alt"British jobs for british workers", lavori britannici per lavoratori britannici.

Sembrava impensabile fino a ieri, ma la nazione europea dalla quale sono arrivate la maggior parte delle politiche economiche di liberalizzazione negli ultimi 30 anni, rischia di cadere nel protezionismo più rozzo e antico.

Tutto ciò accede nel Lincolnshire, a seguito dell'assegnazione di una commessa nella raffineria Lindsey Oil della multinazionale Total ad Irem, un'azienda di Siracusa.

Ovviamente questo porterà all'assunzione di lavoratori italiani e non britannici. Tra gli operai della zona si è allargata la protesta contro gli invasori italiani che stanno portando via lavori britannici ai britannici.

Sembra strano, ma i lavoratori italiani vengono trattati esattamente come noi trattiamo i rumeni o gli albanesi che vengono a lavorare onestamente in Italia; quasi per la legge del contrappasso, la storia ci apre gli occhi. Il mondo ci vede come un paese ancora arretrato, e agli occhi dell'operaio inglese c'è ben poca differenze tra un italiano e un migrante proveniente da un paese in via di sviluppo.


Per fortuna, il Primo Ministro inglese, Gordon Brown, conosce alla perfezione i meccanismi della globalizzazione, ed ha definito "indifendibili" gli scioperi, nonostante capisca le preoccupazioni dei lavoratori britannici. Un portavoce dell'Unione Europea ha affermato in una nota: "il mercato unico rappresenta una ricchezza per tutti i Paesi della Ue. La verità è che l'apertura dei mercati crea vantaggi per l'occupazione: non si creano nuovi posti di lavoro chiudendo i mercati. Bisogna sviluppare al massimo i vantaggi del mercato interno".

Anche dall'Italia sono arrivate le dichiarazioni di rito da tutte le forze politiche e dalle parti sociali, ad esclusione dell'unico partito che ha difeso il comportamento e le tesi degli operai inglesi: la Lega Nord.


Roberto Cota, capogruppo leghista alla Camera dei Deputati, ha affermato: "è solo questione di tempo, e poi accadrà anche in Veneto. Sono gli effetti di una globalizzazione senza regole e selvaggia. Domanda e offerta devono essere regolamentate sul territorio. Serve una moratoria sui flussi e la sospensione degli accordi di Schengen".


È evidente l'antieuropeismo presente in queste dichiarazioni - inoltre farei attenzione a votare Lega alle Europee venture -, ma Cota pone una questione che più volte si è riproposta negli ultimi anni in Italia: il tema del protezionismo.


Un primo momento di discussione fu l'inizio di Bancopoli, durante l'estate 2004, quando gli interessi di quattro banche italiane (Banca Popolare di Lodi, Antonveneta, Unipol e Banca Nazionale del Lavoro) si incrociarono con quelli di due banche straniere (l'olandese ABN Amro e la basca Banco Bilbao Vizcaya Argentaria). In quell'occasione, tralasciando le successive inchieste, ci fu un disegno protezionista che aiutava le offerte pubbliche di acquisto (OPA) delle italiane, rallentando quelle delle straniere. Alla fine, dopo le dimissioni dell'allora ministro dell'economia Domenico Siniscalco, il tanto discusso Antonio Fazio si dimise da Governatore della Banca d'Italia.


Un secondo momento è stato lungo diciotto mesi, concluso nell'estate 2007: l'acquisizione di Endesa da parte di Enel e Acciona (società spagnola) attraverso un'Opa di controllo esclusivo. In quel caso le istituzioni spagnole non fecero una grinza, anche sentendo il parere favorevole dell'Unione Europea.


Il terzo momento è relativamente ancora in fase di definizione: mi riferisco alla vendita di Alitalia ad AirFrance, o comunque ad un'altra compagnia straniera. In quella situazione alcune forze politiche parlarono dell'italianità della compagnia di bandiera, come se venisse prima l'italianità e dopo il futuro della compagnia stessa.


In questi diversi momenti storici vengono presentati casi opposti: da una parte l'Italia che vince all'estero (Enel ed Irem), dall'altra l'estero che vince in Italia (banche nel 2004/05 e Alitalia). Come ha cercato di spiegare Brown ai cittadini britannici, queste azioni sono normali in tempi di globalizzazione, e qualunque forza politica che abbia capito la necessità dell'interrelazione tra i paesi - controllata sì, ma rimane comunque globalizzazione di beni, servizi, capitali e persone - non potrebbe pensare realtà differenti.


Il senatore leghista chiede: una sospensione degli accordi di Schengen, che prevedono l'abolizione dei controlli alle frontiere interne degli Stati membri facenti parte dello spazio Schengen; norme comuni sui controlli alle frontiere esterne; una politica comune relativa ai visti e alle disposizioni complementari che permettono l'eliminazione dei controlli alle frontiere interne (in particolare nell'ambito della cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale).

Basta leggere qualcosa sugli accordi di Schengen, che oltretutto sono extra-UE (ne fanno parte anche Norvegia e Islanda), per capirne la necessità e per definire assurda la proposta della Lega - che fino a prova contraria è una componente fondamentale di questo governo -.

Gli unici paesi dell'UE parzialmente fuori da Schengen sono il Regno Unito e l'Irlanda - addirittura la Svizzera ha deciso di aderire.


Cota parla del popolo veneto - e probabilmente ha ragione -, ma la sua funzione di politico sarebbe quella di andare nelle sue piazze settentrionali a spiegare la necessità dell'Unione Europea e degli accordi di Schengen elencando le infinite potenzialità, i meriti ed i risultati ottenuti.

Invece oggi utilizza quest'affermazione per cavalcare la tigre di domani. Dal punto di vista strategico-politico le dichiarazioni dei leghisti sono perfette, ma al mondo e all'Europa interessa molto poco delle assurde richieste delle forze territoriali italiane.


Segue Crisi e protezionismo, parte II


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