Nella pochezza del dibattito politico corrente, contraddistinto da un utilizzo improprio ed approssimativo del linguaggio, le prime e più illustre vittime sembrano essere proprio le parole. Quelle parole senza le quali la politica resterebbe muta e che secondo Aristotele distinguono gli uomini dalle bestie, rendendo praticabile la vita in comune (Politica, I, 1253a).

Parlar bene non è - si badi - questione di mera forma, di stile, bensì di contenuto. È capacità di imprimere sfumature espressive che si riflettono nell’uso, più o meno rigoroso, dei concetti. È attitudine a elaborare pensiero astratto secondo i dettami propri della logica, al di là delle distorsioni ideologiche. È senso storico e sensibilità storica. Come avvertiva George Orwell nel 1946, liberandosi del cattivo linguaggio «si può pensare in modo più chiaro, e pensare in modo chiaro è il primo passo necessario per una rinascita politica». E proprio al rapporto fra manipolazione linguistica e totalitarismo Orwell dedicò pagine illuminanti nel suo romanzo più celebre, apparso due anni dopo.

 

 

Un linguaggio povero produce una politica povera, un linguaggio distorto produce una politica distorta. A questa verità elementare va accostata una verità ulteriore: un linguaggio povero e distorto ostacola l’intuizione e rende la comprensione impraticabile. Un vocabolario carente impedisce di cogliere il significato degli eventi, di individuare analogie col passato. I fili rossi che collegano fatti apparentemente disgiunti restano oscuri. Tutto sfuma dietro la patina opaca e viscosa della chiacchiera, a causa della quale ogni autentica capacità di giudizio è preclusa.

Un esempio piuttosto lampante della povertà di idee e di linguaggio mediante cui si esaminano i fenomeni politici è rappresentato dalla Lega Nord e dall’analisi delle ragioni della sua crescente popolarità fra gli elettori.

 

Il primo luogo comune, ormai consolidato – ma non per questo meno infondato –, concerne il suo «realismo». Nella vulgata corrente, il movimento guidato da Umberto Bossi sarebbe quello maggiormente in grado di identificarsi con gli interessi immediati e viscerali della sua base. La sua forza risiederebbe nella capacità di soddisfare esigenze concrete e di parlar chiaro, al di là di ogni vaneggiamento intellettualistico. Gli stessi esponenti del Carroccio rivendicano con orgoglio tale carattere, elevandolo addirittura a principio guida dell’azione politica.

«Il popolo è con noi», ha dichiarato Francesca Zaccariotto, proponendo la candidatura di un presidente di regione leghista in Veneto (16 ottobre). «Il popolo è contrario e ci vuole altro che un magistrato europeo che fa sentenze nel nome del popolo ma contro il popolo», ha affermato Umberto Bossi, schierandosi contro la famigerata sentenza sul crocifisso della Corte europea dei diritti dell’uomo (7 novembre). «È sempre utile ascoltare in democrazia ciò che vuole il popolo e non ciò che vogliono le élite più o meno illuminate», ha sostenuto Roberto Maroni, commentando l’esito del referendum svizzero sulla costruzione di nuovi minareti (29 novembre). Pareri identici, riportati dalle agenzie, si contano a decine.

 

Ora, spingendosi ad un livello appena più sofisticato di analisi, è agevole rendersi conto di quanto poco «realismo» compaia nello stile della Lega Nord. Quel che rinveniamo, al contrario, è una cultura politica sincretista, contraddistinta da marcate venature anti-elitiste ed antiparlamentari. Qual è, in fondo, il popolo di cui parla la Lega? Certamente non il populus giuridico, che si esprime «nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione» - per citare la felice formula contenuta nella Carta del 1948. Ma nemmeno il popolo effettivo ed “empirico”, che è intrinsecamente diversificato e plurale – composto com’è da individui e piccoli gruppi – e mai si esprime tramite una voce univoca. No, il popolo cui fa appello la Lega Nord è un simbolo, nonché un principio di legittimità ancestrale, molto più antico delle moderne (e razionalizzate) istituzioni rappresentative.

