Che il problema immigrazione esista e sia sotto i riflettori è ormai noto da tempo, così come è evidente che l'Unione Europea poco o nulla abbia fatto, preferendo lasciare la patata bollente nelle mani dei singoli stati e quasi abbandonandoli a se stessi. Mi sembra opportuno fare alcune riflessioni sulla situazione attuale dell'immigrazione in Italia e su come ci si è arrivati.


L'Italia, nel veloce passaggio da Paese di emigrati a Paese di immigrati, non ha saputo affrontare il problema in maniera efficiente e non ha saputo trovare una politica adatta. Invece di affrontare una politica di programmazione seria di flussi e arrivi, così come avviene negli altri stati europei e negli Stati Uniti, i politici italiani hanno approvato leggi inapplicabili.


La prima legge in materia di immigrazione del 1986 prevedeva la richiesta da parte del datore di lavoro ad un ufficio di collocamento. Quindi, se non disponibile nessun italiano o straniero residente in Italia, si procedeva ad assegnare a quel datore un lavoratore straniero presente nelle liste delle ambasciate all'estero. Ovviamente tale procedura fallì, sia per i lavoratori italiani che stranieri, in quanto nessun datore di lavoro avrebbe assunto senza conoscere (spesso sono necessari colloqui e selezioni).

Successivamente, la legislazione venne leggermente modificata con la legge Martelli, che introduceva uno sponsor, quindi con la Turco-Napolitano, il decreto Dini e la più famosa legge Bossi-Fini del 2002.

Ma in più di vent'anni di immigrazione, nessuno - destra o sinistra - si è impegnato o ha considerato una programmazione dei flussi, come avviene in ogni paese civile, ma ci si è limitati ad introdurre le cosiddette regolarizzazioni, ovvero la possibilità per un certo numero di clandestini presenti sul territorio, che dimostrino di avere un lavoro o altre specifiche caratteristiche, di regolarizzare la loro posizione. Ovviamente, coloro che non rientrano nella regolarizzazione continuano ad essere clandestini, ed il segnale dato è un incentivo ad entrare clandestinamente in Italia per poi aspettare la puntuale regolarizzazione.


Se controlliamo i dati sull'immigrazione (dossier statistico immigrazione Caritas Migrantes) ci rendiamo conto che l'Italia ha una presenza di immigrati assolutamente sotto la media Ue, che è del 6%. Noi ci attestiamo ad un 4%, che confrontato con il 9% tedesco non può che destare sorpresa. E i dati mostrano come il problema immigrazione sia assolutamente sopravvalutato nel nostro bel paese, forse usato ad hoc in momenti critici per distogliere l'attenzione da altre problematiche molto più importanti.

Ed infatti il problema sale di nuovo alla ribalta delle cronache quando vengono posti in prima pagina stupri ad opera di immigrati o con l'intensificarsi degli sbarchi di clandestini.

E mentre i dati sulla presenza degli immigrati a livello europeo mostrano la non esistenza del problema immigrazione, così come invece ci viene presentato dai nostri politici (in particolare dalla Lega e PdL), i dati Istat 2006 contraddicono la campagna anti-straniero violentatore, mostrandoci che solo il 3,5% degli stupri sono commessi da uomini estranei alla donna e di questi una minima parte sono immigrati: il resto è compiuto da amici, conoscenti, fidanzati o ex fidanzati, mariti o ex mariti.

Il problema non è dunque l'immigrato violentatore, ma una società (quella italiana) che non rispetta una donna libera ed emancipata e che ancora soffre i sintomi patriarcali di un maschilismo violento ed ingiusto, non  sconfitto affatto - a quanto pare - dalle campagne e dall'impegno delle nostre madri negli anni scorsi, e che purtroppo a volte subisce il fascino e l'appoggio delle giovani donne di oggi.


Il tema immigrazione ha nuovamente calamitato le attenzioni di media e politica quando lo scorso 7 maggio una nave di immigrati, intercettata in acque internazionali tra la Sicilia e Malta, venne respinta, cioè "accompagnata" dai nostri militari in Libia. L'operazione venne definita "una svolta storica" da Roberto Maroni e difesa da Silvio Berlusconi. Il tutto ebbe luogo grazie ad un accordo bilaterale, firmato il 12 agosto del 2004 tra Berlusconi e Muammar Gheddafi, che prevedeva le scuse alla Libia e con il quale ci siamo impegnati a pagare 5 miliardi di dollari in 20 anni, in cambio di una via preferenziale nella costruzione e progettazione di nuovi impianti energetici ed infrastrutture in territorio libico da parte delle imprese italiane e del libero ingresso in Libia degli italiani espulsi nel 1970. L'accordo prevedeva inoltre l'impegno, da parte della Libia, a controllare le sue coste ed evitare le partenze dei clandestini - e a quanto pare anche ad accettare i cosiddetti respingimenti.

