"Un giudice pedinato è una cosa che hanno fatto solo servizi segreti e mafia", dice Dino Petralia del Csm. In effetti, nella breve storia di questa seconda Repubblica, mai un giudice era stato pedinato, spiato e mandato in onda in televisione, per giunta su un canale televisivo di proprietà del Presidente del Consiglio, per giunta coinvolto in un processo presieduto da quello stesso giudice. Spiato, con palese violazione della privacy, e sbeffeggiato per il colore dei suoi calzini.


Questo Paese è divenuto una grande classe scolastica: ci sono le "belle" che usano il loro fascino (e non solo) per ottenere buoni voti dal professore; c’è il bullo che si vanta per le sue frequentazioni femminili, per la sua simpatia, per i suoi soldi, per i suoi vestiti all’ultima moda, per il suo potere. E ogni volta che qualche cane sciolto prova a contraddirlo, lui lo scredita agli occhi degli altri, lo insulta e lo deride; e c’è il resto della classe, che per lo più tace per non finire vittima delle angherie del bullo o nella speranza di ottenere da lui qualche favore.


È già accaduto, non disperate: il direttore dell’Avvenire, Dino Boffo, accusato dalle pagine de Il Giornale e infine insultato perché omosessuale ("Boffo è gay", tipico insulto diffamatorio scolastico); il direttore de La Repubblica, Ezio Mauro, accusato da Libero e da Il Giornale di aver acquistato un appartamento senza denunciarne parte del prezzo; il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, minacciato dal direttore de Il Giornale Vittorio Feltri di rivelare un suo presunto fascicolo a luci rosse - quando si parla di rispetto delle istituzioni.

Le televisioni e i giornali hanno preso il posto dei servizi segreti sono il braccio armato di Silvio Berlusconi: indagano, scoprono, minacciano, diffamano, dimostrando d’aver appreso la lezione del caro "eroe" Vittorio Mangano.


Vecchio problema, il conflitto d’interessi. Tutto ciò accade perché, quando ne ebbe la possibilità, il primo governo di centro sinistra si rifiutò di fare quella tanto agognata legge che aveva spinto gran parte degli elettori a votare per esso. Occasione persa, non certo per Massimo D’Alema e soci che in Silvio Berlusconi e nella sua Mondadori (il cui acquisto è sfociato in un processo i cui risultati recenti hanno portato ai fatti di attualità di questi giorni) avevano già trovato un valido editore per i propri pensieri in libertà.

Per lungo tempo, il comportamento italianamente democratico di Mediaset (nel senso di non pienamente rispettoso della democrazia e dell’informazione, ma perfettamente in linea con l’idea di televisione italiana - basti vedere la rivale pubblica Rai), con programmi "di informazione" del calibro di Striscia la notizia e Le Iene e con la presenza di un "oppositore" come l’allora direttore del Tg5 Enrico Mentana, oltre che degli innumerevoli comici "di sinistra", aveva fatto pensare a molti che una legge sul conflitto d’interessi potesse non servire più.


Ed ecco che, puntualmente, gli errori del passato tornano a colpire. "Non accettiamo bacchettate da chi ha reso sistematica prassi giornalistica lo spionaggio a senso unico dal buco della serratura", dice il direttore generale News di Mediaset Mauro Crippa. Ovvio il riferimento al caso D’Addario.

Peccato che nel caso D’Addario abbiamo le registrazioni di una escort, testimone diretta, che sono state consegnate alla magistratura e utilizzate per aprire un processo contro il controverso imprenditore pugliese Tarantini. Se essere testimoni di un reato e denunciarlo fornendo delle prove è spiare, allora viene da pensare che la mentalità dell’eroe Mangano ha fatto altri progressi nella mente del bel paese.


Successivamente, le registrazione sono finite nella mani dei giornali, che le hanno pubblicate in virtù della vecchia regola per cui se hai una notizia devi renderla pubblica. Specialmente quando c’è di mezzo un politico del calibro di Berlusconi, accusato di sfruttamento della prostituzione, un reato per il quale proprio il suo governo s’è premurato d’inasprire le pene, sbandierando ai quattro venti la mancanza di rispetto nei confronti della donna.

