M. Paladino - Porta di LampedusaDopo la rivolta del ghetto di Detroit nel 1967, il reverendo Albert Cleage osservò: "l’uomo nero è un test d’intelligenza per l’uomo bianco". Dopo oltre 40 anni si può dire che l’uomo bianco non abbia superato il test, anche se l’elezione di Barak Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America, ha dato al mondo una grande speranza.

Questa osservazione ci fornisce comunque un suggerimento su come leggere la politica dei paesi occidentali nei confronti dei migranti, e in particolare a renderci conto della gravità dei provvedimenti legislativi adottati dal governo Berlusconi nel mese di luglio.


Anche nell’esperienza individuale, il venire a contatto con qualcosa di altro rispetto a noi, alla nostra cultura, a questa lente attraverso la quale guardiamo il mondo è spesso un’esperienza spiazzante e rivelatrice. È come se ci si vedesse per la prima volta dal di fuori, anche se rimane il fatto che non ci si può distaccare da se stessi ed osservarsi con occhi neutrali: si tratta pur sempre di un coinvolgimento, di un’attività, appunto quella di stabilire e portare avanti una relazione. Varcare il confine è un modo per liberare la propria creatività, ed è anche un modo privilegiato attraverso il quale conoscere se stessi. Abdelmalek Sayad ha parlato di "funzione specchio dei fenomeni migratori": l’immigrazione è l’occasione privilegiata per rivelare la natura della nostra società, la cartina di tornasole su cui è possibile leggere, come a seguito di una reazione chimica, quello che essa è realmente, di rivelare ciò che è latente nella sua costituzione e nel suo funzionamento, di guardare - insomma - dietro la maschera.


Vorrei qui accennare a due interessanti prospettive sociologiche, diverse tra loro, ma che adottano questa angolatura nel guardare al fenomeno migratorio, e - partendo da queste quali spunti - fare delle riflessioni con riferimento all’attualità. Una di queste prospettive è quella del sociologo Alessandro Dal Lago e la seconda è quella sociologico-giuridica di Alessandro Baratta, un giurista e filosofo del diritto scomparso nel 2002.


Nel saggio Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Alessandro Dal Lago osserva che nella politica che l’Italia sta portando avanti in tema di immigrazione (allo stesso modo degli altri paesi europei) è possibile riscontrare una continuità tra governi di centro-sinistra e di centro-destra riguardo a questo tema. Infatti sia il decreto Dini del 1995 che la legge Turco-Napolitano del 1998 hanno avuto "l’effetto di stigmatizzare simbolicamente i migranti come problema sociale e soprattutto come nemici, reali o virtuali, da cui la società italiana deve essere protetta". "I migranti sono dei nemici simbolici (che assorbono i bisogni più disparati di ostilità) e strutturali, necessari per la formazione di identità, di quel noi che oggi si esige a destra e sinistra".

La grande lezione a cui si rifà Dal Lago è quella di Hannah Arendt, in particolare ne Le origini del totalitarismo. La "costruzione sociale" del nemico è un processo che non segue la logica razionale, ma quella del senso comune e della mitologia sociale ed in ciò svolgono un ruolo fondamentale i media, che tanta parte hanno nella formazione di questi.

E l’identità che si vuole costruire (l’identità è un qualcosa che ci caratterizza ma che ha bisogno di una continua costruzione: un progetto e un processo, non qualcosa di stabilito una volta per tutte) è appunto quella di una "Europa fortezza" chiusa nei suoi privilegi economici e chiusa culturalmente. E si badi bene che per una cultura che è per sua natura oltrepassamento e labilità di confine, il chiudersi è un segno di debolezza e di decadenza. E mi sembra utile notare, facendo riferimento alla ultima tornata elettorale su scala europea, che, parallelamente a questa chiusura, si diffondono e rafforzano in Europa ideologie e partiti politici neonazionalisti, come la Lega Nord in Italia.


