Ho aspettato un po' prima di scrivere questo articolo per due motivi in particolare:

  • era necessaria una minima distanza temporale per cercare di sviluppare un'analisi completa;

  • se avessi scritto due mesi fa in pochi avrebbero capito ciò che cercherò di dire.

Son passati due mesi da quando Renato Soru perse in Sardegna dopo quasi cinque anni di buon governo, e Silvio Berlusconi dimostrò per l'ennesima volta la sua forza elettorale a tutta l'Italia.

Pochi giorni dopo Walter Veltroni si dimise e il Partito Democratico sprofondò in una crisi esistenziale che covava dalla sua nascita, il 14 ottobre 2007.

 

Le analisi di Mirko Pagliai su questo giornale, e di molti commentatori sulle testati più importanti, sono state pungenti e veritiere in molti frangenti, ma hanno continuato nel non affrontare il punto della questione: la necessità storica del Partito Democratico italiano.

Riprendendo una metafora cara alla filosofia della storia hegeliana, gli uomini - o i gruppi di uomini, in questo caso - si dividono in tre tipologie: foglie, rematori e navigatori.

Le foglie si fanno trasportare dal corso del fiume senza opporre resistenza; i rematori cercano a tutti i costi di andare contro il corso del fiume, dimostrando tanto coraggio, ma morendo stremati dopo poco tempo; i navigatori intuiscono il verso della corrente, conoscono i venti e costruiscono dighe sfruttando al meglio le forze del fiume.

 

Il Pd nasce con questo scopo: volgere la sinistra italiana da rematrice a navigatrice. Tutte le critiche arrivate al Pd in questi - quasi - due anni non hanno avuto chiaro questo concetto. Il Partito Democratico è lo sbocco necessario per la sinistra e per tutto il riformismo italiano.

 

Alcuni analisti hanno ipotizzato che la sua nascita fosse stata affrettata: che l'Italia non fosse pronta al riformismo e alla fine dell'antiberlusconismo come collante del centrosinistra. Questa analisi è totalmente errata: semmai è vero il contrario, perché la nascita di un grande partito che mettesse insieme - per dirla con Enrico Letta - moderati e progressisti è stata tardiva.

 

Questo deve essere il punto di partenza di ogni discussione sul Partito Democratico: l'analisi di lungo termine che ha portato Romano Prodi e le classi dirigenti di Democratici di sinistra e Margherita a costituire questa nuova forza politica è perfetta. Tutti gli errori fatti sono stati congiunturali e rimediabili. Non è il cambiamento del segretario che può far venir meno la forza di un partito, soprattutto per la sinistra che ha sempre avuto una storia anti-leaderistica.

 

Purtroppo l'Italia è il paese delle congiunture, delle "riformine", dell'una tantum, delle misure d'urgenza e del breve periodo in generale. La politica italiana degli ultimi quindici anni ha agito sul breve e non sul lungo termine, a parte qualche caso sporadico (scelta dell'entrata nell'euro, riforma del mercato del lavoro, riforma del sistema pensionistico e politiche di lotta all'evasione).

 

Il libro con il quale Enrico Letta si candidava alla segreteria del Pd sarebbe stato "blasfemo" per la maggioranza della classe politica e per grandi parti della cittadinanza. Il titolo della pubblicazione è In questo momento sta nascendo un bambino, e la tesi forte era proprio la necessità di una serie di politiche di lungo termine, che guardassero alla vita delle future generazioni. L'Italia, invece, in maniera bipartisan, pensa a pensionati e lavoratori a tempo indeterminato, dimenticandosi di giovani, disoccupati e precari.

 

Una delle poche critiche strutturali al Pd, ripetuta da alcuni anche su questo giornale, è la polemica, oramai risaputa, sulla presunta assenza di radici alla base della sua nascita.

 

Questa è assolutamente una critica infondata, e sintomo di poca capacità di analisi. Questo partito è la conseguenza diretta delle culture cattolico-riformista e socialista- illuminata che hanno fatto grande il paese, è il partito dell'europeismo di Romano Prodi, a sua volta figlio di De Gasperi e dei trattati di Roma. È il partito che unisce le due culture che si sono scontrate nel Novecento: quella cattolica e quella comunista - più identitari di così! -. La cosa che più fa sorridere, in realtà, è la provenienza di questi attacchi.

 

Alcuni arrivano dalla destra berlusconiana e non hanno diritto ad una risposta, per la loro inconsistenza. La maggior parte arrivano dalla sinistra radicale - che continuiamo a chiamare così, ma che è un'entità astratta ed inesistente - che è composta da un numero elevato di partiti senza delle vere e proprie differenze ideologiche. I dibattiti di livello più alto sono sull'appartenenza del simbolo della falce e martello, e cose del genere. Altre critiche arrivano dall'Italia dei Valori per la quale vale lo stesso identico discorso fatto sul populismo berlusconiano. Però, si sa, la sinistra radicale è storicamente masochista e, pur di non governare il paese, sarebbe capace di salire sul pulpito - che non ha - e cominciare a predicare, senza mai scendere a terra e "sporcarsi" con i problemi concreti del paese.

 

L'identità del Partito Democratico è l'identità di chi ha costruito l'Italia repubblicana, è l'identità di chi ha combattuto il fascismo con la vita, di chi ha portato questo paese tra i grandi della terra. Da questo punto di partenza intende volgere lo sguardo al futuro, senza mai dimenticare da dove proviene.

 

Il Partito Democratico, sin dalla sua nascita, intendeva essere il partito di chi avrà vent'anni tra vent'anni, e non uno dei tanti cambiamenti di facciata della sinistra italiana. In realtà, buona parte della classe dirigente attuale è identica a quelle dei partiti precedenti, e molti dibattiti interni sono gli stessi di qualche anno fa, ma questo non fa di certo venir meno la necessità storica del Partito Democratico.
Non dimentichiamo il numero di giovani e di donne che sono in Parlamento, e la percentuale degli eletti del Pd tra queste due "categorie" - so benissimo che le donne non sono una categoria, ma per molte parti della politica lo sono ancora -. Non dimentichiamo la grande innovazione strutturale che la politica italiana ha avuto in questi mesi (soli 6 gruppi parlamentari), grazie alla scelta di Walter Veltroni e di tutta la dirigenza di "correre soli" alle politiche del 2008.

Non dimentichiamo il grande bagaglio culturale, intellettuale e programmatico che la segreteria Veltroni ha lasciato in eredità al partito. Non dimentichiamo che il Partito Democratico ha raggiunto il 33-34% dei consensi, raggiungendo lo storico risultato del Pci conseguito nelle europee dell'84, con il celeberrimo sorpasso alla Dc.

Stiamo parlando di grandi percentuali di consensi e, come cercava di ripetere sempre Veltroni, del più grande partito riformista della storia dell'Italia repubblicana.

 

Le critiche sono ben accette, perché gli errori sono stati tanti, ma da qui a decretare la fine di un partito ce ne passa.

 

Chiudo con una frase proprio di Walter Veltroni, che spiega al meglio cosa sta accadendo al Pd e alla sinistra italiana in generale: "avrò fatto anch'io degli errori, ma l'idea di fondo è giusta. Siamo scesi al 25%? Dobbiamo riflettere, ma sono fiducioso che risaliremo. Il Pd deve liberarsi dall'istinto autodistruttivo. Negli altri paesi un partito ha il tempo per consumare anche sconfitte che possono mettere in discussione un gruppo dirigente, ma non un partito. In molti vorrebbero che il progetto fallisse".


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