Lui non ce la fa: vorrebbe, ma non può. È più forte di lui. È "una sentenza politica" - ha detto - perché frutto di "magistrati rossi che usano la giustizia ai fini di lotta politica". Non ce la fa - dicevo: non riesce ad accettare l'idea che qualcosa possa essere diverso da come lo immagina lui, che anche il capo di governo sia criticabile e che (come in questa occasione) possa persino avere torto. Lui, come le leggi sue e dei suoi amici.
E via con un copione già conosciuto: le toghe sono rosse, le sentenze sono a orologeria, l'uso della giustizia è politicizzato, il popolo sta dalla sua parte, c'è un complotto ordito ai suoi danni, nonostante tutto lui tira comunque avanti come se niente fosse. Per concludere in un crescendo che ha del delirante: "abbiamo una minoranza di magistrati rossi che usano la giustizia ai fini di lotta politica. Abbiamo il 72% della stampa che è di sinistra. Abbiamo tutti gli approfondimenti della tv pubblica che sono di sinistra. Ci prendono in giro, anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete da che parte sta. Abbiamo inoltre i giudici della Corte eletti da tre capi di Stato di sinistra, che fanno della Consulta non un organo di garanzia, ma politico".
Volendo tralasciare altri, eventuali commenti sull'offesa indirizzata nei confronti di Rosy Bindi, che nel suo sessismo più volgare non merita nemmeno di essere qui riportata in calce - e d'altronde, già affrontata da Maria Cerbasi nell'articolo Berlusconi's humor: parliamone.


L'esito della sentenza era scontato. La Costituzione italiana è il frutto di un lavoro intenso, impegnato, rigoroso e non scontato della commissione dei 75 (lavoro che - tra l'altro - è ben documentato, e che per molti dovrebbe essere oggetto di studio), che - tra le tante mansioni a essa assegnate - si preoccupò di stendere un testo che potesse quanto più essere impassibile di interpretazioni spassionate e che si occupasse di stabilire rigorosamente un distinguo tra i vari riferimenti istituzionali e i vari livelli di legge, ponendo se stesso (il testo, la Costituzione) tra quei riferimenti e al più alto tra i livelli di legge.
Il problema del lodo Alfano non è stato tanto la violazione dell'articolo 3, quanto più l'averlo violato in qualità di semplice legge ordinaria, ovvero tramite una precedente violazione dell'articolo 138, quando era invece necessaria una legge di pari rango (costituzionale). In altre parole, la violazione dell'articolo 3 è passata tramite la precedente violazione dell'articolo 138.
In questo senso, l'arringa di Ghedini (anche questa già affrontata da Giulio Gezzi in Primus super pares) era prettamente fuori luogo: anche prendendo per vera l'ipotesi che l'applicazione delle legge non sia uguale per tutti - ovvero prendendo per vera l'esistenza di un "primus super pares", questa disuguaglianza sostanziale è illegittima a prescindere, poiché la Costituzione accenna al contrario - ovvero all'uguaglianza, senza ulteriori specificazioni sulla sua sostanzialità o meno.


L'arringa poteva essere presa in considerazione - e se ne sarebbe potuta valutare bontà e legittimità - solo se quella di Alfano fosse stata una riforma costituzionale.


La Corte costituzionale, dal canto suo, "giudica sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti" (citando l'articolo 134, che di fatto le attribuisce questo compito). Questo esercizio del giudizio - lo si può intuire da sé - ha una natura che si potrebbe definire "scientifica", in quanto - messe da parte ideologie, idee, ideali, soprattutto posizione e parti politiche - consiste in una valutazione prettamente tecnica: l'affermazione B (la legge ordinaria) contraddice l'affermazione A (la Costituzione), che non può essere contraddetta in quanto fondamenta dell'ordinamento?

Semplice - si fa per dire, ovviamente. Altrettanto semplice è voler necessariamente individuare una strumentalizzazione in questo esercizio - e, forse, la vera strumentalizzazione è questa.


