Globalizzazione = Disoccupazione?
Scritto da Massimo Chiriatti Domenica 18 Gennaio 2009 02:15
Si parla molto di globalizzazione, ma spesso se ne ha un'idea abbastanza generica. Il concetto è invece abbastanza semplice: un mercato è un mercato globalizzato quando quello che succede in una parte del mondo influenza in modo significativo soggetti che vivono o operano molto lontano.
In primo luogo le imprese devono preservare la competitività e, se ottenuta, potranno far leva sull'economia di scala derivante dall'accesso a mercati più estesi. Per i consumatori si è già aperto un mercato con un più ampio ventaglio di prodotti disponibili e quindi con più scelte.
Abbiamo finora letteralmente goduto di tutto questo grazie ai prezzi tendenzialmente più bassi dei prodotti importati con conseguente bassa inflazione. Ma qual è il fenomeno che ha ispirato ed alimentato la recente globalizzazione?
Di seguito, le cause e gli effetti più importanti:
- l'apertura dei mercati dovuta agli accordi internazionali (WTO);
- una straordinaria riduzione dei costi relativi al trasporto;
- l'imponenza del progresso tecnologico;
- la privatizzazione delle aziende pubbliche.
A prima vista, tali innovazioni richiedono solo una frazione della forza lavoro rispetto alla grande intensità di lavoro che richiedevano le produzioni nei decenni precedenti. Ma per inquadrare correttamente la relazione globalizzazione-disoccupazione, dobbiamo affermare che non esiste un legame diretto (e inversamente proporzionale). Piuttosto, noi dovremmo avere una visione pluridimensionale del problema occupazionale, poiché la disoccupazione dipende anche da molti altri fattori: tasso d'interesse, livello degli investimenti, produttività, valore delle retribuzioni, normative, eccetera.
L'economia oggi richiede flessibilità, nel senso che c'è bisogno di una forza lavoro in grado di essere rapidamente adattata a nuove situazioni, nonché lavoratori aperti al concetto di "apprendimento per tutta la vita" piuttosto che "lavoro per tutta la vita".
Ecco perché la competitività non riguarda soltanto l'industria ma ciascun cittadino, poiché vi è un forte legame fra la globalizzazione, la formazione e l'occupazione.
Ma questo processo è aggravato dal fatto che una piccola, ma rilevante, parte della popolazione sembra essere scivolata fuori dal mondo del lavoro. Le mansioni comuni, che un tempo procuravano un ragionevole salario, oggi non consentono di mantenere un decente standard di vita. Questo ha fatto sì che molti lavoratori vivano oggi in condizione di povertà. L'economia può crescere lo stesso anche senza il loro contributo, purtroppo: "winners and losers", dicono gli inglesi.
Questo quadro oscuro è solo un lato della storia. Molte persone, infatti, vivono meglio di prima: hanno visto moltiplicarsi le loro scelte e non solo i canali televisivi, anche in fatto di istruzione e divertimento.
Per definizione, infatti, lo scambio (di beni o informazioni) non è un gioco a somma zero. I paesi che si aprono alla competizione offrono ai propri cittadini più ampie opportunità di acquisire conoscenze che - se ben sfruttate - possono davvero considerarsi inesauribili. In tal modo, tutti noi abbiamo la speranza che più stretti legami tra le nazioni promuovano sia la condivisione d'interessi sia il rafforzamento degli ostacoli alla generazione di nuovi conflitti.
Sappiamo che - pur dovendo cambiare - abbiamo la capacità di costruire, sulla nostra storia e cultura, una risposta equilibrata ai conflitti tra competitività e solidarietà.
Purtroppo, l'integrazione economica tra le nazioni non è una condizione sufficiente a fermare le guerre in atto nel mondo, ma osservando il nostro passato (il processo che ci ha portato all'Unione Europea) abbiamo la ragionevole certezza che tale interdipendenza ha avuto un importante ruolo nella ricerca della stabilità e della pace.
Altrimenti non riusciremo a costruire un futuro - non solo economico - veramente prospero e stabile. Per tutti.


