Costituzione: il mito da sfatare
Scritto da Davide D'Urso Sabato 14 Novembre 2009 21:46
La levata di scudi che prontamente si verifica ogniqualvolta un governo di qualsiasi colore cerca di mettere mano alla Costituzione deve necessariamente far pensare.
"La Costituzione non si tocca" è il ritornello più gettonato, ma il mito della Costituzione intoccabile e perfetta è una paranoica idiozia.
Intanto, la Costituzione non è intoccabile, perché è essa stessa a prevedere all’articolo 138 il procedimento per la sua revisione. Se anche non fosse, bisognerà ricordare che la sovranità del popolo si manifesta nel potere costituente, ossia nella possibilità di fondare autonomamente e liberamente il proprio ordinamento sulla base dei valori e dell’architettura istituzionale che si ritengono più opportuni.
Il lavoro svolto dall’Assemblea costituente nel biennio 1946-7 fu la prima, vera manifestazione della sovranità riacquistata dal popolo italiano, che tramite i suoi rappresentanti si dotò arbitrariamente di una costituzione (i delegati la vollero democratica, lunga e rigida).
La differenza di fondo tra il potere costituente e il potere di revisione costituzionale sta in questo: il potere costituente fonda un ordinamento partendo da un foglio bianco, emana direttamente dal popolo sovrano e solo ad esso deve rispondere; il potere di revisione costituzionale invece è a tutti gli effetti un potere "costituzionale", la cui legittimità emana dalla stessa carta costituzionale e il cui grado di libertà – comunque non relativa ai valori fondamentali – è sancita dalla scelta del costituente originario.
La scelta dell’Assemblea costituente portò, nel caso italiano, a una Costituzione rigida e decisamente lunga. Centotrentanove articoli sono tanti e testimoniano la volontà del costituente di non lasciare troppo spazio di manovra alle forze politiche che avrebbero dato vita alla storia istituzionale della Repubblica italiana.
Inoltre, una costituzione rigida come la nostra impone al legislatore procedimenti aggravati nell’iter di approvazione delle modifiche, cosa che rende improbabili - ma non impossibili - velleità riformatrici senza ampie intese in parlamento.
Il secondo aspetto del mito costituzionale italiano è quello della sua perfezione. Spiace deludere i bravi studenti cresciuti a pane, costituzione e sessantotto, ma il "pateracchio" post-fascista non è una costituzione perfetta, tutt’altro.
Ho già accennato al problema grave non della rigidità del dettato costituzionale, quanto della sua lunghezza esagerata. Quando si scrive una costituzione si dovrebbe tener conto che con il tempo la realtà storica e politica (non solo del Paese in questione, ma anche e soprattutto del mondo in cui viviamo) cambia a velocità crescente. La Costituzione del 1948 andava bene nel 1948, era ancora buona negli anni ’50 e accettabile fino agli anni ’70. Ma oggi è decisamente inappropriata e rappresenta un fardello per il Paese.
La Costituzione italiana nacque nell’immediato dopoguerra, dopo il dramma della dittatura fascista e della guerra civile. Il contesto storico e politico interno e internazionale del quale i costituenti dovettero tenere conto incise profondamente nella forma e nella sostanza della costituzione che andavano scrivendo.
L’Italia usciva distrutta da una guerra civile fratricida che aveva spezzato a metà il tessuto sociale del paese, disintegrato il sistema economico e sfibrato moralmente il popolo italiano. La prima necessità della costituente era di dare unità al Paese, evitare fratture, cercare compromessi tra le anime che avevano lottato - più o meno convintamente - contro il fascismo.
"L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro". Il primo comma del primo articolo della Costituzione non ha senso letto oggi e non lo aveva nemmeno letto ieri. Quel "fondata sul lavoro" non significa niente, perché può significare tutto. Come i più informati sapranno, fu il risultato del primo di una lunga serie di compromessi al ribasso raggiunti da sinistre, cattolici e liberali. La sinistra (Pci e Psi) voleva che la Repubblica italiana fosse fondata "sui lavoratori", il resto dell’arco parlamentare non voleva nemmeno sentirne parlare.
Ne uscì che l’Italia è fondata sul lavoro, cioè che l’Italia si fonda su un compromesso al ribasso senza valore.
Altro esempio del tentativo - certo riuscito - di non spaccare il Paese è quel vero e proprio schiaffo alla laicità dello Stato rappresentato dall’orribile articolo 7: "lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi [...]".