Aggiungere "a quanto pare" è d'obbligo, poiché l'accordo è stato mantenuto segreto e non solo non vi è traccia negli atti parlamentari, ma l'Italia si è rifiutata di rendere pubblici gli atti nonostante le formali richieste avanzate dal Parlamento europeo, dal Comitato diritti umani delle Nazioni unite e da organizzazioni non governative. Tralasciando il fatto che la Libia sia una dittatura governata dal generale Gheddafi, dove non esiste libertà di stampa, di pensiero, parola ed opinione, e che sia stata posizionata all'ultimo posto nella classifica delle libertà da Freedom House, ciò che l'Italia ha fatto è qualcosa di inconcepibile per qualsiasi Stato civile: non si tratta infatti di esercitare il diritto di uno Stato a rifiutare sul suo territorio la presenza di determinati cittadini, ma si tratta del non rispetto dei più elementari diritti dell'uomo, stipulati nella Convenzione di Ginevra ed in questo caso non firmata dalla Libia di Gheddafi, si tratta del non rispetto (da parte dell'Italia) del diritto di asilo politico.

Tale diritto non è stato rispettato quando non si è permesso a immigrati (clandestini o meno) di chiedere asilo politico, e li si è spediti in un altro paese, in questo caso non libero, non democratico, che non ha firmato la Convenzione di Ginevra e che non dà alcuna garanzia sul futuro di quelle persone.


Clamore hanno suscitato le critiche dell'Unione Europea e del portavoce del Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, che ha sostenuto la missiva dell'Unhcr al governo italiano. La risposta del Ministro Maroni non si è fatta attendere: ha addotto la colpa ad un'Europa disinteressata al problema immigrazione, dal momento che non è mai intervenuta in materia.

In effetti risulta impossibile contraddire in questo il Ministro italiano, che però - allo stesso tempo - commette un autogol: bisogna infatti tenere conto che l'Europa porta avanti ciò che il Parlamento europeo discute, e le discussioni nel Parlamento europeo sono sollecitate dagli europarlamentari; bisogna quindi ricordare ai nostri rappresentanti politici che non possiamo aspettarci che  un eurodeputato finlandese, seppur in media presente al 90% delle sedute, si preoccupi di un problema italiano dovuto alla nostra incapacità di porre in atto politiche migratorie serie.

Ebbene sì, perché il problema torna ad essere non l'Europa, che si disinteressa della problematica italiana, ma gli europarlamentari italiani, che non svolgono il loro lavoro. 


Per riportare alcuni dati nel 2004, la presenza degli italiani alle sessioni di voto era pari al 56%, contro l'83% dei tedeschi e l'81% dei greci. Non solo, ma l'attuale Ministro Renato Brunetta, quando era deputato al Parlamento europeo, aveva una percentuale di presenze pari al 48% (fonte Il Piccolo di Trieste), lottando per il podio degli assenteisti.

Secondo un'analisi condotta dalle Acli, Silvio Berlusconi, quando non aveva incarichi di governo (tra il 1999 e il 2001), è stato assente al 92,4% delle sedute, e gli altri rappresentanti del suo partito sono stati i più assenteisti di tutto il Parlamento. La stessa inchiesta pone al primo posto i finlandesi con l'89,5% delle presenze, a seguire belgi 89,3%, olandesi 88,7% e ultimi in classifica gli italiani con il 68,6% di presenze, a ben tredici punti di distanza dai penultimi che risultavano essere i cugini francesi con il 79,5% di presenze.

Sempre rimarcando il problema assenteismo, il 14 gennaio scorso il Parlamento europeo ha votato un irrigidimento delle norme contro l'assenteismo, approvato quasi all'unanimità, con i voti contrari dei nostri eurodeputati del PdL - e questo la dice lunga sul perché non si affrontano problemi legati all'Italia all'interno dell'Europarlamento.


Quindi, tornando all'immigrazione, è doveroso da parte dell'Italia iniziare un lavoro vero di analisi e studio della situazione, con creazione di proposte, leggi e programmazioni serie, così come avviene negli altri paesi europei e negli Stati Uniti. E credo che sia necessario ricordare - a chi si candida alle prossime europee - che la presenza alle sedute del Parlamento Europeo è d'obbligo e non opzionale, se veramente si vuole iniziare un dibattito in materia.

Ma ciò che ritengo fondamentale è ritornare a sottolineare l'importanza dei diritti umani, partendo proprio dall'assicurare il diritto di asilo politico, perché nel momento in cui si tollera il non rispetto anche solo di un diritto o parte di esso, tutti gli altri diritti sono in pericolo.


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