Per carità, nessuno si faccia ingannare dal suo cognome; dietro l'apparente "gentilezza" del personaggio, dietro l'apparente età (80 tondi tondi) da nonno placido e tranquillo, dietro quelle rughe che sono universalmente associate alla saggezza e alla bontà d'animo, Giancarlo Gentilini nasconde un armadio colmo di scheletri che - diavolo d'un volpone - lui non fa assolutamente nulla per nascondere.
Nel lontanissimo 1929, a Vittorio Veneto, un paesino in provincia di Treviso, nasceva un bel 3 agosto un bambino che la stessa estate si rifiutò (vedendo lontano) di benedire con un po' di sole, un po' di brezza, un po' di colore, un po' di qualsiasi cosa - detto per inciso.
Nasceva un uomo, nasceva un cittadino, nasceva un italiano (?), nasceva un avvocato, ma quel che più sconvolge, quel che più debilita mente e corpo, quel che più fa imbufalire, nasceva un politico.
Un politico? Un politico, sì.
"Imbraccia il fucil, prepara il cannòn, difendi il verdano dai riccioli d'or. Espelli il negròn, inforca il terròn, e servi il tuo popolo con fulgido amor.
Anche se sono del Gargano, sogno di diventare verdano. Mamma, asciugati le lacrime, porto le mie natiche in fabbriche che non abbiamo. Mollami la mano - dico -, mollami la mano, che da quando sono nato bramo lo stato verdano. No, non amo ciò che è sotto il mio meridiano, da piccolo odiavo l'inquilino del primo piano. Sul banco tracciavo linee di confine, di Raykard e Gullit niente figurine, bambini e bambine in cortile, io verde di bile col Monopoli mettevo in prigione le mie pedine. Bene, sto bene nel mio ruolo, volo, non sono solo, siamo uno stuolo. La Verdania chiama “all'armi!”, mi arruolo, con la mia divisa cetriolo io: voglio una Verdania secessionista, con una bandiera secessionista, una fidanzata secessionista con cui fare l'amore secessionista, un appartamento secessionista con un arredamento secessionista, raccolta di rifiuti secessionista. Ma che cosa sta succedendo?".
Terminato il suo lavoro di dirigente alla Cassa di risparmio della Marca Trevigiana (inglobata dal 1998 dal gruppo Unicredit), Gentilini non si arrende all'età che passa, non si culla nella pensione, e decide di intraprendere la carriera politica, che dal 1994 al 2003 gli permetterà di ricoprire la carica di sindaco proprio in quella Treviso vicino cui la famiglia aveva deciso - per il nostro bene, s'intende - di farlo venire alla luce.
Fin qui nulla di strambo, nulla di anomalo.
Lo strambo e l'anomalo emergono con incredibile forza quando il suddetto signore presenta un programma politico degno delle peggiori menti bigotte e razziste che hanno avuto potere nella politica dei tempi antichi ad oggi: ecco che xenofobia, razzismo, cattiveria gratuita, persecuzione razziale, intolleranza, omofobia, lesbofobia e misoginia diventano parte integrante, diventano colonne portanti di un progetto votato dai cittadini ai quali si rivolgeva con candida sincerità.
Gentilini si scaglia, durante il suo lungo mandato, contro tutto ciò che lo infastidisce: lavavetri e mendicanti, in primis ("gli accattoni a Treviso io non li voglio più vedere"), che vengono banditi dalle strade con provvedimenti ad hoc; si scaglia contro i barboni e i senza-tetto, ai quali toglie le panchine dalle periferie e dalle zone più appartate della città per evitare che possano "bivaccare" in zone fuori controllo; si scaglia contro i cani che circolano con i loro padroni nel centro storico, ha la brillante idea di dipingere teschi per scoraggiare l'alta velocità negli incroci stradali ritenuti più pericolosi.
Terminato il suo mandato, il nostro eroe robusto e dalla voce così candida - da essere in effetti una sorta di cantante mancato -, continua la sua presenza politica, appoggiando il candidato sindaco Gian Paolo Gobbo (Lega, ovviamente) e dando sfoggio di una profonda appartenenza allo stato italiano a cui, pare, suo malgrado, appartenga: "ognuno dentro di sé canta l'inno che vuole. Il mio è I battaglioni del Duce" che, lui dice, preferisce di gran lunga all'inno di Mameli.
