il 1870, e tante altre cose. Poi ci sono state due guerre e il fascismo. Quali sono stati i rapporti tra nord e Sud, nel dopoguerra? A nord c'è stato il miracolo economico; c'è stata anche l'emigrazione. Non si può essere orgogliosi della Fiat, o dell'industria di Milano, senza leggere i cognomi sui citofoni dei palazzi, a Mirafiori sud, a Rho, a Meda. 


C'è gente della mia terra, siciliani, calabresi, che sono saliti al nord e hanno dato una mano, due mani, la vita. C'è gente che è andata a lavorare, e il lavoro è o dovrebbe essere quanto di più importante e decoroso e rilevante nella nostra Repubblica, le fondamenta del nostro Paese. C'è chi ha fatto doppi turni, e preso doppi e tripli lavori per comprare case di proprietà, e per consentire alla mia generazione e a quella precedente di risalire la scala sociale, di lavorare e di andare all'università.

Questa non è una vergogna piccolo-borghese o proletaria, è il nerbo e il sangue di questa nazione. E ormai è giusto utilizzare la lettera minuscola, perché non si sa più su quali cocci si stia piangendo. La ricchezza del nord è onestamente la ricchezza di tutti: è la ricchezza dell'Italia, del sudore di generazioni di settentrionali e di meridionali che si sono guardati con diffidenza, che sono andati a bere il vino insieme la sera, e che hanno tirato su un Paese sfasciato dalla guerra.

Così mi sembra siano andate le cose, o almeno così mi sembra giusto che debbano essere raccontate. 

Ciò detto, mi resta da aggiungere che c'è un Sud che non si richiama mai, fatto di persone oneste e accorate, lavoratori indefessi, studenti valevoli. A noi non è data la possibilità di parlare a livello nazionale. I nostri capi-popolo danno bella mostra di sé, accontentandosi di due, tre, quattro miliardi di euro in fondi, e smettono di abbaiare. Ma il Sud che vedo, tornandomene a casa con il giornale sottobraccio per queste strade un po' dissestate e sporche, è anche un altro. 


I miei genitori hanno sempre pagato le tasse. Fino all'ultimo centesimo. "Solve et repete". Mia nonna ha sempre lavorato. Gli amici di famiglia hanno sempre lavorato, "faticato" (come si dice da noi), la mia è una provincia contadina, il benessere è modesto ed è arrivato da poco. Io e i miei amici studiamo, e molto. Io ho sempre dato il massimo. Le persone attorno a me hanno sempre dato il massimo. Noi guardiamo con astio a chi ci apostrofa come lavativi e sfaticati. Noi abbiamo fatto tutto il possibile e anche oltre: siamo andati a lavorare e studiare lontano dalle nostre case, abbiamo salutato la nostra città e le abitudini alle quali eravamo conformati.

Noi siamo italiani, esattamente come gli italiani del nord, e abbiamo lo stesso diritto ad avere uguaglianza, opportunità e rispetto. Anche se Eschilo costituisce un cattivo precedente, le colpe dei padri non possono, non devono ricadere sui figli. Io ho una media universitaria alta, anche i miei amici ce l'hanno. Abbiamo lavorato quanto e più dei nostri amici del nord e - con tutto il rispetto - pretendiamo le stesse occasioni che vengono date agli altri, e per questo non ci servono né raccomandazioni, né fondi di carità: ci serve la possibilità di esprimerci e di lavorare in tranquillità, senza le tare che affliggono questo mio paese eccezionale. Ci serve legalità, onestà, e sicurezza. Sicurezza vera, non quella delle ronde attorno alle villette. 


Da quando mi sono trasferito a Roma per l'università, ho imparato a parlare un italiano - per quanto possibile - piano e neutrale; è "più corretto", e poi è un brutto periodo per suonare napoletani. Ad ascoltare Radio 24, invece, sembra che la gente mostri un certo orgoglio nel parlare con l'accento milanese, la lingua dei più forti.

Possono mandarci i fondi, la cassa del mezzogiorno e persino gli aiuti umanitari, ma qui c'è bisogno di un'iniezione di fiducia, di passione, di orgoglio e di una mano vera per rimetterci in pari col mondo e per cancellare le tante macchie del nostro recente passato.

Io non voglio parlare milanese. Consideri che per il nerbo orgoglioso della mia terra questo è inaccettabile. Noi abbiamo il diritto a essere considerati avellinesi e napoletani e campani e italiani.

E - mi creda - per quello che ci riguarda questo è un vanto e non una vergogna.


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