Barack Obama si è insediato ieri alla Casa Bianca. Gli Stati Uniti hanno creduto nel suo sogno e nel suo progetto, ma soprattutto, come ripete più volte, "tutti i popoli della terra" lo vedono come un punto di rifermento per il superamento del periodo di crisi economica, ecologica, sociale e politica che viviamo.
Il neopresidente intende dare queste risposte al mondo; ascoltandolo si percepisce un qualcosa di storico nelle sue parole.
Obama ha la capacità di rendere ogni istante storico. I continui riferimenti al passato intendono segnare un filo conduttore tra l'America della dichiarazione d'indipendenza e la sua America. Continua a parlare di cambiamento e di superamento di vecchi schemi politici, ed è convinto della fattibilità dei suo programmi proprio per la mentalità e lo spirito degli americani.
Come quasi tutti i presidenti americani, sente che il suo non è solo un mandato terreno, ma c'è qualcosa del progetto divino in quel grande paese.
Afferma che "la promessa divina che tutti siamo uguali, tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire la felicità in tutta la sua pienezza”. Promessa divina a parte - è oggettivamente difficile per un europeo entrare nella mentalità americana e nella loro convinzione di essere mezzo di Dio in terra -, è interessante notare come il Presidente elenchi due concetti politici antichi - l'uguaglianza e la libertà - in una chiave americanizzata, cioè in riferimento al diritto alla felicità.
In pochi minuti passa in rassegna tutti i punti del suo programma, dalle infrastrutture alla fine dell'immobilismo, dalla sanità all'istruzione, dalle energie rinnovabili alla crescita, ma si percepisce che tutti questi programmi sono attuabili solo attraverso un cambiamento degli Stati Uniti.
Mirko Pagliai in un precedente articolo (C'è un'America e c'è un'Italia) diceva una cosa giustissima: "ha vinto, e forse saprà cambiare l'America. Oppure, proprio poiché ha vinto, l'America oggi è cambiata". Quest'espressione sottolinea la necessità di cambiamento della prima potenza al mondo, e questo change può avvenire solo attraverso un impegno della popolazione.
Se dovessi riassumere il discorso di Obama di ieri (un articolo sul discorso preciso è stato pubblicato da Marco Spallone, Il vento del cambiamento è arrivato), credo che la novità - almeno per la politica contemporanea - sia proprio questa: viviamo in un mondo nel quale i politici promettono la luna, come se quest'arte regia sia capace da sola di cambiare le cose. Non è così, ed Obama ha avuto il coraggio di dirlo. Sembra banale ma, come Kennedy qualche decennio fa, chiede ai cittadini di fare qualcosa per il loro paese. Tutto il discorso è una cornice proprio per questa argomentazione centrale.
Obama da solo non può fare molto - almeno dal punto di vista di rilevanza storica ,- perché ha bisogno di un grande movimento di cambiamento del popolo americano e mondiale.
Obama rappresenta quella Politica capace di dare una visione del proprio paese e del mondo.
I problemi saranno tantissimi (dalle tensioni interne ai democrats, alla difficile situazione internazionale, dalla radicalità dei poteri forti, alla crisi economica, dalla sfida di una globalizzazione diversa, al ritorno dell'occhio dello stato sull'economia, dal progetto di denuclearizzazione del mondo, alla battaglia per il ritorno dell'evoluzionismo al centro dello studio scientifico), ma ascoltando le parole del Presidente ci si sente all'interno di una storia, si percepisce di essere artefici del nostro destino.
È questa la grande sfida di Barack Obama.
Il discorso integrale in italiano di Repubblica.it