Si scorge in controluce l’idea risalente alla giuspubblicistica medievale – riproposta in modo probabilmente inconsapevole e certamente rozzo –, secondo cui la sovranità del Re non trae origine da una donazione unilaterale e irrevocabile da parte del popolo, originario detentore di essa, bensì da una mera concessio. «Da qui viene dedotto» - rilevava a suo tempo Otto von Gierke - «che alla collettività appartenesse sempre un potere legislativo superiore al principe ed un controllo permanente sulle funzioni sovrano. E fu accanitamente sostenuta l’ulteriore conseguenza, che il popolo fosse autorizzato a convenire in giudizio il sovrano inadempiente e a sostituirlo, giudicandolo secondo il diritto». Insomma, siamo fuori al di fuori della logica liberale e illuministica per la quale il consenso si misura nel rispetto di norme date (democrazia procedurale); ci troviamo alle prose con una più remota concezione secondo cui tale delega è, appunto, privatistica – diversamente dal contrattualismo moderno, il popolo non si dà un ordinamento tramite un contratto, bensì realizza un convenant con un’autorità terza – e l’obbligazione scaturente sempre risolvibile.

 

Ma se il popolo leghista è, appunto, un riferimento meta-empirico, uno strumento di mobilitazione e di esorcismo contro l’intellighenzia corruttrice, dietro cui è possibile scorgere un’eco della tradizione medievale, che dire della Lega nel suo complesso? Che dire del suo progetto politico in senso lato, dell’idea di società che la anima?

Ebbene, a me pare – rovesciando in toto l’opinione più diffusa – che si possa ricondurre il leghismo alla tradizione utopica. In questo caso le obiezioni proverrebbero, forse, prevalentemente da sinistra, per la quale, spesso e volentieri, utopismo e progressismo si identificano. Sennonché secoli di letteratura utopistica dimostrano esattamente il contrario. Anzitutto, come ha rilevato Ralf Dahrendorf nel suo Fuori dall’utopia (1971), l’utopia presuppone sempre una totale stabilità sociale: «Utopia nel suo complesso rimane un perpetuum immobile». L’utopismo concepisce il conflitto sociale come mero accidente, per lo più riconducibile a forze pregiudizialmente avverse all’affermarsi della vera Giustizia. Inoltre, quand’anche la conflittualità è necessaria per permettere la realizzazione di Utopia stessa, tale conflitto è destinato ad evaporare una volta instaurata la società perfetta. No, Utopia risponde sempre a logiche di tipo armonicista ed inevitabilmente antipluralistiche. In secondo luogo, non va dimenticata l’esistenza – accanto ad utopie socialiste, tecnocratiche, produttivistiche, pacifiste, e via discorrendo – di utopie agrarie e passatiste, sorte in reazione al materialismo moderno.

Nel volume Storia dell’Utopia (1922), Lewis Mumford dedicò brillanti pagine alla Country House, aulico luogo di ritiro per aristocratici. Qui «il possesso è basato sul privilegio e non sul lavoro. I diritti sulla terra che furono quasi sempre ottenuti storicamente con la forza e la frode sono il suo fondamento economico […]. L’ideale della Country House è quello di una esistenza completamente priva di funzioni, o al massimo, tutte le funzioni che sono prerogativa di un uomo civile sono svolte da funzionari». Esistono poi le utopie pangermaniche di ascendenza romantica, in cui George L. Mosse scorse le origini più remote del nazionalsocialismo. Esistono quelle, anch’esse ruraliste e nobiliari, del «catonismo» – giusta la definizione di Barrington Moore jr. – impregnate di odio verso «il mondo atomizzato e disintegrato dalla scienza e dalla civiltà urbana moderna». Ed esiste l’utopia reazionaria par excellece, quella slavofila.

 

Ciò che si può riscontrare, insomma, è una vasta gamma di “mondi ideali” basati su logiche gerarchiche, saldamente autarchici, preservati da ogni influsso e contaminazione esterna. Ed è, appunto, a questa sensibilità utopistica che sembrano fare appello i dirigenti leghisti, allorché vagheggiano di un’Italia non multietnica, o di una possibile secessione padana – quasi che, in politica, il volontarismo regnasse sovrano, e la funzione di governo consistesse nell’applicazione di principi astratti alla “grezza materia del mondo”, anziché nell’imperfetto e contingente tentativo di gestire processi inintenzionali e spontanei.

Per ora basti. La scarsa comprensione della forma mentis leghista è, in fondo, soltanto un esempio della più generale incapacità di allargare lo sguardo oltre il quotidiano. Seguendo questa strada, tuttavia, è per lo meno dubbio che la comprensione dell'attualità politica da parte del comune cittadino possa andare molto oltre l'adesione agli slogan parossistici od il perturbamento emotivo. Non resterà, in quel caso, che assecondare la deriva oclocratica di chi strepita: «fate decidere la gente!».


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