"Berlinguer non è la Madonna!", tuonava a suo tempo Eugenio Scalfari, lamentandosi del culto quasi spirituale che i militanti comunisti osservavano nei confronti del loro segretario. Madonna o meno - Enrico Berlinguer era un leader; anzi, era il leader.
La sinistra l'aveva riconosciuto come tale, e anche chi non ne condivideva la linea politica ne apprezzava le doti indiscutibili.
C'era un rispetto del leader, una sorta di protezione di ciò che Berlinguer rappresentava. Insomma, c'era un partito che proteggeva la propria guida.
Far partire una riflessione critica con un rimpianto, o una nostalgia del passato - fate voi - non è il massimo. Alla faccia nostra, a dispetto di quei giovani che vogliono - anzi, pretendono - un nuovo corso.
Ah, il nuovo corso! Come possiamo pretenderlo se ancora non ci rassegniamo a conservare il "dolce Enrico" nel nostro album di famiglia e continuiamo a riecheggiarne il mito?
Ormai il militante democratico è così confuso, e giustamente incazzato - lasciatemi passare il termine, non ce ne sono di migliori - da non trovare altri appigli che nel proprio passato. Che sta dietro le spalle, ovvio.
Ora c'è l'avvenire. Lì, dove sorge il sole. E rieccolo, il passato, sempre il passato. Perfino negli slogan, nelle frasi fatte di un articolo smarrito.
Il problema del Partito Democratico - ma quante volte ho iniziato una frase con queste cinque parole... - è il Partito Democratico stesso. È la sua indecifrabile natura, il suo caos scambiato per eterogeneità, il suo spudorato casino.
Sapete, il Pd sembra una di quelle case in cui i figli finto-repressi, paurosi di alzare la voce per non disturbare i genitori-bigotti, compiono il gesto scandaloso (cioè alzare la voce) ben consci di creare una frattura all'interno della famiglia. E si va avanti così, a suon di provocazioni, in attesa che il vaso crolli con l'ultima goccia.
Nel Pd mancano le Madonne, mancano le Madonne come Berlinguer. Ci sono solo tante santarelle, qualche beata, una manciata di diavolette. Non ce n'è una che ambisca al ruolo supremo.
Veltroni non era certamente una Madonna - anche se per un po' ha rischiato di diventarlo - tanto meno lo era Romano Prodi. C'è solo un esercito di santarelle, con il proprio gruppo di fedeli devoti, che punta dritto verso la soluzione finale: il Congresso (volendo usare il linguaggio tecnico del complicatissimo statuto del Pd, la Convenzione nazionale) - detto più francamente, la guerra.
Chi sono le santarelle, finora? Sempre le solite, che per di più si credono Madonne. Walter Veltroni e Massimo D'Alema, come sempre. Ma come, ancora loro? Ebbene sì, ancora loro.
Politicamente Veltroni non è affatto morto. In che senso? Nel senso che egli resta, piaccia o no, un punto di riferimento culturale per la grande famiglia dei parenti-serpenti democratici.
Non è forse vero che ancora oggi si parla di spirito del Lingotto? Non ci aveva visto lungo, il Sindaco, quando individuò in Obama, prima di tutti, l'uomo del change? E potremmo andare avanti.
Veltroni è stato l'uomo più potente nel gestire la cultura di massa nel nuovo partito. Non ci sono stati altri (e non ce ne saranno, statene certi) più bravi di lui nell'intercettare i sentimenti più soffici del popolo di centrosinistra. Il suo problema era chiaro: era troppo politico per essere amato. Non era abbastanza del popolo.
D'Alema, dal canto suo, ha lo stesso problema. Troppo algido, cinico, sarcastico per essere universalmente amato. D'Alema ha da tempo rinunciato ad essere il leader riconosciuto. Vuole essere il leader carismatico, che è ben diverso. Non vuole scendere in campo: vuole che gli altri lo trascinino nell'agone, per poi sentirsi costretto nel dire "mi hanno obbligato a farlo". Povera stella. D'Alema ha fatto tanti errori. Se ora ha i capelli grigi è perché ha fatto tanti errori. Dal clienterismo nel feudo pugliese (in cui è potentissimo), a una tangentina di troppo; da certi rapporti criticabili, a qualche scalata discutibile. Ha perso la grande occasione (il mandato del 1998), lo sa benissimo, non può scendere in campo, il popolo se lo mangerebbe vivo.
