Salvatore Grizzanti ha 22 anni, è militante del partito radicale e coordinatore per la provincia di Asti dell’associazione radicale Adelaide Aglietta. All’ultimo congresso dei Radicali italiani è stato eletto membro del Comitato nazionale del partito. Davide D'Urso l'ha intervistato per Die Brücke.

 

 

Salvatore, all’ultimo congresso dei radicali sei stato eletto al Comitato nazionale. Chiariamo un punto: sei un politico di professione?

"No, di professione no. Oggi poi sembra un insulto essere definito politico: a me non dispiace, perché politico, dal greco, è colui che si occupa della cosa pubblica. Siamo tutti animali sociopolitici: sono politico come ogni persona che si interessi un minimo di politica. Da parte mia lo faccio militando, partecipando alla vita di un partito che nella quasi totalità delle sua posizioni rispecchia le mie opinioni personali".

 

Quale dovrebbe essere il rapporto tra giovani e politica e perché un giovane oggi dovrebbe occuparsene?

"I giovani dimostrano scarsa attenzione per la politica: c’è tanto lamentarsi, gli sfoghi del V-day, del No-B day, dell’antipolitica, ma non la ricerca di un’alternativa. Non amo distinguere i giovani dai vecchi in politica: non mi piacciono quelle organizzazioni come – cito a caso – i Giovani Democratici, con cui i partiti danno ai giovani un giocattolo, escludendoli dalle decisioni vere. Io a 22 anni ho avuto la possibilità di essere eletto al Comitato nazionale; la mia tessera vale quanto quelle di Emma Bonino o Marco Pannella, parlo da loro pari.

Perché fare politica? Rispondo con un aforisma di Gandhi: «sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo». O con un altro di Marco Pannella: «quando vedi che intorno a te non c’è più speranza, fatti tu speranza». Io credo di essermi fatto speranza, in primo luogo per me stesso, poi speriamo anche per gli altri".

 

Prova a definire i Radicali italiani in tre parole.

"Laicità: non solo dal punto di vista religioso, ma come modo di agire non ideologico. Per esempio, non siamo contrari al nucleare a prescindere, ma perché sconveniente per l’ambiente e l’economia.

Non-violenza: che è diverso da violenza, ma anche da pacifismo. Significa lottare, non pretendere la pace a ogni costo come fece la sinistra massimalista in occasione della guerra in Iraq: noi non eravamo contro la guerra e basta, ma per un’azione diplomatica. Saddam Hussein aveva accettato l’esilio e l’Onu poteva intervenire per fare un Iraq libero e democratico.

Diritti: il tema che meglio racchiude il nostro essere liberali. I diritti civili rispondono alle esigenze di libertà dei cittadini nei confronti dello Stato, sia per quanto riguarda le scelte su vita e morte – come nel caso Englaro – sia in ambito economico, dove siamo liberisti e - per esempio - riteniamo assurdo che un privato debba vedersi prendere dallo Stato gran parte dei propri guadagni, finendo col diventarne schiavo".

 

A questo proposito, l’ex-Ministro Padoa Schioppa disse che "le tasse sono una cosa bellissima".

"Forse erano una cosa bellissima per lui che era Ministro dell’economia. Le tasse sono belle quando sono eque – penso, ad esempio, che un’Iva al 20% sia esagerata – e quando danno servizi e producono investimenti sul proprio territorio, oltre che nel sociale".

 

I radicali sono gli unici liberali del panorama politico italiano?

"Non credo. Ci sono liberali anche nel Pd e nel Pdl; penso per esempio a Gianfranco Fini, che ora è su posizioni liberali, e ad alcune personalità liberali tra i Democratici. Il problema è convincere queste persone a lasciare il loro posto di potere e unirsi alla lotta non-violenta per fare la rivoluzione liberale in Italia".

 

In Italia c’è spazio per un partito liberale sul modello dell’Fdp tedesco?

"Più che sognare un partito liberale, sogno uno Stato liberale italiano e spero che prima o poi si concretizzi. Noi siamo per la riforma americana delle istituzioni: vogliamo collegi uninominali, federalismo, presidente eletto dal popolo, parlamento forte che faccia da contrappeso e due partiti che, senza valore ideologico, permettano ai cittadini di scegliere le persone. Questo sarebbe uno Stato liberale".

 

Tornando all’economia, l’Italia si è divisa in due schieramenti trasversali: da una parte chi chiede maggiori interventi pubblici per sostenere la ripresa, dall’altra chi, come il Ministro Tremonti, insiste sul rigore per i conti pubblici. Tu e i Radicali da che parte state?

"Io e i Radicali non stiamo da nessuna delle due parti. Più che discutere sul bilancio, c’è bisogno di riforme strutturali. Penso alle pensioni, ma anche alla spesa pubblica e ad una macchina burocratica vecchia. Lì si troverebbe il risparmio da investire nello sviluppo, non con la linea di Tremonti, che dice che in periodi di crisi non si può parlare di riforme: è proprio adesso che si dovrebbero fare".

