L'aspettativa razionale e la crisi economica
Scritto da Alessandro Natale e Giuseppe Del Matto Mercoledì 29 Luglio 2009 18:26
L'assunto dell'aspettativa è usato da molti modelli macroeconomici, da moderne teorie di economia, da teorie dei giochi e in altre applicazioni della teoria della scelta razionale.
Secondo molti modelli macroeconomici che analizzano le decisioni in diversi momenti storici, le aspettative dei lavoratori, dei consumatori e delle imprese circa le future condizioni dell'economia sono parte essenziale dei modelli stessi.
Come indirizzare queste aspettative è un dibattito controverso, ma è certo che le previsioni macroeconomiche del modello possono differire in relazione alle aspettative diverse - pensiamo al teorema della ragnatela, basato su un ritardo tra decisioni di offerta e di domanda.
Presupporre l'aspettativa razionale significa ritenere che le aspettative degli agenti economici siano mediamente corrette.
Questo tipo di modello delle aspettative fu originalmente proposto da John F. Muth (economista americano, collega dell'italiano Franco Modigliani alla GSIA di Pittsburgh), e successivamente divenne influente quando venne usato da Robert E. Lucas Jr (economista americano, premio Nobel nel 1995 e marito della collega Nancy Stokey) e altri.
Creare un modello delle aspettative è cruciale in teorie come la macroeconomia neoclassica e quella neokeynesiana. Inoltre, risulta fondamentale per le ipotesi di movimenti di mercato nella finanza contemporanea (che studia le dinamiche dell'economia nel corso del tempo). Per fare esempi, la negoziazione tra lavoratori e imprese sarà influenzata dal livello di inflazione attesa, come il valore di una quota di patrimonio sarà dipendente dal ricavo atteso derivante da quello stesso patrimonio.
La teoria delle aspettative razionali definisce questo tipo di aspettative come la migliore previsione del futuro che utilizzi tutte le informazioni disponibili. Comunque, senza ulteriori ipotesi di partenza, questa teoria della determinazione dell'aspettativa non predice nulla sui comportamenti umani e risulta vuota.
Così, la teoria suppone che i risultati che verranno predetti non differiranno sistematicamente dai risultati dell'equilibrio di mercato. Questo presuppone che le persone non facciano errori sistematici quando predicono il futuro e che le deviazioni dalla previsione siano solo casuali. In un modello economico, queste - le deviazioni - vengono tipicamente inserite nel modello, assumendo che il valore aspettato di una variabile sia uguale al valore predetto dal modello, con una deviazione casuale che rappresenta il ruolo dell'ignoranza e degli errori.
Per esempio, supponiamo che P sia l'equilibrio dei prezzi in un mercato, determinato dall'incontro tra offerta e domanda. La teoria delle aspettative razionali dice che il prezzo attuale sarà modificato dall'aspettativa se è presente uno "shock dal punto di vista dell'informazione" causato da un'informazione imprevedibile al momento dell'aspettativa. In altre parole, ex ante, il prezzo attuale è uguale alla sua aspettativa razionale:
P = P* + e
E(P) = P*
dove P* è l'aspettativa razionale, e è l'errore casuale (che ha un valore aspettato di 0) ed è indipendente da P*
Le teorie delle aspettative razionali furono sviluppate in risposta ai difetti percepiti nelle teoria basate sull'adaptive expectation (aspettative adattive). La teoria dell'adaptive expectation afferma che le aspettative sul futuro valutate sulle variabili economiche sono basate sui valori passati. Per esempio: previsione della prossima inflazione partendo dell'analisi dell'inflazione dell'anno precedente e dell'andamento negli ultimi anni.
Se l'economia soffrisse di costanti aumenti del tasso d'inflazione (magari dovuto a politiche dei governi), le persone soffrirebbero, all'interno di questo schema teorico, di una continua sottostima dell'inflazione. Questo è considerabile irrealistico, perché gli individui razionali prima o dopo capiranno il trend e lo terranno in conto durante la formazione delle loro aspettative. Inoltre, i modelli di aspettative adattive non raggiungeranno mai l'equilibrio reale, solo asintoticamente.
