La guerra stracciona di Liberazione
Scritto da Lorenzo Ciofani Venerdì 23 Gennaio 2009 14:23
Rifondazione comunista incarna, sin dal nome, un retaggio di un passato che non vuole passare. Se l'aggettivo "comunista", oggi come oggi, si commenta da solo - dovremmo chiederci se, in questo momento, sia tuttora soltanto utopistico o se sia l'illusione del bene, ancora non concretizzata ma dietro l'angolo -, è sulla rifondazione che andrebbe intrapreso un particolare discorso.
Rifondazione nacque tra le macerie del muro berlinese, in nome di un'ideologia ritenuta ancora valida. Il Partito democratico della sinistra scelse, almeno nelle intenzioni, di seguire la strada socialdemocratica, da sempre rifiutata dai rifondaroli. A poco a poco, anche grazie all'ascesa di Fausto Bertinotti alla segreteria, Rifondazione è diventata non solo l'approdo dei vecchi comunisti scettici nei confronti della svolta operata da Achille Occhetto, ma anche il punto di riferimento, accogliente e quasi laico (pur essendo, appunto, comunista) di varie anime di sinistra.
Pur non essendo mai stato un grande partito - più che altro ha rappresentato il movimento di opposizione, all'interno della sinistra, più critico anche nei riguardi della stessa sinistra -, ha al suo interno tre o quattro correnti ben radicate, e gli approdi eccellenti nel corso della sua storia non sono stati rari. Insomma, Rifondazione era la cas(ett)a di quelle persone di sinistra (non necessariamente comuniste) che non si identificarono del tutto con l'evoluzione inevitabile del Pci, cioè il Pds - e, peggio ancora, i Ds poi e l'abbraccio ulivista -. Oggi Nichi Vendola dice: "Rifondazione non è più la mia casa". Questa non è la mia terra!
Rc ha avuto le sue belle responsabilità nella vita politica di questo Paese. L'apice lo raggiunse quando, nel 1998, fece cadere il primo governo Prodi ritirando il proprio appoggio alla coalizione di centrosinistra e aprendo, di fatto, le porte di Palazzo Chigi a Massimo D'Alema (i cui rapporti col Prc meritano un capitolo di un ideale, grande romanzo della sinistra italiana, per ambiguità ed affinità, amore e odio). È la stagione dei girotondini, i legami con la Fiom (contro la subalternità dei Ds, nel periodo in cui Sergio Cofferati era segretario della Cgil e leader in pectore della sinistra italiana), il G8 e il movimento no-global, la riscoperta della fabbrica. E se per buona parte della nostra cronaca recente Rifondazione è stata quel che è stata, lo si deve soprattutto - se non esclusivamente - ad una persona: Bertinotti.
La segreteria Bertinotti è stata, nel suo piccolo, una specie di sultanato: il subcomandante Fausto è stato il leader indiscusso per almeno quindici anni, risoluto e determinato, appassionato e trasversale, piazza e salotto, Emanuele Macaluso e Valeria Marini, Citto Maselli e Maria Angiolillo. Per molto tempo Rifondazione è stata lui, e lui era Rifondazione. C'era un rapporto di interdipendenza fra l'oggetto partito e il soggetto Fausto ben evidente: il partito sapeva perfettamente di contare poco più di niente senza il carismatico Fausto. Di cui sarebbe giusto ricordare lo sforzo di annettere un partito nato come vetero in un'organizzazione più ampia come quella della Sinistra Europea, cercando di affermare una sorta di distanza dal sentimento comunista - non è stato forse lui a dire che il comunismo altro non è, oggi, che una tendenza?.
Ma il peccato di vanità compiuto gli fu letale: la Presidenza della Camera. Abbandonando Rifondazione, come quei padri che dopo il diciottesimo anno dei figli stimolano questi ultimi a camminare con le proprie gambe, ha scelto il profilo istituzionale. Ha preferito la rappresentazione della sua nuova sinistra - piazza e salotto, per intenderci -, piuttosto che la rappresentanza del suo ideale.
La segreteria diretta dal suo fedelissimo Giordano è debole. Il motivo? Non ha il fascino del capo. Al governo, al delicatissimo ministero della solidarietà sociale, c'è Paolo Ferrero, certamente non bertinottiano. Gli anni di Rifondazione al governo Prodi sono caratterizzati dall'indeterminatezza della sua azione, esplicata dall'usurata formula "la mattina al governo, il pomeriggio in piazza". Dopo la disastrosa prestazione del cartello elettorale de La Sinistra l’Arcobaleno, Rifondazione è entrata nella sua crisi più profonda. E Bertinotti, il loro candidato presidente, la bandiera, è stato colui che ha pagato maggiormente la catastrofe elettorale (ma prima ancora sociale).