 

È vero però che se in Italia si toccano particolari temi si scatenano reazioni conservatrici anche di piazza, gli stessi sindacati appaiono estremamente politicizzati: ci sono soluzioni alla costante tensione sociale, è possibile una condivisione su riforme strutturali così importanti?

"I sindacati italiani sono da sempre ideologizzati, non si sono mai occupati solo di lavoratori e economia, hanno sempre avuto legami con i partiti. Questa è la partitocrazia di cui noi Radicali ci vorremmo liberare.

Il problema della condivisione si risolve combattendo la partitocrazia che governa anche l’informazione. Spiegando i vantaggi delle riforme, con un’informazione decente come la Bbc inglese i cittadini capirebbero. Però se tu hai militanti di partito nei telegiornali e nelle reti, non avrai mai un’informazione chiara, ma sempre posizioni ideologiche pro o contro una cosa".

 

Salvatore,  "privatizzano l’acqua"?

"In realtà si parla della privatizzazione della gestione dell’acqua, non certo dell’acqua che è un bene pubblico per definizione. La gestione dei servizi idrici può certo essere privatizzata, come è stata privatizzata quella dell’elettricità o della telefonia. Il settore pubblico anche in quel campo non dà grandi risultati. Una gestione privata, che cercherebbe il profitto, riuscirebbe a limitare sprechi di risorse idriche".

 

I Radicali condividono con Berlusconi due richieste sulla giustizia: la separazione delle carriere e l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale.

"Chiediamo la separazione delle carriere perché crediamo giusto che procure e tribunali siano due cose distinte, che un pm che deve accusare e un giudice che deve giudicare siano due personalità giuridiche con una carriera diversa. È una garanzia per il cittadino che va a processo. Lo propone anche Berlusconi, ma non l’ha mai fatto e quando noi proponemmo un referendum su questo tema prima era d’accordo, poi lo definì comunista. In realtà era un referendum liberale.

Il tema dell’obbligatorietà dell’azione penale è delicato: l’obbligo è diventato discrezionalità del pm all’azione penale. Occorre istituire la responsabilità civile dei magistrati: un magistrato che sbaglia deve pagare".

 

La sinistra e la destra italiane sono entrambe conservatrici?

"Lo sono per forza di cose: non sono nient’altro che gamba sinistra e gamba destra dello stesso regime partitocratico, dove i partiti si spartiscono tutto, dalla sanità alle televisioni, agli enti locali. Vedo riformatori tra singoli parlamentari e ministri, ma non tra i partiti".

 

La sinistra diventa particolarmente conservatrice quando si discute di Costituzione, specialmente riguardo la prima parte. Tu cosa ne pensi?

"La mia opinione è che la Costituzione andrebbe completamente rivista, anche nella prima parte. La Costituzione italiana è frutto di un compromesso, anche alto per quei tempi, per il 1948".

 

Gaetano Salvemini disse: “è un pateracchio”.

"Condivido pienamente il giudizio del socialista e liberale Salvemini".

 

In Svizzera è passato un referendum che vieta la costruzione di nuovi minareti.

"L’esito di quel referendum è un attacco alla libertà religiosa e un segnale dei danni che può fare il populismo".

 

Legato a questo tema c’è quello del crocifisso. In Svizzera vietano i minareti mentre in Italia alcuni vorrebbero togliere i crocifissi dai luoghi pubblici. Le due cose hanno una comune ispirazione laicista, cioè di lotta alle religioni in quanto tali?

"No, sono due cose diverse. Chiedere che non vengano edificati minareti è un attacco alla libertà religiosa, tanto quanto lo è appendere il crocifisso, non toglierlo.

Uno Stato laico deve essere inclusivo. Il crocifisso in un luogo pubblico è esclusivo e irrispettoso verso quei cittadini che cristiani non sono e che non capisco perché debbano avere un consiglio comunale o un tribunale che delibera all’ombra di un crocifisso. Sembra l’inquisizione".

 

Insisto, con una provocazione: il paesaggio è pubblico tanto quanto le aule scolastiche. La costruzione di minareti potrebbe infastidire i non musulmani tanto quanto appendere crocifissi nelle aule i non cristiani. Non si corre il rischio, in entrambi i casi, di eliminare ogni esteriorità della religione per non infastidire nessuno?

"Eliminare ogni simbolo religioso sarebbe senz’altro una follia".

 

Per concludere dirò una parola, dimmi cosa ti evoca: futuro.

Radicali al governo. Non è utopia, ma la consapevolezza che su tanti temi gli italiani danno a noi la maggioranza; come sul divorzio e sull’aborto, sono dalla nostra parte contro il finanziamento pubblico ai partiti e per la riforma americana come la vogliamo noi. Gli italiani sono in maggioranza a favore della legalizzazione dell’eutanasia e dell’antiproibizionismo sulle droghe. Con un’informazione non partitocratica i Radicali avrebbero veramente la maggioranza. Noi vogliamo fare una rivolta nonviolenta per candidarci al governo del paese.”


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