Al di là del saggio di Alessandro Dal Lago, vecchio di 10 anni, direi che la politica dell’attuale governo si pone su questa linea, ed anzi va oltre. Un esempio su tutti: l’introduzione del reato di immigrazione clandestina nell’ambito del pacchetto sicurezza, il disomogeneo e in più punti contraddittorio provvedimento legislativo approvato nel luglio di quest’anno e proposto al Parlamento dal governo Berlusconi.

Gli ultimi provvedimenti legislativi assumono infatti la stessa funzione rivelatrice, se la guardiamo versante più strettamente concernente il diritto. Il diritto è politica, rappresenta la formalizzazione delle scelte della politica. Il diritto penale in particolare ci permette di misurare con precisione millimetrica il livello qualitativo della tutela di libertà e personalità individuale, nonché del rispetto del principio di uguaglianza. Esso ci indica la quotazione dei diritti fondamentali nel listino dei valori di un determinato contesto sociale. L’introduzione nell’ordinamento giuridico del reato di immigrazione clandestina addirittura si pone in contrasto con i cardini su cui si fonda la stessa democrazia, richiamandosi direttamente a parametri di politica criminale utilizzati in contesti autoritari. Questa norma comporta la squalifica di due categorie tipiche del diritto penale dello stato di diritto, quali il fatto ed il bene giuridico: è criminalizzato il tipo di autore, la sanzione penale colpisce non un atto compiuto ma il modo di essere di una persona, la sua condizione antropologica.


Alessandro Baratta, il fondatore di un innovativo indirizzo criminologico, la criminologia critica, fa notare l’equivoco in cui si cade spesso quando si parla di diritto alla sicurezza, e ci avverte che non sempre vi si cade in buona fede. Si può intendere il diritto alla sicurezza come il diritto che ogni soggetto ha di vedere tutelati efficacemente i suoi diritti, e si potrebbe parlare in questo caso di "diritto ai diritti": in questo caso sarebbe un diritto superfluo, riguarderebbe soltanto l’efficacia e il buon funzionamento del sistema giuridico. Si può però intendere il diritto alla sicurezza come selezione di alcuni diritti di gruppi privilegiati e una priorità di azione per l'apparato amministrativo e giudiziale a loro vantaggio. La ristretta prospettiva della lotta contro la criminalità implica l’utilizzo di meccanismi discriminatori nell'amministrazione dei diritti fondamentali, a vantaggio di cittadini "rispettabili" e garantiti e a spese degli esclusi (migranti, persone di colore, senza lavoro, senza casa, tossicodipendenti, giovani marginalizzati, ecc.). Tutto ciò, per di più, condiziona una riduzione della sicurezza giuridica che, allo stesso tempo, alimenta il sentimento di insicurezza nell'opinione pubblica e trae alimento da esso.


L’accentuazione che spesso i governi pongono sul tema della sicurezza, spesso trattato genericamente o soltanto evocato, tradisce quindi una politica che mira al controllo sociale degli esclusi, funzionale ai meccanismi disumani e schiavistici di accumulazione imposti dalla globalizzazione neoliberale dell'economia. E purtroppo anche in questo caso tra destra e sinistra ci sono spesso più convergenze che differenze.


L’alternativa è quella di una politica integrale di protezione e soddisfacimento dei diritti umani e fondamentali. Al modello del diritto alla sicurezza, oggi dominante, è da contrapporre quello della sicurezza dei diritti, della protezione integrale di tutti i diritti, quindi dei diritti di tutti. La lotta alla criminalità, condotta dal sistema penale, sarebbe solo una parte sussidiaria di una più ampia lotta per una società basata sulla realizzazione dei bisogni reali, cioè delle potenzialità di sviluppo degli individui e dei popoli. L’orientamento verso questo secondo modello costituisce non solo una opzione possibile, ma bensì un’alternativa consona ad uno Stato sociale di diritto così come è previsto e progettato dalla nostra costituzione.


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