E proprio il 14 aprile inizia la guerra. La prima battaglia la vincono Ferrero&Co., e decreta la morte del bertinottismo - personificata dal governatore Vendola, sostenuto indirettamente anche dal Pd nella figura del sempre incombente e strategico Massimo D'Alema -. È la logica della guerra: hai perso la tua battaglia, ora è il mio turno. Ed è il turno di quei comunisti crudi e puri che si sono sentiti traditi dalle troppe frequentazioni di Bertinotti nei salotti borghesi, con la Sinistra Europea che ancora sta di traverso a mezzo partito. Il famoso scollamento dal popolo di sinistra.
La vittoria di Ferrero pone l'imperativo: spazzare via il vecchio. Con quale visione nuova? Non si sa, non si capisce. Più che il vecchio Pci, l'attuale Prc si rifà spudoratamente alla Democrazia proletaria (dalle cui file vengono Ferrero stesso e anche altri eminenti esponenti del partito, come Giovanni Russo Spena) e a quella parte di opposizione sociale e teorica. Fuori dal parlamento, ignorato dalla società e dai media, schivato dai suoi stessi potenziali elettori - attratti dalla retorica populista di Di Pietro che, parliamoci chiaro, con la sinistra ha che fare come un cavolo a merenda -, Rifondazione è un partito in balia di se stesso, senza una vera idea di Paese che non si rifaccia ad un patrimonio spirituale che, piaccia o meno, appartiene al santuario del passato.
C'è la patata bollente di Liberazione, il quotidiano di partito, guidato da Piero Sansonetti, voluto a suo tempo da Bertinotti perché uomo non di apparato. Essendo la linea del giornale pressoché vendoliana, Ferrero non sopporta più l'atteggiamento del quotidiano nei suoi confronti. Spunta nella caciara Massimo Fagioli. Su Fagioli dovremmo aprire una parentesi lunga un secolo: il potentissimo psicanalista romano e guru di una certa sinistra elitaria - al subcomandante Fausto pare abbia cambiato la vita -, gran raccattatore di voti borghesi - sembra che almeno duecentomila voti romani per il Prc siano opera sua -, compare dell'eventuale e futuro nuovo editore del giornale, che sputa parole di fuoco verso Sansonetti - "bambino non cresciuto rimasto al sessantotto", o qualcosa del genere -. Ferrero nomina il sindacalista Dino Greco direttore politico di Liberazione, destituendo di fatto Sansonetti. Il cdr si ribella, anche perché i giornalisti rischiano il posto. Sullo sfondo, i vendoliani preparano la scissione, in previsione non solo delle elezioni europee.
Insomma, un marasma.
È paradossale che un partito politico, duramente sconfitto ad una competizione elettorale - ed anche nella stessa vita sociale -, si laceri in modo così spropositatamente ebbro. "Continuiamo così, facciamoci del male", si lamentava Nanni Moretti in Bianca: i suoi commensali non avevano mai assaggiato la torta sacher. Ma il problema è che questi rifondaroli, molto probabilmente, non conoscono neppure la ricetta dell'impasto della pizza: in questo momento, è un partito in cui manca quell'amalgama necessario per andare avanti. Al suo interno i militanti si litigano miseria, orgoglio e ostinazione.
È in atto una guerra civile e stracciona, senza esclusione di colpi, in cui il generale Ferrero sta presentando al subcomandante Fausto il conto di quindici anni di lotte silenziose, e forse mai messe davvero in campo. Probabilmente lo stesso Ferrero si fa portavoce di una maggioranza assai eterogenea, che va dai trotzkisti ai grassiani, passando per quelli dell'Ernesto e i simpatizzanti delle Farc - cani e porci, detta volgarmente, tutti uniti contro il compagno Fausto -, e analogamente le colpe che accreditano a Bertinotti e ai suoi uomini (Vendola, Giordano, Migliore) sono forse inferiori a quelle effettive. Ma in una guerra civile si sconta il passato per affrontare il futuro, che sarà governato dalla fazione vincente. Ineluttabilmente, i perdenti lasceranno la città? Non è detto, perché la lotta si combatte a livello intestinale. Non tutti la pensano così, anche tra i vendoliani ci sono voci discordanti.
E mentre tutto questo accade, il mondo cambia, crolla, si ricrea. Rifondazione pensa a se stessa senza farsi troppe domande, diretta disperata verso la sua autodistruzione. Non è nemmeno una guerra di potere: è una guerra infantile in cui l'ideologia passa in secondo piano. Ci sono di mezzo le disillusioni e le amarezze personali, nient'altro. Accuse di stalinismo, colpi di mano e colpi di scena, litigate e mazzate, idiosincrasie e conti in sospeso.
Compagni, quando finite di giocare al massacro, battete un colpo. Basta che non sia di pistola.