Da quel momento, col tacito accordo di una nazione intera che si chiude in un vergognoso mutismo e di conseguenza acconsente, Gentilini apre le danze di un macabro teatro fatto di trogloditi ideali: spara a zero su ogni cosa sia diversa da quella sua amatissima "razza Piave" che difende a spada tratta e fucili spianati - purtroppo non proprio metaforicamente - e se la prende istericamente con tutti e tutto:
- immigrati, extracomunitari, clandestini, persone di altre nazionalità in generale o, addirittura, italiani provenienti dal centro-sud: "nomadi, zingari, extracomunitari, non esisterebbero più se si usasse il pugno di ferro come voglio io"; "una delle prime ordinanze che farò predisporre sarà il divieto a zingari e rom di venire nella città di Treviso. Non voglio intromissioni o calate dalla Romania"; "e i rom che tornino nei loro paesi! Presto ci saranno nuovi stati nell'Unione Europea, allora la crema delinquenziale prenderà l'autostrada verso l'Italia. Cittadini tenete duro, perché se continua così sarà guerra civile!"; "altro che tolleranza a doppio zero, applicherò quella a tre zeri! Farò delle retate!"; "gli islamici vadano a pregare in altri comuni, qui a Treviso non li vogliamo! Almeno finché resto qua io"; "qui non c'è posto per romani e meridionali"; "bisognerebbe far vestire gli extracomunitari da leprotti e fare pim pim pim col fucile!"; "bisogna sparare sui gommoni e sulle carrette del mare, anche a colpi di bazooka. I gommoni vanno distrutti, ad un certo punto bisogna sparare ad altezza d'uomo"; fino all'esilarante - se non ci fosse da piangere: "noi non vogliamo razze di cani straniere!". "Io" - afferma a tal proposito quest'uomo (?) - "sono per gli squadroni della morte: basterebbe che io dicessi di costituirne uno e arriverebbero in tantissimi";
- omosessuali, lesbiche, trans, transgender, travestiti, ma anche prostitute, e donne in generale: "Luxuria a Treviso? Ben venga, ma sarò in imbarazzo quando mi chiederà: in quale gabinetto devo andare, donne o uomini?"; "io mi domando, qual è la Treviso bene? Questo è il grande interrogativo a cui bisognerebbe dare una risposta. Se la Treviso bene si associa ai gay e alle lesbiche, allora vuol dire che non fa parte della trevigianità. È la Treviso del male piuttosto che del bene"; "ognuno stia dentro i propri recinti!"; "i gay e le lesbiche hanno i loro spazi ed io non voglio che ci sia terrorismo amoroso con tanto di ammiccamenti, avances e stratagemmi vari che possano terrorizzare le mie donne!"; "non voglio che ci siano gay nello sport. Questo deve rimanere un ambiente pulito con dei principi sani"; "non voglio vedere gay per le strade di Treviso!"; "darò disposizione ai vigili di fare pulizia etnica dei culattoni. Queste persone devono andare in altri capoluoghi che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni o simili"; "mi ricordo in gioventù certe creole mulatte... che vuole, le prostitute sono le navi scuola dei giovani";
- presunta esistenza di una razza nordica superiore: "ora festeggiate, mangiate e bevete, ma questa sera ognuno faccia il proprio dovere: ho bisogno di tanti bambini di razza Piave"; "la razza che deve comandare questo territorio dev'essere la nostra, quella Piave, e quindi bisogna fare più bambini!"; "noi siamo vergini, i padani sono vergini, quindi guai a toccarli!"; "non sia mai che i nostri padani vadano sotto processo".
"Noi marcerem verso Roma ladrona, perché chi va a Roma prende la poltrona. All'inizio quel tizio che s'attizza al comizio pare un alcolista alla festa di San Patrizio. Parla da un orifizio, sporco di pregiudizio, pubblico in prestito dal museo egizio. Ora capisco quanto aveva ragione, ora che sono soldato di Stato senza meridione, ora che è finita la carta del cesso, ma fa lo stesso, tanto ci ho messo la Costituzione. Ora che la mia ambizione è fare la pulizia, primaverile o etnica che sia, la farò. Il manico ce l'ho duro, perciò sciopero dove si può per il potere dell'ampolla nel Po. Il popolo verdano smania per la separazione dall'Italia che dilania. E se cade il muro in Germania, chi se ne frega? Io lo innalzo in Verdania, dato che voglio una Verdania secessionista, con un quotidiano secessionista, un telegiornale con una giornalista secessionista, una passerella secessionista con una modella secessionista, sogno di qualunque secessionista. Ma che cosa sta succedendo?".
È come uno di quei film splatter, che uno paga per vedere al cinema conscio che comunque non ce la farà prima della fine a non uscire per vomitare nell'angolo più vicino della strada. Ma qui è diverso. Questo non è un film scadente, non è qualcosa da cui si può sfuggire semplicemente uscendo dalla sala, non è qualcosa di così ridicolo come un po' di vomito verde - un caso? - che una ragazzina atletica sputa mentre scende dalle scale.
Oddio, per carità, il vomito viene sù quasi spontaneamente anche in questo caso, ma certo non è colpa di questo particolarissimo individuo; a mio parere, il disgusto deve nascere da radici ben più profonde e allucinanti.
Diciamocelo chiaramente: non è la prima volta e non sarà l'ultima che simili idee troveranno terreno fertile in una mente, ma certo mi pare che sia un po' più raro trovare un simile consenso nei confronti di chi queste idee le paventa ai quattro venti, vantandosene, venendo approvato, incoraggiato. E quel che è peggio non venendo in alcun modo sfiorato da quella meravigliosa cosa che dovrebbe essere la sicurezza basica per ogni cittadino: la Costituzione, alias la legge, alias il minimo e dovuto rispetto per il prossimo.