Nel caso del giudice Raimondo Mesiano, invece, si è andati a seguire passo passo un privato cittadino durante tutto l’arco della sua giornata, senza il di lui consenso.

Passi che a Mediaset sono particolarmente avvezzi ai reality show, ma chiunque può rendersi conto di come, in questo caso, si vada a violare la privacy di un cittadino, senza nemmeno far emergere una qualche parvenza anche minima di notizia. Infatti, non risulta che nelle immagini si veda Mesiano commettere un qualche reato, o qualcosa di così eclatante da essere mostrata il televisione.

La privacy: anch’esso un concetto tanto sbandierato dal governo e dallo stesso Presidente Berlusconi, tanto da voler proibire le intercettazioni telefoniche in presenza di un' indagine della magistratura.


Il condirettore di Mediaset Giovanni Toti ammette che non avrebbe mai mandato in onda il servizio, ma "è pur sempre libertà di stampa".

Questo ricorda quando il Ministro Renato Brunetta accusò Vauro Senesi per le vignette contro di lui, dicendo che non si può permettere di insultare una persona nascondendosi dietro alla libertà di satira. Domando: si può permettere di violare la privacy di un cittadino senza alcun apparente motivo nascondendosi dietro ad una presunta libertà di stampa?

Tralasciando la satira berlusconiana su Rosi Bindi (il candidato al Nobel per la pace è esente da questi giudizi, data la sua ormai accertata natura divina), sarebbe utile, ogni tanto, ricordare che libertà di stampa non significa scrivere tutto quel che si vuole, così come libertà di parola non significa dire tutto quel si che vuole. Infatti, se qualcuno viene pubblicamente insultato, può sporgere denuncia.

Quando Brunetta esce fuori di sé perché Vauro gli dà del nano, ha poco da alterarsi, non essendo lui affetto da nanismo, ma solo basso di statura, due cose ben diverse. Casomai sarebbero i nani, quelli veri, a doversi risentire con Vauro per tale paragone.


Libertà di stampa è pubblicare quel che voglio, ma che non contenga insulti o violazioni delle altre leggi dello Stato, ci deve essere una notizia da pubblicare (o un pensiero, nel caso di un editoriale o di un articolo di critica culturale).

Occhio però a non scivolare all’altra estremità del berlusconismo (che potremmo anche chiamare neo-italianismo, vista la rapida e vasta diffusione di questa nuova corrente di pensiero nella penisola): in nome della privacy non possiamo arrivare al punto di non pubblicare più nulla sui giornali.

Vietare le intercettazioni telefoniche, quando legalmente autorizzate, vorrebbe dire non poter più condannare nessuna persona che si è resa colpevole di qualsivoglia reato, dai più gravi ai meno gravi. Certo, avremmo risolto il problema del sovraffollamento delle carceri.


Il problema dell’informazione in Italia ha ormai sostituito la pizza tra gli stereotipi che ci identificano all’estero: chi controlla il governo controlla la televisione pubblica, chi siede in Parlamento controlla la carta stampata, grazie alla celebre legge sul finanziamento pubblico ai giornali, per altro stabilito in base al numero di copie stampate e non di copie vendute.

Pd e Pdl, partiti nelle cui fila militano molti personaggi che appoggiarono quella legge, sono poi gli unici due partiti d’Italia a violare quella stessa legge, che prevede che un partito possa far destinare soldi pubblici ad un solo giornale: grazie al Pd ricevono questi finanziamenti sia L’Unità (Democratici di Sinistra) che Europa (Margherita), grazie al Pdl risultano beneficiari di finanziamenti i giornali Libero (Forza Italia) e il Secolo d’Italia (Alleanza Nazionale).

Se a questi aggiungiamo che il leader del Pdl è anche proprietario del quotidiano Il Giornale e della Mondadori, editrice del periodico Panorama, il quadro dell’informazione italiana assume maggiore completezza.


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