Una dimostrazione palese della folle politica suicida del Partito democratico c'è stata generosamente offerta, proprio in quest'ultimo periodo, dall'entourage di Massimo D'Alema, Sergio Blasi e Michele Emiliano a proposito della gestione del potere regionale in Puglia. La vicenda, se inizialmente poteva sembrare un'incomprensione circoscritta all'interesse della sola regione, si è presto allargata alla nazione tutta, attestandosi così come il paradigma di una politica fondata sull'incoerenza, sulla strumentalizzazione, sulla completa incapacità di empatia nei riguardi dell'elettorato e del popolo.
Per entrare nel merito della questione, risale circa al mese scorso la decisione inaspettata dell'ex Presidente dei Ds  di stravolgere del tutto le carte sul tavolo di Presidenza della nuova Assemblea regionale - che già si era detta favorevole alla proposta, presentata dallo stesso Blasi, di riconfermare la candidatura dell'attuale Presidente della Regione, Nichi Vendola -, manifestando la sua particolare attenzione nei confronti del pensiero dell'Udc, assolutamente deciso a non appoggiare il candidato prescelto come leader del centro-sinistra.

Il comportamento dei principali alleati (non solo del partito di Casini, ma anche di quello di Di Pietro) manca certamente di chiarezza: il veto posto sul nome, infatti, non è stato seguito da alcuna chiarificazione in merito al programma o anche solo agli ultimi anni di governo in Puglia. Nonostante questo - ci si chiede il perché - è stato immediatamente accolto dal principale "manovratore" dei poteri all'interno della Regione.

 

Che D'Alema non sia nuovo ad intrighi di palazzo e giochi di prestigio - fin troppo spesso al solo danno del suo partito - è un fatto ormai noto: ne sono ben coscienti i tarantini, nelle cui menti aleggia ancora il ricordo della spaccatura del centro-sinistra durante le ultime elezioni comunali. Al contrario, risulta davvero sorprendente e sconcertante l'atteggiamento di quanti hanno deciso - a loro rischio e pericolo - di percorrere la sua stessa strada.


Cominciando da Michele Emiliano (neo-eletto sindaco di Bari, nonché amico e sostenitore del Governatore uscente) e dalle sue dichiarazioni contrastanti sul suo coinvolgimento nella corsa alle elezioni, non poteva certo sfuggire all'elettore attento - ma, invero, anche a quello più distratto - la sua impaziente insistenza sull'eventuale promulgazione della cosiddetta legge Emilianum - che gli avrebbe permesso di candidarsi alle elezioni regionali senza essere per questo costretto a dimettersi dall'attuale carica - e la sua rapida ritirata nel momento in cui si è reso conto che la sua richiesta non sarebbe stata soddisfatta.

Non è sfuggita, altresì, la altrettanto rapida discesa in campo del deputato Francesco Boccia, accolto positivamente tanto dal partito dello scudocrociato quanto da D'Alema, che già lo aveva fortemente sostenuto durante le primarie del 2005.

Noncurante delle gridate richieste vendoliane di un confronto per mezzo delle primarie, il Partito democratico continua inesorabilmente a frantumarsi, dilaniato da posizioni contrastanti che dovranno essere confrontate e bilanciate nel corso dell'Assemblea regionale indetta per questo sabato, nonostante sia già assolutamente chiaro che questa si ridurrà ad essere nient'altro che un mero calcolo matematico dei numeri che compongono le opposte fazioni. Ago della bilancia, paradossalmente, è proprio Emiliano, che non ha ancora deciso quale posizione predere in merito alla questione.

Se dunque il confronto elettorale tra i due eventuali candidati del centro-sinistra richede urgenti risoluzioni, quel che allarma di più è la profonda perdita di credibilità che il maggiore partito d'opposizione ha ottenuto tanto da parte dei suoi elettori quanto da parte di molti dei suoi stessi esponenti di rilievo: una sproporzionata débâcle destinata a crescere in modo sempre più evidente, minando ulteriormente un sistema già di per sé incredibilmente fragile. Le ragioni di questa sconfitta a livello nazionale sono, oltre che immediatamente visibili, anche facilmente spiegabili: un partito spaccato su questioni riguardanti la sua stessa natura (sul fare o meno le primarie, sulle motivazioni delle alleanze, sulle riforme da fare a livello locale) non solo si dimostra incapace di stare al governo, ma esibisce la propria debolezza nella discussione parlamentare anche e soprattutto stando all'opposizione. Allo stesso modo, un partito aperto all'eventualità di sfruttare leggi ideate per il proprio tornaconto non potrà mai avere una credibilità adeguata per potersi opporre alle tristemente note leggi ad personam berlusconiane.

Nell'attesa della prossima Assemblea regionale, dunque, si spera che qualcuno, nelle alte sfere, si renda conto dell'assoluta necessità di un brusco cambiamento di rotta rispetto a questa totale mancanza di onestà da parte di buona parte della classe dirigente, e fin da subito si  volga verso una politica fatta di coerenza e comunione d'intenti, concentrata sulle esigenze del popolo e pronta a costruire alleanze reali, fondate su solidi princìpi.


Solo in questo modo si può davvero sperare di "vincere": perché, prima della vittoria, è necessaria la crescita.


blog comments powered by Disqus