Non amo particolarmente Beppe Grillo, ma in ogni caso le domande che rivolge al Presidente della Repubblica sul lodo Alfano sono più che legittime, e spero mi sarà concesso sintetizzarle ponendo in dubbio l'effettiva utilità di questa legge.
Anche volendo riconoscere la genuinità di quelle necessità politiche che sono state poste a pretesto dell'immunità voluta - ovvero la libertà di poter adempire agli incarichi istituzionali senza dover subire ritardi dovuti a noie giudiziarie -, nel cittadino nasce il dubbio - appunto - nel momento in cui Berlusconi e i suoi consumano un tempo uguale, per non dire maggiore, per criticare e polemizzare contro l'operato della giustizia - il premier non può perdere tempo dentro l'aula di un tribunale, può però perderlo per criticare il tribunale dalla piazza.
Si tratta, dunque, della necessità di risparmiare ore preziose ignorando la giustizia nel suo complesso, o del vantaggio di poter giudicare senza poter essere giudicati?
L'idea di giustizia di Silvio Berlusconi è quanto meno anomala, peggio nel momento in cui la rende impassibile di qualsiasi confutazione e rifiuta qualsiasi confronto con l'idea e le idee di tutti gli altri paesi - che si dicono democratici come si vorrebbe dire del nostro.
Questa idea è essenzialmente basata su se stesso, sulla sua immagine di politico, forse peggio sull'immagine del leader di partito, ovvero l'idea di una giustizia che riconosca la sua fonte nel modus vivendi e nel modus politicandi del premier, quindi assumendo come giusto qualsiasi suo comportamento e sbagliato qualsiasi altro comportamento di verso opposto. Insomma, la sua idea è quella di "io sono la legge".
Bisogna capire, tuttavia, che questo non può essere un metodo democratico, sia perché appartenente piuttosto ai meccanismi del potere medioevale - ed è questo un pregiudizio insito nella convinzione che l'idea che era dell'imperatore o del re non potrà essere oggi, a prescindere, l'idea di un uomo delle istituzioni di un Paese democratico, in virtù dell'esigenza mai sopita del superamento del passato -, sia perché la democrazia dovrebbe garantire al cittadino una pluralità di aspettative e prospettive che siano anche diverse dall'unico modello che Berlusconi vorrebbe imporci - il suo, l'unico modello politico condivisibile e da condividere.
Bisognerebbe capire, ancora, che un'idea di simile fattura non può che essere l'anticamera di una dittatura, perché piuttosto che mutare l'idea di giustizia, tende semmai a svuotare la giustizia di qualsiasi motivo di esistere: se una toga gli riconosce la colpevolezza, allora è automaticamente in torto - diventa automaticamente una toga rossa.
E questo, per il cavaliere, dovrebbe valere a prescindere, sempre in virtù dell'idea per cui tutto quello che lui fa, qualsiasi cosa faccia, è necessariamente giusta.
È chiaro allora che in questo contesto la giustizia non ha nessuna utilità, perché si dovrebbe occupare di emettere sentenze scontate.
Figuriamoci poi se si dovesse occupare di giudicare proprio Berlusconi: a che pro giudicare i suoi comportamenti, se proprio i suoi comportamenti dovrebbero essere il canone della giustizia?
Di fatti, ha spesso dichiarato di essere indisposto a essere giudicato "da questi giudici". Da chi, allora? Dai suoi? Sarebbe inutile, appunto.
Ma forse, in conclusione, è proprio questo il senso che il presidente vorrebbe vedere - e che oggi vede, perché gli viene permesso - nel lodo Alfano: non l'immunità dalla giustizia, non l'intoccabilità, ma l'imposizione della sua idea di giustizia. Non la giustizia come una perdita di tempo per le istituzioni, ma una perdita di tempo il giudicare un'istituzione.


