Circa un anno fa, Silvio Berlusconi vinceva con una maggioranza bulgara le elezioni politiche italiane. Ad un anno di distanza le europee sono un test importante, utilizzabile come termometro del consenso. Il Cavaliere scende in campo direttamente, dice di metterci la faccia, anche se poi non potrà diventare europarlamentare. In quest'anno è stato perfetto, moltissime promesse della campagna elettorale sono state soddisfatte.


Per la precisione:

  • abolizione dell'Ici sulla prima casa;

  • italianizzazione della compagnia area di bandiera;

  • detassazione degli straordinari;

  • spazzatura nel napoletano;

  • attacco ai "fannulloni della pubblica amministrazione";

  • non-imposizione di nuove tasse;

  • guerra all'immigrazione clandestina;

  • diminuzione degli sprechi;

 

Mancano tanti punti da sciogliere, e tutti sappiamo che molte risoluzioni sono solo di facciata, ma questo Berlusconi IV sta passando come governo deciso e decisionista, che ha aperto una frazione con il Presidente della Repubblica e, attraverso il federalismo, intende cambiare la struttura dello Stato.

 

Se tra il 2001 e il 2006 Berlusconi fece troppi errori, oggi è quasi impeccabile, dai rapporti interni all'Ue, all'intervento immediato sui luoghi del terremoto in Abruzzo.

Questo terzo ciclo è sicuramente il coronamento di quindici anni di attività politica del Cavaliere. Se prima era un imprenditore prestato alla politica, oggi è un politico a tutti gli effetti, ma con una fantasia straordinaria e con un'alta tendenza al coup du theatre. La realtà è che il Presidente del Consiglio non è solo un semplice politico, ma è anche il più bravo di tutti.

 

Sono diversi i punti di novità presenti in questa legislatura, e collegati gli uni agli altri.

Il cambiamento decisamente più interessante è questo rapporto con il popolo: il Berlusconi IV si caratterizza soprattutto per la relazione diretta, non mediata, tra capo e popolo. L'immediatezza del continuo contatto tra Berlusconi ed il popolo non ha eguali nella storia del nostro paese, e tutte le dispute interne ed esterne vengono risolte da una nuova discesa in campo (dalle elezioni in Sardegna, al terremoto abruzzese), alla quale corrisponde una nuova vittoria del leader, che ne esce sempre più forte.

La formazione del governo era già sintomo di questo tipo di leadership: in questo Consiglio dei Ministri non esiste un vicepresidente del consiglio, nessuno può sostituire il capo. Le tante correnti e visioni del mondo presenti all'interno della coalizione di maggioranza confluiscono nell'unicità del leader: sudisti, nordisti e patriottici; socialisti, liberisti, colbertisti e corporativisti; ex comunisti, ex democristiani, ex radicali ed ex fascisti; laicisti, clericali ed atei devoti; milanisti, interisti, juventini e romanisti; borgheziani ed islamici convertiti; europeisti ed antieuropeisti; veline, porno star, filosofi ed Iva Zanicchi; berlusconiani ed antiberlusconiani, insomma, tutti insieme alla corte del capo, al servizio dell'unica persona capace di intendere i problemi delle persone vere, acclamato da ricchi, poveri, diseredati, medi, alti, bassi, napoletani, milanesi e romani.

 

Il secondo punto di novità è conseguenza immediata del primo: la concezione della democrazia come "popolo al di sopra di tutto". Una democrazia che più diretta non si può, nella quale vengono meno tutti gli schemi di check and balance propri della concezione dello stato democratico occidentale. Viene meno la divisione del potere in giudiziario, legislativo ed esecutivo, riconducendo tutto a quest'ultimo potere, fuori dal controllo del parlamento e non giudicabile dalla libera magistratura, proprio perché è il popolo che vuole questo: vuole che il governo prenda decisioni senza troppe discussioni e lungaggini.

 

Il terzo punto: la certezza della bontà delle decisioni è data dai sondaggi quotidiani, vero termometro delle aspettative e delle necessità del popolo, misuratori continui della popolarità del capo.

 

Infine il quarto punto: l'aver messo in campo un governo ideologicamente neutro, senza tabù. Il discorso del 25 aprile rappresenta l'apice di quest'impossibilità al pregiudizio contro una coalizione che ha riconosciuto gli errori fatti nella storia dai propri "padri". Leader missini che visitano le fosse ardeatine e riconoscono il male assoluto del fascismo; Berlusconi stesso che riconosce l'impossibilità di comparazione tra il morto repubblichino e quello partigiano; persone che appoggiarono il referendum contro il nucleare che a distanza di vent'anni propongono la costruzione di nuove centrali.
Tutto ciò in un grande discorso più ampio: fare della storia una tabula rasa, un manipolo di uomini non giudicabili sul passato inesistente, ma solo sull'eterno presente.

 

Quella che Berlusconi stesso ha definito come fantasia al potere, quasi seguendo uno slogan sessantottino, è una macchina perfetta nella quale tutto - o quasi, la Lega è l'unica variabile indipendente - funziona alla perfezione.
Molti analisti si chiedono cosa succederà quando Berlusconi non sarà più il leader. La risposta è immediata: per ora il leader è più forte che mai. Il futuro è fantapolitica e gossip, viviamo nell'eterno presente del berlusconismo.


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