C'è da stare preoccupati. Non tanto per il presunto scontro tra magistratura e politica, ma per la percezione che i media stanno offrendo del potere giudiziario. L'ultimo esempio: la liberazione dell'ex sindaco di Pescara, Luciano D'Alfonso. Il messaggio che è passato è il seguente: D'Alfonso è stato liberato perché i fatti non sussistono. E via col solito carosello: Veltroni che si scandalizza per la gravità dei fatti, Berlusconi che strumentalizza al fine di sottolineare i suoi scopi, Violante che urla alla riforma, Cicchitto che rimprovera Veltroni. E vai col liscio.

Piccolo problema: D'Alfonso non è stato liberato perché innocente, anzi, le accuse restano. Ma l'ordinanza di custodia, dato che il sindaco si è dimesso e il 5 gennaio il comune verrà commissariato, non è più necessaria, poiché l'inquinamento delle prove non si potrà verificare. Insomma, non è un teorema, almeno per ora (ci sono le aule giudiziarie per difendersi, accusare, capire, sentenziare).

Semplicemente, dal 24 dicembre (regalo di Natale?) D'Alfonso è un uomo libero, accusato, tra le altre cose, di corruzione e di associazione per delinquere. Poi la giustizia farà il suo corso naturale - lo si spera, perlomeno - e potremo mettere la parola fine sul caso.

 

Non mettiamo la parola fine, però, su questa benedetta questione morale. La ragione è ovvia: c'è. Ultimamente Pierluigi Battista sul Corriere della Sera ha ricordato come Enrico Berlinguer, in quella storica intervista ad Eugenio Scalfari all'alba degli anni ottanta e del craxismo, si sia inventato questa maledetta questione morale perché non sapeva che pesci pigliare. Il compromesso storico era ormai impraticabile, il diretto concorrente a sinistra del PCI, il PSI, andava al governo, l'URSS cominciava a traballare, il partito era condannato all'opposizione.

Serviva una scossa, un qualcosa che nobilitasse l'operato del partito comunista più forte dell'occidente. E tirò in ballo la superiorità morale che avrebbero dovuto incarnare le donne e gli uomini del PCI. Per Battista fu un evento deleterio per la democrazia futura, e il professor Panebianco, sempre sul Corriere, rincarando la pillola battistiana, si lamenta di quanto questa inutile questione morale abbia governato la politica moderna con arrogante prepotenza. Fedeli a quella splendida massima dell'esperto Gianni De Michelis: "il politico può essere anche mariolo, basta che sia bravo".

 

Ovviamente sono chiacchiere da salotto. La questione c'è, ed è anche urgente. Il problema non sta nello scontro con la magistratura.

D'accordo, la magistratura è un potere, forse anche più influente della stessa politica. Ma quando ci sono dati oggettivi, prove lampanti, indagini limpide, non ci sono tante discussioni che tengano. Quando leggi che sessanta parlamentari sono sotto inchiesta non puoi ragionare col metodo berlusconiano della persecuzione politica, tanto meno puoi difenderti alla craxiana maniera del "così fan tutti". Devi prendere il toro per le corna: un corno è politico, l'altro è morale.

 

La ricetta? La potrebbe formulare anche un bambino. Un partito, qualunque esso sia, dovrebbe sottrarsi a portare in Parlamento personaggi coinvolti in vicende giudiziarie, giustamente o no. Non perché sia automaticamente colpevole: ma perché, semmai lo fosse realmente, eviteremmo di avere come rappresentante un condannato.

Non è colpevole? Benissimo, che si candidi. Può, è un suo diritto. È pulito, tra l'altro. Per quale balzano motivo un cittadino condannato può sedere tranquillamente nel tempio della democrazia di un paese? Si dice: la persecuzione politica. E dunque? Abusi di un privilegio per scontrarti col potere giudiziario? Certo, non esiste l'infallibilità della magistratura. Tanto meno della politica. La quale, però, ritiene se stessa come intoccabile.

 

Altro esempio: la procura di Potenza chiede al Parlamento l'autorizzazione a procedere nei confronti del deputato Margiotta. La giunta cosa fa? Non la concede. Va bene, è un suo diritto, è una peculiarità dell'organo. Ma è la motivazione a indisporre: perché i reati non pretendono pene gravi. Sta qui il problema: nel volersi sostituire ad un potere che non compete, nel voler dettare le regole del gioco sempre e comunque.

 

La faccenda è complessa. La verità raramente sta nel mezzo. E se la politica vuole davvero svolgere la propria funzione - non dico con intelligenza, ma almeno con etica - dovrebbe adempire al suo dovere: agire in favore del bene comune.

Risolvere una questione come quella morale vuol dire lavorare per il bene comune. Non era il capriccio di un brontolone segretario comunista, come vorrebbero farci credere i vari Battista e Panebianco, era un presentimento, una paura, un avvertimento.

La politica è fatta dagli uomini. E uomo avvisato, mezzo salvato. Vogliono salvarsi? Sradicassero le mele marce, estirpassero le erbacce, andassero in analisi.

Che facciano qualcosa, per carità. Prima che sia troppo tardi.


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