Le elezioni politiche in Israele si sono risolte con l'ennesima, grave frammentazione della Knesset, l'assemblea legislativa che dovrà esprimere una maggioranza politica a sostegno del prossimo esecutivo. Non è una novità.


Non sono una novità neppure il sistema politico e la legislazione elettorale israeliana, caratterizzato l'uno da una grave frammentazione etnica, religiosa e ideologica, l'altra da una legge proporzionale "pura", che non esclude nessuna forza minoritaria dalla rappresentanza parlamentare e non assegna nemmeno l'ombra di un premio di maggioranza in grado di garantire una parvenza di governabilità.


Viene da chiedersi come sia possibile che un paese moderno e civile, vissuto costantemente in guerra, isolato dal mondo che più gli apparterebbe e circondato da un universo ostile come quello musulmano, non sia riuscito negli ultimi decenni a darsi la tanto agognata riforma istituzionale che garantisse la realizzazione di un sistema politico maggioritario, in grado di dare al popolo israeliano i governi forti e duraturi di cui avrebbe un disperato bisogno. L'interrogativo rimane.


Rimane, perché è vero che una decisa riforma maggioritaria comporterebbe l'esclusione di numerose e fortemente caratterizzate minoranze dalla rappresentanza politica, soluzione che uno stato democratico preferisce sempre evitare. Ma è vero anche che se la democrazia vuole sopravvivere - e quella israeliana è sottoposta a un rischio drammaticamente concreto - deve a volte agire in deroga ai suoi sommi principi, e sostituire all'eterna non-decisione il coraggio della svolta. Escludere parti consistenti della popolazione dagli organi costituzionali è - ne sono convinto - una dolorosa, quanto disperata necessità. La stessa "sacra necessità" che aveva portato il mese scorso i carri armati israeliti ad entrare nella striscia di Gaza.


La nuova Knesset sarà, se possibile, peggiore delle altre: l'ostilità del mondo arabo, e soprattutto di quella pseudopacifista parte dell'Europa democratica che bruciava le bandiere di David nelle piazze, ha fatto sentire solo e abbandonato il popolo israeliano. E, si sa, il senso di abbandono e la paura conducono l'elettore a votare a destra. Il Partito Laburista di Barack è crollato, e da primo è diventato quarto partito per numero di seggi; il Likud, conservatore, non è riuscito completamente nel tentativo di ribaltare la situazione preelettorale; e il Kadima, partito centrista guidato dalla ex ministro degli esteri Tzipi Livni, ha mantenuto per un solo seggio la maggioranza relativa nella Knesset, pur con poche possibilità di formare una solida maggioranza governativa (necessari almeno 61 seggi sui 120 dell'assemblea).


Toccherà allora al Presidente Shimon Peres scegliere a chi affidare l'incarico di Primo Ministro, nella prospettiva di costruire una frammentata coalizione di unità nazionale guidato dal Kadima e sostenuto dalle forze costituzionali, oppure di dar vita a un governo di destra guidato dal Likud con il sostegno dei partiti minori dell'estrema destra, ancor meno disposti del resto delle forze politiche israeliane ad una franca trattativa con i palestinesi.

Qualsiasi governo nasca dalla macedonia politica del parlamento israeliano dovrà necessariamente mettere mano alla costituzione e aprire una stagione di riforme, per evitare che la confusione e la debolezza - di cui Israele darà prova nei prossimi giorni - non debba ripetersi.


In gioco c'è molto di più della stabilità politica del sistema parlamentare di Tel Aviv; in gioco c'è la credibilità stessa del metodo democratico che, attraverso Israele, si guarda dritto negli occhi con i regimi autocratici tradizionalisti ed islamici.

Speriamo di non dover essere noi ad abbassare lo sguardo per ritrovarci, tremanti per la nostra fragilità, a stringere di nuovo le armi nelle mani.


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