Quello delle aspettative razionali è un modello che ha consentito di spiegare molti fenomeni apparentemente "irrazionali". Quando, ad esempio, si conduce una politica economica volta alla riduzione della pressione fiscale occorre considerare diverse variabili. Focalizziamo l'attenzione su una riduzione dell'Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche): un provvedimento di questo tipo mira all'incremento del reddito disponibile e, di conseguenza, all'aumento logico dei consumi e dunque del Pil.
La storia - anche recente - ci insegna che questo ultimo passaggio non è del tutto automatico. Spesso, infatti, l'aumento dei consumi non si verifica, perché gli individui (non percependo come permanente o credibile l'abbassamento delle aliquote) rimangono prudenti nel consumare.
Qualcosa del genere è avvenuto con il precedente governo Berlusconi, allorquando la politica fiscale di Giulio Tremonti si rivelò onerosa per le casse dello Stato, ma poco efficace sul lato dello stimolo ai consumi. L'alto livello del debito (e del deficit in rapporto al Pil) scoraggiò gli italiani; tant'è che da allora la pressione fiscale complessiva è progressivamente cresciuta. Chiaramente, per valutare ex-ante l'efficacia di misure di questo tipo, occorrerebbe considerare anche i differenziali relativi alle propensioni al consumo dei diversi soggetti economici beneficiari dei provvedimenti fiscali.
Una considerazione sull'attuale crisi economica: tutti siamo a conoscenza del ruolo chiave ricoperto dal cattivo funzionamento del sistema finanziario. Vorremmo però soffermarci su un punto estremamente interessante: il comportamento degli intermediari finanziari - in primo luogo delle banche - è stato davvero irrazionale? Noi crediamo di no: egoistico, amorale (nel senso kantiano del termine), opportunista e a volte ingenuo, ma non irrazionale da un punto di vista microeconomico.
È accaduto questo: la singola banca, spinta anche dal basso livello dei tassi di interesse, ha accresciuto il volume di mutui concessi in modo molto rapido, senza stare a preoccuparsi troppo della controparte, del suo livello di reddito, delle garanzie da questi offerte, del suo patrimonio. Comportamento apparentemente privo di logica; in realtà, la banca non ha tenuto nel proprio attivo tali prestiti, ma nella maggior parte dei casi li ha ceduti alle cosiddette Spv (special purpose vehicles). Queste società veicolo, appositamente costituite, hanno alimentato il sistema bancario ombra.
Il fenomeno appena descritto prende il nome di securitization (cartolarizzazione), in quanto consente di impacchettare parti dell'attivo della banca e cederle ad altri, sollevando l'intermediario in questione dal rischio di inadempimento del debitore. Qui c'è un po' di tutto: asimmetrie informative, rischi morali, regolamentazione inadeguata.
Tutti fattori che determinano il fallimento di un mercato concorrenziale fondato sul meccanismo di domanda e offerta. I mercati hanno bisogno di regole chiare per poter funzionare e per evitare un distorsione profonda delle aspettative degli operatori, e di conseguenza un crollo di fiducia. In molti, dunque, alla luce di quanto accaduto, hanno visto come inadeguato il modello fondato sulle aspettative razionali. Noi riteniamo che questa visione sia semplicistica per due motivi:
- a livello microeconomico non c'è stata irrazionalità, in quanto la massimizzazione della propria utilità a scapito altrui non è irrazionale nel business;
- l'analisi dei rischi sistemici è compito delle autorità di vigilanza.
Lo schema teorico spiegato ci indica quanto sia importante che i consumatori e gli investitori riacquistino fiducia nel mercato in tempi di crisi, e spiega il motivo per il quale diversi Primi Ministri hanno tentato e stanno tentando di minimizzare una crisi di portate storiche. Da Zapatero a Berlusconi, i Primi Ministri europei son passati per stolti, ma è necessario non spargere il panico e far riacquistare sicurezza nel mercato.
È il modo più rapido per uscire dalla crisi.


