Prendendo per buona la distinzione che Alcide De Gasperi fa circa la differenza tra politico e statista, "Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione", mi chiedo quale politico degli ultimi anni potrebbe essere innalzato alla figura di statista.
Gli ultimi quindici anni corrispondono sostanzialmente con la figura del Cavaliere Silvio Berlusconi, che a maggio ha formato il suo quarto governo e si candida a diventare l'uomo che per più tempo ha governato l'Italia repubblicana.
Sinceramente credo di non fare scalpore se dico che Berlusconi non abbia la levatura e l'autorevolezza necessarie per essere definito statista, anche se credo che abbia cambiato l'Italia negli ultimi vent'anni, più che attraverso l'azione politica, attraverso le televisioni e i giornali di cui è proprietario.
Nel bene e nel male, il periodo che va dal 1994 al 2013, che definirei seconda repubblica, sarà ricordato il ventennio berlusconiano.
Se la definizione storica è inattaccabile, il giudizio politico lo è meno. Da questo punto di vista i governi Berlusconi hanno inciso in maniera minima - almeno fino ad ora - sul sistema Italia.
Credo, d'altra parte, che i due governi Prodi, ma soprattutto la figura dell'ex Presidente del Consiglio durante il biennio '96-'98 rappresenta un esempio di ciò che uno statista dovrebbe fare. Non farò un'apologia di Romano Prodi, perché non è mio compito, ma soprattutto perché non ne avrebbe bisogno.
Voglio tentare di avviare una riflessione storica sulle scelte politiche fatte dal Professore, con quella necessaria distanza storica che ci permette di affermare (parzialmente) la bontà o meno di una data scelta.
La vittoria che rappresenta un passo storico per l'Italia fu il raggiungimento dell'obiettivo dell'entrata nell'Uem, un capolavoro di volontà e lungimiranza politica, mista ad un'assoluta autorevolezza circa i temi che si stavano affrontando.
Rientrare nei parametri di Maastricht per un paese che usciva da tangentopoli era quasi impossibile, serviva una grande volontà dei cittadini e della politica. Le scelte fatte sulla stabilità dei prezzi, sul rapporto deficit/PIL, sul debito pubblico, sono state le scelte di Romano Prodi ed oggi possiamo vederne le conseguenze: nessun economista, neanche tra i più euro-scettici, penserebbe di rinnegare quella scelta.
Alcuni vogliono una maggior deregulation, altri un Europa più forte ed unita, altri ancora una protezione dei prodotti, ma nessuno metterebbe in discussione quella scelta, anche se nel '96 non tutti erano d'accordo.
Partendo da questi presupposti, mi chiedo se realmente l'Italia sarebbe capace di accettare uno statista e se mai la politica riuscirà a produrne uno.
Produrre uno statista significa una politica capace di avere una visione di lungo termine del paese.
Romano Prodi è sempre stato attaccato dall'interno del centrosinistra - non dimentichiamoci che ha battuto per due volte l'imbattibile Silvio - proprio perché rappresentava un modo diverso di governare, poco interessato ai risultati elettorali di breve termine e convinto su alcune posizioni di riforma del paese (per esempio la diminuzione del debito pubblico e l'attacco all'evasione fiscale durante il suo secondo governo).
Il rapporto che la politica politicante e i cittadini hanno avuto con Romano Prodi (errori di comunicazione a parte) mi ha sempre colpito perché i cittadini non riuscivano a vedere - secondo qualcuno questa, dovrebbe essere una capacità di uno statista, che Prodi non aveva - la profondità storica di quelle decisioni.
Credo che a distanza di dieci anni vada fatta una analisi storica e politica circa quelle decisioni coraggiose. A questo paese mancano delle figure che uniscono a distanza di anni. Probabilmente riescono in quest'impresa solo alcuni Presidenti della Repubblica, come Pertini e Ciampi, ma credo che a distanza di qualche anno con una grande Europa verrà ricordato uno dei suoi moderni artefici, il Professor Romano Prodi.