Da questo punto di vista, Silvio Berlusconi vorrebbe sintetizzare la vita politica e statale del Paese in due poli opposti, che non sono in armonia né si attraggono, bensì giungono inevitabilmente allo scontro. In un polo c'è lui, i suoi alleati e una larga maggioranza dell'elettorato - non quantificabile, poiché ad ogni dichiarazione estrae e si compiace di una percentuale ogni volta diversa, pur sempre oscillante tra il 60 e l'80%.
Nell'altro polo, invece, ci sono i comunisti - o, come li ha gentilmente appellati questa volta, "quelli di sinistra": gli studenti, i professori, i giudici, gli avvocati, gli operai, i giornalisti, il Presidente della Repubblica, i comici, gli storici, gli impiegati fannulloni. Hanno sotto controllo la Rai, Sky e la stampa, l'istruzione e l'università, la giustizia e la Corte costituzionale.
Questo, almeno, è quello che dice lui, e - messa così come lui stesso la mette - i conti non tornano: i primi dovrebbero essere tanti, tantissimi; i secondi dovrebbero essere più che tantissimi. Matematica e statistica per dilettanti.
Fatto sta che la sua sintesi funziona a dovere: il cittadino (e i cittadini sono sia in un polo che nell'altro) finisce col vivere la politica al pari di una competizione sportiva, nutrendo un odio pregiudizievole verso l'avversario. Con la bocciatura del lodo Alfano, una parte ha lanciato accuse di golpismo, l'altra si è data a un'esultanza esuberante. Proprio come una competizione sportiva, appunto: una tifoseria accusa l'altra di aver comperato l'arbitro, l'altra scende in strada a fare un carosello.
Chiaramente entrambe le posizioni sono immotivate: non dovrebbe esserci nessuno stupore nell'applicazione precisa di una regola - quella costituzionale - altrettanto precisa, il cui esito - come già detto - era scontato anche a un bambino, vista la sua natura strettamente tecnica; e non dovrebbe esserci nessuna esultanza nel constatare che un regola - sempre quella costituzionale - valeva prima e vale ancora oggi. Sì, un po' di soddisfazione è giusto riservarsela, ma l'esagerazione è ingiustificabile.

D'altronde, cosa potrà mai cambiare questa sentenza? Per Berlusconi nulla: non si dimetterebbe mai per questioni di correttezza o di morale (il requisito che si è auto-imposto è uno solo: purché lui e il governo lavorino), né i suoi alleati potrebbero venir meno per queste stesse questioni - sono fatti della stessa natura, in fondo.
Per noi, nulla: ne conoscevamo la natura eversiva anche a processi congelati, e ora (con lo sblocco dei suoi processi, primo fra tutti il processo Mills) riuscirà comunque a evadere la comune prassi giudiziaria, in un modo o in un altro; chi invece era convinto della sua buona fede, certamente non vedrà in questo un valido motivo per ricredersi.
Si guardi piuttosto al Paese. Tralasciamo l'ipotesi di Rutelli (come accennato in un articolo de L'Unità): una proposta del genere difficilmente troverebbe la condivisione e il consenso necessari. Le prospettive, allora, restano due. Da una parte, una caduta del governo causa pressioni (interne ed esterne - più interne che esterne), elezioni anticipate, ennesima vittoria del centro-destra (con o senza la stessa leadership?); ma è lo stesso Cavaliere che rivela come non vedremo mai realizzata una simile possibilità. D'altra parte, Berlusconi potrebbe continuare a governare - e, dalle sue parole, è innanzitutto una promessa -, forte del suo consenso elettorale.


Qui verrebbe inevitabilmente a ricalcarsi la trama de Il camaino (video di cui sopra): la pellicola morettiana, nel suo svolgimento, risulta quasi profetica.

Nel corso dell'udienza, il protagonista imputato (che sarebbe Berlusconi) ricorda di essere il "cittadino a cui la maggioranza degli italiani ha conferito l'onore e la responsabilità di guidare il Paese". Per lo stesso motivo (ovvero in quanto Presidente del Consiglio) taccia il magistrato che sottolinea l'importanza dello svolgersi del corso della giustizia, e ricorda di essere "un po' più uguale degli altri", contrariamente alla dicitura riportata nel tribunale stesso ("la legge è uguale per tutti"). Quando riconosciuto colpevole e infine condannato, accusa i magistrati davanti ai cittadini, invitandoli a reagire: "la casta dei magistrati vuole avere il potere di decidere al posto degli elettori, e direi che è arrivato il momento di fermarli. [...] La nostra democrazia si è trasformata in un regime: un regime contro il quale tutti gli uomini liberi come voi hanno il diritto di reagire in ogni modo".

Gli elementi in comune sono molti: la volontà di riconoscersi "primus super pares" e l'impossibilità di essere giudicato se non dai propri pari, l'essere il riflesso di una precisa sovranità popolare (della quale lui è sintesi e rappresentazione) e il contrasto proprio tra questa sovranità e il regolare corso della giustizia, il ricorso al proprio consenso come arma di minaccia e ricatto, il riconoscimento del proprio consenso come giustificazione interdisciplinare utilizzabile a prescindere dal contesto.


Come fatto notare in un commento al video su YouTube, fino al minuto 6:30 è già tutto accaduto, quasi con precisione svizzera.

Quello che segue, in particolare il settimo minuto, potrebbe essere un futuro remoto, considerando le alte possibilità. Il tribunale in fiamme rappresenta la delegittimazione della giustizia, scavalcata a piè pari sempre dalla stessa sovranità popolare.

Quanto manca? Io non ne ho idea, temo solo che la strada ora imboccata sia quella esatta.


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