Continua da Copenhagen: l'ordine internazionale alla prova sul clima, parte I.

 

Tutto questo dovrebbe far pensare soprattutto l’Europa. L’Unione Europea, la “potenza civile” ha nell’ambiente e nella lotta al cambiamento climatico uno dei pochi temi su cui la stragrande maggioranza degli Stati membri ha raggiunto un accordo saldo.

L’Europa unitariamente intesa sente come pochi altri l’esigenza di preservare l’ambiente, investire nello sviluppo sostenibile e in quella tecnologia verde che può anche diventare una carta importantissima da giocare nel commercio internazionale come nelle dinamiche geopolitiche.

 

L’Unione Europea si presenterà a Copenhagen con la promessa di ridurre del 20% le proprie emissioni entro il 2020 (base 1990, quindi in termini decisamente maggiori rispetto a quelli americani che fanno riferimento ai livelli, superiori, del 2005). Alcuni governi europei pensano inoltre che, comunque vada il vertice, l’Europa dovrebbe comunque vincolarsi a questi obiettivi. La speranza è che la loro posizione prevalga.

 

 

Per il successo del vertice e gli stessi interessi europei, sarebbe fondamentale che l’Europa riuscisse ad imporsi come leader e mediatore, che non si limitasse cioè a schiacciarsi sulle posizioni di quel "G-2 de facto" che è il rapporto sino-americano. Un rapporto che definirei sempre più di "amicizia fredda" e che potrebbe portare gli americani a preferire i cinesi alla "vecchia Europa" (l’espressione è di G.W. Bush).

Ne va dunque della stessa rilevanza internazionale dell’Europa: occorre interpretare con forza il proprio ruolo di potenza civile, verde e multilateralista; una potenza che solo in un ordine multilaterale come quello vigente può mantenere una rilevanza internazionale degna del suo sviluppo economico, della sua storia e dell’esempio di cui deve farsi ambasciatrice nel mondo.

 

Il Brasile sarà dalla parte degli europei. Il Presidente Lula si è più volte rivolto ai governi e alle istituzioni europee per portare insieme un pressing deciso e vincente su Cina e Usa perché non si verifichino gli stessi paradossi di Kyoto, in cui alcuni firmarono accordi meramente politici che non furono mai applicati o tenuti in considerazione, mentre altri paesi sottoscrissero intese legalmente vincolanti.

Va tenuto presente che gli agricoltori brasiliani sono i primi esportatori al mondo e che la posizione di crescita e rafforzamento del Brasile quale potenza egemone dell’America latina, con mire verso le regioni africane non ancora finite sotto l’influenza e i capitali cinesi: lottare contro la distruzione dell’ambiente è per il governo brasiliano ancora più vitale che per l’Europa.

 

Il vertice di Copenhagen sarà dunque un momento epocale: per la prima volta l’umanità si troverà consapevolmente davanti alla possibilità di suicidarsi. Qualora non ci fosse un accordo su tagli effettivi, reali, tangibili delle emissioni inquinanti, il cambiamento climatico tuttora in atto potrebbe aggravarsi e accelerare, compromettendo l’intero sistema-mondo e forse mettendo in discussione la stessa abitabilità della Terra da parte dell’uomo.

Gli alluvioni in Regno Unito, la nebbia che per giorni ha coperto la Cina, uragani sempre più spesso catastrofici, precipitazioni monsoniche in regioni ex-temperate affiancate alla veloce desertificazione di ampie regioni africane asiatiche e sud-europee rappresentano emergenze ambientali globali che solo la comunità internazionale, tutta insieme, può affrontare.

L’obiettivo è quello di raggiungere un’intesa che sia sì una mediazione tra le posizioni euro-brasiliane e quelle sino-americane, ma che dovrà anche andare oltre il mero compromesso politico o la dichiarazione di facciata.

 

Per realizzare tutto questo servono aiuti dai Paesi più ricchi a quelli più poveri: sia perché essi possano svilupparsi economicamente, portando altri strati di umanità fuori dalla condizione di miseria, sia perché sia resa loro percorribile la strada di uno sviluppo sostenibile.

L’India e la Cina dovrebbero in tal senso smettere di considerarsi Paesi in via di sviluppo, Stati poveri in fase di espansione industriale e assumersi le proprie responsabilità globali, cominciando a donare invece di chiedere. Lo sta facendo la Cina, non sembra andare nella stessa direzione l’India.

 

Nei suoi discorsi pubblici e privati, Barack Obama ha più volte invocato una nuova politica della responsabilità condivisa, in cui ciascun paese debba assumersi la propria parte di impegno, di sacrifici e di consapevolezza per cercare di costruire, insieme, un mondo migliore.

Non ci si può aspettare che siano solo gli Stati Uniti e l’Europa (il cui potere relativo sta peraltro diminuendo a vantaggio di altre regioni del mondo) a pagare il prezzo di battaglie che sono decisive per tutti; questo non toglie che l’esempio debba venire innanzitutto da loro.

È bene che tutti si ricordino, opinioni pubbliche e capi di governo, che a Copenhagen ne va del nostro futuro.


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