Massimo e Walter si disprezzano. Amano odiarsi. Fra vent'anni sarà ancora così. Ma faranno pena. Forse fanno pena - o tenerezza, fate voi - già oggi. Sono come quei bambini che non accettano che l'uno sia migliore dell'altro. Massimo vuole sempre essere il migliore, Walter vuole sempre essere quello speciale. È una lotta che ha stufato, detto sinceramente. Il guaio è che ora la lotta continua, ma sotto forma di altre persone, nella fattispecie Pierluigi Bersani e Dario Franceschini.
Bersani aveva annunciato la propria candidatura almeno due anni fa. Sì, due anni fa. Di questi tempi due anni fa c'era il toto candidature per la segreteria. Bersani era bello e intenzionato a scendere in campo, ma l'allora segretario diessino, Piero Fassino, richiamò i Ds ad una beota unità intorno al nome di Veltroni. E così il ministro Pigi, il più amato del governo, dovette fare un passo indietro. Su mandato di D'Alema - ci scommetto tutto - fu invitato a mettere le pulci al segretario Walter. E così, ben prima dell'addio veltroniano, era ben chiaro che Pigi Bersani sarebbe stato un pretendente alla successione.
Così è stato.
Ma non aveva detto che non si ricandidava? Intendo Franceschini, il segretario della presunta rimonta. Non era un mandato pro-tempore? Come mai questo cambiamento così repentino? Dietro il ripensamento del giovane, vecchio democristiano c'è ovviamente la longa manus del suo predecessore.
Piazzato in segreteria da Veltroni stesso, in nome della pax interna (col beneplacito di D'Alema e il sostegno di Fassino e dei popolari), Franceschini ha fatto breccia nel cuore dei militanti. A sinistra, ma anche guardando al centro; con una mano a Nichi Vendola e una a Pierferdinando Casini; eppure mantenendo intatte personalità e credibilità, temperanza e passione. Una sorta di miracolo, se vogliamo.
Ecco, il segreDario non vuole disperdere il lavoro di questi mesi, ed ha le sue ragioni. E poi, nel suo messaggio di ufficializzazione della candidatura, ha detto una cosa ben precisa: non posso ridare il partito in mano a quelli che ci stavano prima. Chi c'era prima? La corrente dalemiana, la maggioranza diessina.
Insomma, da una parte c'è il partito robusto, il post-comunismo puro che spera nella socialdemocrazia (Bersani, ossia D'Alema); dall'altra c'è il partito evanescente, l'americanata che "si può fare" a suon di suggestioni (Franceschini, ossia Veltroni). Entrambe le idee di partito sono mascherate (ma, raschia raschia, si capiscono le fonti); i progetti presentati sono molto aperti, certo. Ma noi, che non siamo fessi, lo comprendiamo.
Personalmente non è più accettabile la lotta tra Veltroni e D'Alema, così subdola, insinuante, a viso coperto. Al contempo è molto più apprezzabile il competente e fiero Bersani - detto francamente, attualmente patteggio per lui -, e sorprende non poco il nuovista Franceschini, sanamente antiberlusconiano - ma credibile fino a che punto?
Però, però. Alla faccia del rinnovamento, diamine.
E intorno? Intorno che succede? Quarantenni, i piombini, che credono di valere più di quel che realmente valgono (magari Giuseppe Civati diventasse segretario, magari davvero - ma alquanto improbabile); gente non ancora in grado di capire che cosa vuol fare nella vita (Anna Finocchiaro in testa, che da vent'anni dice "non escludo di candidarmi" e poi non si candida mai); presunti salvatori della patria, tirati per la giacchetta (il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino); finti terzi incomodi rappresentanti la società civile (Ignazio Marino, Filippo Andreatta); radicali che non si scoraggiano (Pannella vuole rigiocare la partita, e non ha ancora capito le regole); ulivisti scoraggiati (Arturo Parisi in primis); stelle che rischiano di diventare meteore (Debora Serracchiani, Francesca Barraciu, Matteo Renzi); Di Pietro che guarda...
Aspetto la candidatura, credibilissima, di Gianfranco Fini. E sullo sfondo il padre nobile Romano Prodi - che non so fino a che punto potrà ancora tacere.
Sì, è un gran caos. Per niente calmo, solo caos. La guerra è aperta. Ne vedremo delle belle, da qui ad ottobre, tanto ormai non c'è più nulla da perdere. O si ricomincia da capo davvero, o "arrivederci, amore, ciao".