I liberali che hanno fatto l’Italia si sarebbero rivoltati nelle tombe se avessero letto un simile articolo, vergognosamente chino alle gerarchie cattoliche – loro sì compromesse con il fascismo –, al punto da citare espressamente la Chiesa cattolica in Costituzione - e perché non la Francia? - e reiterare la validità del concordato fascista del ’29.
Un altro passaggio, questo articolo 7, della "meravigliosa" Costituzione della Repubblica italiana che tanti difendono.
La forma istituzionale prescritta dalla Costituzione è tutta improntata al ribaltamento dell’ordine del periodo fascista: dal decisionismo mussoliniano (accentratore del potere nelle mani dell’esecutivo), a un bicameralismo perfetto senza precedenti né pari al mondo, tale da rendere fisiologica per tutta la prima Repubblica un’instabilità politica e governativa diventata leggendaria anche all’estero.
Il metodo assurdo delle "navette", il ruolo di primus inter pares riservato a un Presidente del Consiglio mediatore, ma anche un’impostazione della giustizia diciamo "molto originale", in cui i pubblici ministeri sono anche giudici e i giudici sono anche pubblici ministeri e entrambi si autogovernano con l’obbligo dell’azione penale.
Un disastro? Sì.
Urgono cambiamenti radicali: la Costituzione va riformata con coraggio da parte delle attuali forze politiche e sulla base degli attuali bisogni del paese.
Non sono d’accordo con chi, nell’opposizione e nella maggioranza, ripete come una cantilena stonata che i primi articoli della Costituzione non si toccano: dovremmo toccarli eccome, con il bianchetto e un po’ di coraggio!
Mi riferisco agli articoli 1 e 7, ma anche all’articolo 11 in cui la guerra viene respinta a priori (e siamo così costretti a salti mortali lessicali, inventando espressioni pittoresche come "missioni di pace" quando combattiamo all’estero) e in cui – ma qui, devo dare atto ai costituenti di non avere colpe – non appare mai la parola "Europa".
La parte prima, Diritti e doveri dei cittadini, è l’unica che non necessita di particolari modifiche, se non aggiustamenti dovuti all’evoluzione sociale avvenuta negli ultimi sessant’anni, primo fra tutti la questione dell’orientamento sessuale e più decisi riferimenti alle politiche sugli immigrati.
La parte seconda, Ordinamento della Repubblica, andrebbe cancellata e riscritta da capo. Non c'è nessuna preclusione né al presidenzialismo all’americana, né al semi-presidenzialismo alla francese, né al cancellierato alla tedesca, né tanto meno al parlamentarismo britannico. Al di là di una mia personale predilezione per il presidenzialismo, le linee guida dovrebbero essere quelle della garanzia della partecipazione all’espressione del governo da parte del corpo elettorale (in modo diretto attraverso l’elezione del Presidente, oppure attraverso un sistema elettorale maggioritario o almeno tendente al bipartitismo, qualora si scegliesse di restare su forme di governo parlamentari); lo snellimento della procedura legislativa, rendendo una sola camera legislativa e stringendo i tempi di discussione e voto dei lavori parlamentari; la risistemazione della giustizia, in modo da separare le carriere dei magistrati tra giudici giudicanti (che devono rimanere assolutamente liberi da ogni controllo) e giudici inquirenti (che dovrebbero essere sottoposti al Ministero della Giustizia, come in tutti gli altri paesi, o in alternativa essere eletti dal popolo), oltre alla rimozione dell’istituto dell’obbligatorietà dell’azione penale.
In conclusione, il mito della Costituzione perfetta e intoccabile è, di fatto, un mito e nulla più, uno dei tanti miti fondativi che la Repubblica italiana dovette creare per rendersi credibile all’estero e all’interno dopo la vergogna del fascismo e il disastro della guerra.
La nostra Costituzione non è intoccabile ed è molto lontana dall’essere perfetta. Gaetano Salvemini la definì un "pateracchio", non posso che essere d’accordo.
Quando gli scolaretti modello avranno finito di ripetere la lezioncina a memoria, di genuflettersi davanti a una carta sessantenne superata dalla storia, di difendere invece di attaccare, il Paese sarà pronto a riscrivere se stesso, iniziando ovviamente dalla Costituzione.


