C'era un tempo lontano in cui esistevano uomini retti, che credevano nella giustizia: per questo furono scelti per combattere contro la mafia. I politici li avevano scelti per un'avveduta operazione di facciata, privandoli poi di mezzi sufficienti per il compito che spettava loro ("mi mandano in una realtà come Palermo con gli stessi poteri del prefetto di Forlì!", Carlo Alberto Dalla Chiesa).
Furono presi, acclamati come salvatori davanti alle televisioni e ai giornali, e poi, dietro le quinte, gettati nella mischia, e lì abbandonati al loro destino.
Nel 1978 l'omicidio del giovane Giuseppe Impastato passò sotto il silenzio dei telegiornali, impegnati a parlare di Aldo Moro; nel 1982 toccò al generale Dalla Chiesa, eroe dell'antiterrorismo ed ex-partigiano. Da lì nacque il pool antimafia.
La forza dei suoi componenti, poliziotti e magistrati, era tale da non poter essere fermata facilmente. Avevano fatto qualcosa che nessun proclamo poteva fare: avevano dato speranza. Le indagini del pool segnarono una svolta clamorosa nella lotta alla mafia: per la prima volta si indagarono i conti dei presunti boss e i loro legami con l'alta politica. Era un terremoto che stava per abbattersi sull'Italia, qualcosa che avrebbe fatto passare la Tangentopoli di lì a venire come una bazzecola.
Vennero raccolte informazioni, indizi, prove, testimonianze, fatti processi e promulgate sentenze, mandati gli incartamenti a Roma alla Corte di cassazione per la definitiva condanna degli inquisiti. Il Presidente della Prima sezione della Corte Costituzionale, Corrado Carnevale, sistematicamente bocciava ogni sentenza, ed assolveva gli inquisiti, trovando qualsivoglia vizio di forma.
Nel frattempo, Cosa nostra colpiva l'antimafia (vedi Giuseppe Montana, Antonino Cassarà, Rocco Chinnici), isolando sempre di più i suoi componenti.
Dopo il maxiprocesso che mise in ginocchio Cosa nostra, il pool si sciolse, con Paolo Borsellino trasferito a procuratore della Repubblica a Marsala. Giovanni Falcone, collega nel pool e amico di Borsellino, si vide rifiutare la carica di capo del nuovo pool e dell'Alto commissariato per la lotta alla mafia, continuando però il suo lavoro a Roma. Nel 1989, si salvò da un attentato nella sua villa al mare, a suo dire organizzato ad opera dei servizi segreti (Sisde) di Bruno Contrada.
Il 23 maggio 1992, lungo il tratto autostradale A29, in prossimità di Capaci, Giovanni Falcone trovò la morte in un attentato, assieme alla moglie, all'autista e a tre agenti della scorta. L'esecutore materiale fu Giovanni Brusca, incaricato da Totò Riina.
Borsellino, nel frattempo fattosi trasferire alla procura di Palermo, fu convocato dal Ministro degli interni, Nicola Mancino, per un incontro con Contrada e con il capo della polizia, Vincenzo Parisi. Incontro dal quale Borsellino uscì sconvolto (come detto dal pentito Gaspare Mutolo). Secondo il fratello del magistrato, Salvatore, in quell'incontro si parlò di abbandonare la lotta alla mafia e scendere a patti, e Borsellino rifiutò. In quei giorni rilasciò un'intervista, mai trasmessa integralmente dalla Rai, a proposito dei rapporti di Cosa nostra nel nord Italia, in collegamento con importanti uomini politici e della finanza, citando il boss Vittorio Mangano, il manager Marcello Dell'Utri e l'imprenditore Silvio Berlusconi.
Il 19 luglio 1992 una bomba fece saltare in aria via D'Amelio a Palermo, insieme a Paolo Borsellino e a cinque agenti della scorta. Alle indagini sulla strage partecipò, in qualità di collaboratore della Procura della Repubblica, il tecnico informatico ed ex-poliziotto Gioacchino Genchi. Dai suoi rilevamenti emerse che il radiocomando che azionò la bomba partì dal castello di Utveggio, individuato come base del Sisde. Inoltre, foto e filmati testimoniarono la presenza sul luogo della strage del capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, ripreso mentre portava via la borsa di pelle di Paolo Borsellino, contenente la sua preziosa agenda, mai ritrovata.
Altre bombe colpirono il paese (vedi la Strage di via dei Georgofili, di cui il basista pareva essere Matteo Messina Denaro), poi Cosa Nostra tornò nel suo silenzio. A Milano, intanto, un gruppo di magistrati iniziò a indagare e processare i maggiori politici ed imprenditori italiani (ndr, Tangentopoli).
Ad oggi:
- Corrado Carnevale è ancora Presidente della Prima sezione della Corte di Cassazione;
- Bruno Contrada è stato condannato a 10 anni di detenzione per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2008 gli sono stati concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute;
- Nicola Mancino è Presidente del Consiglio superiore della Magistratura;
- Vittorio Mangano, stalliere nella villa di Silvio Berlusconi ad Arcore negli anni settanta, è stato condannato per duplice omicidio nel 2000, ma è morto pochi giorni dopo la sentenza. Marcello Dell'Utri lo ha definito un eroe (Omnibus, La7, 2008);
- Marcello Dell'Utri, amico di Vittorio Mangano e fondatore di Forza Italia, è stato condannato per associazione mafiosa e frode fiscale. È Senatore della Repubblica;
- Gioacchino Genchi è stato consigliere e collaboratore per Giovanni Falcone e Luigi De Magistris, attualmente è accusato da Silvio Berlusconi e altri politici italiani di aver spiato e tenuto sotto controllo molti cittadini italiani senza autorizzazione;
- Giovanni Arcangioli è stato prosciolto dall'accusa di aver nascosto l'agenda di Paolo Borsellino. Oggi è colonnello dei Carabinieri;
- Matteo Messina Denaro è indicato dalla Procura della Repubblica come attuale capo della cupola di Cosa nostra;
- Silvio Berlusconi, fondatore di Forza Italia, è il maggiore imprenditore italiano, entrato in politica in concomitanza con lo scoppio di Tangetopoli. È stato più volte a capo del governo, ha subito diversi processi ma ne è sempre uscito (prescrizioni, assoluzioni, leggi ad personam). Oggi è Presidente del Consiglio dei ministri.


