Dall'inizio della sua "battaglia" contro i dipendenti pubblici fannulloni, il ministro Renato Brunetta è stato esaltato da buona parte dei media come una sorta di crociato, che da solo si è caricato sulle spalle del peso di questa necessaria riforma.

Tralasciando le ovvie tracce "qualunquistiche" - parafrasando l'accezione del termine data dai parlamentari italiani riguardo alle proposte di legge promosse da Beppe Grillo -, risulta altrettanto ovvio che i parlamentari stessi rientrino nella categoria dei dipendenti pubblici, in quanto stipendiati con i soldi dello Stato.


Il Parlamento italiano ha la più alta percentuale al mondo di assenteismo - lo stesso Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è uno dei campioni di questo sport nazionale: nelle ultime settimane, infatti, si è occupato solo della campagna elettorale in Sardegna - e il nostro è anche l'unico Paese al mondo dove si verifica il fenomeno dei pianisti.

Dal 9 marzo, per questo motivo, entrerà in vigore alla Camera dei Deputati un sistema unico al mondo, che prevede il voto tramite impronta digitale, per ovviare a questa usanza tipicamente nostrana. Il suddetto sistema costerà quattrocentoquarantamila euro.

Qui il casus belli: molti deputati della maggioranza di governo affermano di non essere disposti a fornire le proprie impronte digitali per l'identificazione.

Una delle prime mosse dell'attuale governo, però, se andiamo un poco indietro con la memoria, fu quella di istituire la raccolta delle impronte digitali degli immigrati e dei rom.

Allora nessuno parlò di difesa della privacy, anzi, furono gli stessi che ora rifiutano di fornire le impronte che allora appoggiarono questa legge nei confronti dei "diversi".


Chi vuol capire, capisca.


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