Bobo Craxi, già esponente del Partito socialista italiano storico, membro del Nuovo Psi e leader nazionale della formazione politica de I socialisti italiani, ha aderito poi col suo gruppo al ricostituito Partito socialista. È stato sottosegretario agli affari esteri, con delega ai rapporti con l'ONU, nel governo Prodi II. È il figlio secondogenito di Bettino e fratello di Stefania.
Alessandro Natale lo ha intervistato per Die Brucke.
Onorevole Bobo Craxi, so che questa domanda l'avranno fatta tante volte in questi giorni: ma a nove anni di distanza dalla sua morte (19 gennaio 2000), qual è il giudizio storico su suo padre come uomo politico, e come è maturato il suo giudizio con il passare degli anni?
"È naturalmente complicato o impossibile per me esprimere un giudizio coperto da un "velo di ignoranza" circa la figura politica di mio padre. Posso confermare, senza timore di smentita, che egli rappresentò in assoluto una delle figure politiche più originali del secolo scorso, e che il suo caso politico è ancora meritevole di essere analizzato e studiato. Il craxismo come periodo politico, il delitto Craxi come mistero della storia recente".
Si arriverà mai ad avere un giudizio condiviso del paese su questa importante figura politica? Se sì, fra quanto?
"Soltanto attraverso una revisione storica fondata sull'oggettività e sulla verità. Penso che saranno molti i giovani nel futuro che metteranno mano ad una seria revisione politica e storica. Già oggi, a poco meno di dieci anni, siamo di fronte ad un giudizio che può essere ritenuto più obiettivo ed equilibrato in molti settori della cultura politica italiana".
La diaspora socialista comincia nel novembre 1994. Cosa è cambiato da quel momento nei partiti socialisti italiani?
"I socialisti del Psi non fecero quadrato nel momento più drammatico delle inchieste giudiziarie: si divisero. E in alcuni casi diedero prova di un grande trasformismo politico, o addirittura furono complici di coloro che avevano puntato alla distruzione del Psi. Il periodo di silenzio socialista si protrasse per lunghi quattro anni: furono esiziali per il mantenimento in vita di un organizzazione politica. I tentativi che seguirono non sempre furono coronati da successo".
Secondo lei, nei prossimi cinque anni saranno maggiori le possibilità che finisca la diaspora o che si verifichi l'assorbimento di tutte le formazioni socialiste all'interno delle attuali forze parlamentari?
"Non credo che il Psi verrà assorbito dalle attuali formazioni politiche, siamo ancora in un momento di passaggio e di verifica. Il bipartito è un progetto in crisi, lo dimostreranno le prossime elezioni europee".
Cosa è cambiato nella politica italiana da Tangentopoli ad oggi?
"Credo sia cambiato tutto e niente. Il sistema maggioritario è scomparso per fare spazio ad un bipartitismo che tale non è; stanno dilagando l'antipolitica e le formazioni territoriali. La situazione nel bene e nel male ha il suo punto di equilibrio nella figura di Berlusconi".
Quanto si sente vicino al Partito Democratico e alle sue linee? E quanto a quella corrente di pensiero che si definisce socialista all'interno del governo (Brunetta, Tremonti, Gelmini)?
"Il Partito democratico soffre di un grave deficit identitario, che pesa sulle sue scelte politiche di fondo. È un partito post-ideologico che si divide, perché influenzato dalle proprie persistenti ideologie. Sapevamo che sarebbe finita così. Per quanto riguarda il centrodestra, non esiste una vera e propria corrente socialista nel Popolo della Libertà, ma solo uomini politici che furono iscritti al Psi e che cercano di trasferire un po' di memoria e buongoverno all'interno delle proprie scelte. Credo che continuino a sbagliare il piano di riferimento della propria battaglia politica, e ad ogni conto sono fuoriusciti dalla tradizione e dalla continuità socialista".
Passiamo ad argomenti di più stretta attualità internazionale. Da ex sottosegretario agli affari esteri, come giudica l'attacco israeliano a Gaza?
"Credo che la sicurezza di Israele dipenda e dipenderà sempre di più dalla politica, e non dai rapporti di forza che vengono fatti valere. Sul piano strettamente umano, sono rimasto molto colpito dalle tragedie della striscia di Gaza, e colpito negativamente dall'utilizzo di bombe proibite.
Per il resto, penso che la strada obbligata da intraprendere sarà quella del dialogo".
Sempre da ex sottosegretario agli affari esteri, come crede che Obama agirà sulla politica estera degli Stati Uniti? Come si comporterà in Iraq e Afghanistan?
"Se il buongiorno si vede dal mattino, penso che Obama inciderà molto e positivamente non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto l'occidente; naturalmente ci vorrà del tempo, una forte cooperazione internazionale e degli interlocutori che da nemici si trasformino in protagonisti del dialogo. Questo è più difficile pronosticare".