Molte sono le procure che hanno cercato di mettere un freno legale a questi deliri, ultima in ordine la procura di Venezia che ha aperto un fascicolo tra il 2008 e il 2009 contro Gentilini per istigazione all'odio razziale. Ma, nonostante tutto, questo personaggio continua impunito ad aprire bocca convinto di poter dire ciò che vuole, conservando poltrona e potere; una convinzione, la sua, che trova effettivamente conferma.
Tempo fa un idiota come questo - e me ne prendo ogni responsabilità, sia chiaro - sarebbe stato fischiato, contestato, allontanato dalla vita politica di un Paese che si presenta come civile ed evoluto; adesso, invece, lascia letteralmente sbigottiti la folla di persone che si accalcano per sentirlo parlare, che lo applaudono ad ogni sentenza fascista, che lo esaltano, lo appoggiano, gli urlano "bravo, bravo Gentilini, noi siamo con te!".
Dov'è finito l'amor proprio dello Stato? Dov'è finita quella voglia di far sentire sbagliato chi in effetti sbagliato lo è? Dov'è finita quella legge che dovrebbe tutelare la mia dignità di omosessuale, di prostituta, di nero, di giallo, di extracomunitario, di barbone, di mendicante, di pezzente, di "meridionale", di lesbica, di travestito, di italiano, di essere umano? Quali conoscenze ha il signor Giancarlo Gentilini per non essere mai stato condannato per nulla? Quali santi lo proteggono? Chi, in paradiso, si è preso la briga di lasciarlo ancora libero per le strade, di lasciarlo ancora libero di parlare, di istigare, di manipolare, di stracciare ogni minimo avamposto di rispetto? Scenda sulla terra, questo santo, perché lo si vuol vedere.
E questi padani - che solo a sentire il nome mi vien da ridere, convinti come sono che il loro sia un credo politico e non un'isteria di massa -, questi leghisti, possono davvero continuare a far finta che non sia questo il loro vero credo politico? Quanto possono fingere ancora quei Castelli, Maroni, Calderoli, Borghezio (che qualcuno lo aiuti a smettere di soffrire, anche lui, poverino) che una simile realtà non esista?
Dall'alto, lì al carroccio, nessuno interviene; nessuno si associa, sia chiaro, ma nessuno smentisce, nessuno prende le distanze, nessuno si vergogna. La stampa estera (che ultimamente va letta, se si vuole davvero capire cosa accade in Italia) non sembra aver avuto nessun sentore; d'altronde, Gentilini opera nell'aria ristretta di Treviso, è lì che cammina sulle acque del Pò, è lì che salva l'umanità liberandola da "questi froci del cazzo", magari anche neri e puzzolenti, è lì che dispensa strette di mano e promesse.
C'è da chiedersi se non sia davvero il caso di tornare a credere in Cristo, o quantomeno di invitarlo nuovamente sulla Terra: chissà se morendo in croce una seconda volta ci possa epurare dall'avanzata di queste personalità rubate ad una carriera brillante nella comicità demenziale.
Fatto sta che Cristo non si vede, che questi trogloditi bazzicano in consigli comunali e palazzi di governo, che la Costituzione è andata a fare un giro col cane, che la gente annuisce in modo preoccupante e numericamente esponenziale, che io non voglio correre il rischio di finire nella massa informe che un domani, dai ragazzi più sensati della maggioranza di quelli di oggi, descriveranno come "quelli che non hanno fatto nulla".
Dissociarsi, contestare, rifiutarsi categoricamente.
"Conquisteremo la Rai lottizzata per sistemare i nostri direttori di testata. Io voglio diventare un verdano avvinazzato, sputare parlando un italiano stentato. Io, servitore di uno Stato dove chi non è come me viene discriminato. Voglio sbandierare commosso un tricolore senza bianco, né rosso. Voglio lodare il deputato esaltato che vuole l'immigrato umiliato e percosso. Voglio denigrare le prostitute, disinfettando i treni dove sono sedute. Questione di cute, su cui non si discute, sono puro come l'aria: tutta salute. Voglio giurare fedeltà al senatùr, voglio vendicare la mia Pearl Harbour. Roba da fare rivoltare nella tomba Gaetano Salvemini ed il conte di Cavour. Allora fate come me: tutti in Verdania. Italiani: tutti in Verdania. Ottomani: tutti in Verdania. Venusiani: tutti in Verdania. Andini e Atzechi: tutti in Verdania. Kazachi ed Uzbechi: tutti in Verdania. Arditi e Galati: tutti in Verdania... dove si lavora si guadagna e si magna!
Voglio una Verdania secessionista, con una bandiera secessionista, con una fidanzata secessionista con cui fare l'amore secessionista, un appartamento secessionista con arredamento secessionista, raccolta di rifiuti secessionista. Ma cosa sta succedendo?
Imbraccia il fucil, prepara il cannòn, difendi il verdano dai riccioli d'or. Espelli il negròn, inforca il terròn. inforca il terròn. Inforca il terròn!".
Il testo riportato appartiene alla canzone Inno verdano di Caparezza.


