L'espansione della sfera economica ha oramai toccato quasi tutti gli stati. In senso positivo quando ha contribuito alla crescita e allo sviluppo, in senso negativo quando ha portato sfruttamento sia umano, sia delle risorse naturali. Anche alcuni beni e servizi che un tempo non erano scambiabili e trasportabili ora lo sono diventati. E da qui è nata l'ultima ondata della globalizzazione moderna. Invece la democrazia non è un modello esteso dappertutto, purtroppo.


Paul Krugman fa un po' il bastian contrario. Se lo può permettere: mentre molti di noi sono convinti che i mercati abbiano già sopraffatto la democrazia, lui elenca alcuni casi che contrastano con tale visione molto diffusa tra la gente.

Una dimostrazione sono gli USA: dalla fine del New Deal in poi, la politica ha creato grande diseguaglianza tra i cittadini, non è stata solo l'economia. Poi, stupisce quando mostra dei grafici riguardanti le proiezioni a lungo termine delle crescite di Cina, Russia e USA. Ripete che sono dati da prendere con le pinze - tutto può cambiare -, ma è alquanto impressionante il fatto che dal 2022 le principali potenze economiche non saranno democratiche.


A partire da un'analisi statistica, non c'è una chiara evidenza che la democrazia porti con sé una crescita maggiore rispetto a quello che lui chiama capitalismo autoritario (Cina e Russia, essenzialmente). Ma almeno la democrazia porta con sé una migliore eguaglianza sociale per i cittadini che sono protetti dalle istituzioni, qui non c'è alcun dubbio.


È davvero felice quando narra le storie dei paesi dell'America latina, del Nafta (Nord America Free Trade Area), che aveva anche l'ambizione di portare definitivamente il Messico ad una democrazia piena. In tutta l'area, la democrazia ha compiuto passi da gigante se compariamo la situazione attuale con gli anni settanta. E se domani la Cina diventasse una democrazia, continuerebbe la sua crescita e diventerebbe un paese migliore.


Si è inoltrato a lungo sul sentiero della critica all'amministrazione Bush. Tutto ampiamente condivisibile, soprattutto quando denuncia i regimi di controllo e le limitazioni a cui sono stati sottoposti i cittadini americani (e non solo) dopo l'11 settembre. Una reazione spropositata che aveva altri fini di controllo politico.


Non c'è bisogno di parlarne, chi legge Krugman sulle colonne del New York Times conosce bene le sue idee in proposito.

C'interessa quando ringrazia John Keynes per averci impedito di ripetere gli stessi errori (con il suo libro: Le conseguenze economiche della pace, del 1919), e per aver provato a salvare la democrazia senza farci diventare tutti stalinisti.

Di tutti gli altri attacchi a Bush, i giornali ne sono sempre stati pieni.


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