"Il re è stato colpito!". Tra le pareti del grande castello non si sente urlare altro. I grandi cavalieri del regno si schierano a testuggine intorno al corpo del sovrano, per poterlo difendere con la loro stessa vita. I grandi ministri, invece, si comportano in maniera anomala.

In un caso del genere, infatti, ci si aspetterebbero rassicurazioni, discorsi atti a tranquillizzare il popolo in apprensione. Invece no. Ci si aspetterebbe un po’ la replica di ciò che siamo sentiti dire a proposito della crisi: "va tutto bene"; "ci riprenderemo presto"; "l’Italia non subirà molto". Al contrario, quello che trapela dai proclami del governo è una serie di avvertimenti, di minacce, di paure: "non è il gesto isolato di un folle"; "poteva morire"; "si ripeterà".

 

Ora la domanda che ci si pone è una: queste sono le reazioni di una corte spaventata da ciò che è avvenuto al proprio sovrano o sono forse delle dichiarazioni atte a tener viva e alta l’attenzione sull’accaduto per poter stimolare il senso di coesione nazionale intorno alla vittima?


Una volta un attentato ad un leader o il ferimento di un capo erano segno di sconfitta, di debolezza, e per questo venivano nascosti al grande pubblico, venivano mascherati con menzogne e finzioni costruite ad arte. Quando Hitler - mi si passi l’infelice paragone - subì l’unico attentato andato quasi a compimento e rimase ferito al braccio, indossava costantemente il lungo e largo giaccone d’ordinanza dell’esercito sulle spalle per coprire il gesso: il popolo doveva rimanere certo e convinto dell’invincibilità del grande condottiero.

Oggi, invece, si mettono in mostra le ferite: ci si alza sul magico predellino della macchina e si mostra la ferita alla folla incitante al linciaggio.

I tempi sono ovviamente cambiati e le circostanze sono ben diverse, ma il comportamento rimane ugualmente curioso.


Ma ancora più curioso, come dicevo, è il comportamento di coloro che gridano all’attentato e al complotto: non è forse un altro caso di incitazione alla violenza? Non è forse un esempio di come si cerchi di mettere paura alle persone, rivangare un passato violento ipotizzando il complotto, e che il gesto di Massimo Tartaglia non sia stato fatto di sua personale sponte?

Il mio timore, in sostanza, è che in queste dichiarazioni ci sia poco o niente di fondato o di nuovo. Se il gesto dell’aggressore fosse stato guidato da mano terrorista o organizzata, probabilmente gli avrebbero messo in mano ben altro che non una semplice statuetta del duomo di Milano, chiudendo la partita una volta per tutte.


Sembra piuttosto - ed è triste osservarlo e dirlo - che l’avvenimento venga sfruttato e strumentalizzato per secondi fini e per giustificare ben altre manovre. La prima notizia è che nel prossimo CdM si discuterà una legge per oscurare siti e social network scomodi. Su Facebook, come in tutta la rete, sono sempre esistiti siti e pagine di protesta e contestazione e non solo nei riguardi di Silvio Berlusconi. Ora le alte sfere vogliono oscurarli. "Inneggiano alla violenza", dicono. Sì, va bene, ma non credo che i gruppi di Facebook siano più violenti di siti di neonazisti o di neofascisti inneggianti al terzo Raich e alla pulizia etnica.


Non sono un ipocrita e non voglio fare dell’ipocrisia: il gesto è di un folle, ma molti italiani l’altra sera, accendendo il televisore, hanno levato i pugni al cielo, come se avessero appena visto il goal che gli regalava la coppa del mondo. Io ero fra di loro. Non nego che sia un gesto orribile e cattivo, ma è dettato dall’esasperazione.

Purtroppo la massa non è né politica, né diplomatica, e non conosce le regole della buona cortesia parlamentare, e il più delle volte si fa trasportare dal furore momentaneo. Per poi, qualche minuto dopo, ragionare e placarsi.

Quel furore istintivo, però, è il sentimento autentico che vive represso, finchè non viene esternato e tirato fuori da un avvenimento casuale.


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