Durante gli ultimi giorni dell'agosto 1920, quattrocentomila operai ispirati dal gruppo torinese de L'Ordine Nuovo, gravitante principalmente intorno alla figura di Antonio Gramsci, occuparono quasi tutti gli stabilimenti metallurgici e meccanici del nord Italia, issarono bandiere rosse sui tetti delle officine, organizzarono servizi armati di vigilanza e cercarono, ove possibile, di mandare avanti autonomamente la produzione, affascinati dalla grande e positiva esperienza dei soviet in Russia. Il paese fu a un passo dalla rivoluzione proletaria, le classi dominanti iniziarono a tremare terrorizzate dal grido dell'insurrezione: "io ero, io sono, io sarò!".


A distanza di qualche ventennio, ancora il nord protagonista. In seguito ad un fertile e vivace movimento studentesco levatosi contro la borghesia post-fascista ancora impregnata di valori rigidi, "aristocratici", il movimento operaio si mobilita guardando con ammirazione ai giovani occupanti delle facoltà universitarie. Siamo nel 1969, una lunga serie di lotte connesse a gruppi extraparlamentari quali Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, portò i lavoratori dell'industria ad ottenere cospicui vantaggi salariali (la crescita media delle retribuzioni fu di circa il 18%); data l'intensità delle agitazioni sociali e la massiccia partecipazione popolare, l'autunno del '69 è passato alla storia come l'autunno caldo.

Erano di certo altri tempi. C'era ancora un muro a dividere il mondo in due parti, e lo sguardo sofferente degli operai proteso al di là di quella barriera, verso est, poteva ancora scorgere il sole dell'avvenire, nonostante la demonizzazione di quel sistema (il sistema comunista) ad opera di chi stava dall'altra parte del muro, nonostante la degenerazione di quel sistema e le mille critiche, molte volte velleitarie e viziate da un ostentato, ma necessario (alla classe politica dominante dell'epoca), moderatismo. Qualche raggio del sol dell'avvenire filtrava ancora attraverso il muro. La classe operaia era del tutto cosciente del suo esser "classe", appunto, nel senso marxiano del termine. E sentiva gravare su questa coscienza tutto il peso della propria alienazione verso il prodotto del suo lavoro che gli veniva sottratto, verso la propria essenza che era quella del lavoro libero, creativo, e non del lavoro forzato, unilaterale, verso il prossimo per il rapporto conflittuale con il capitalista e quindi con l'umanità in generale.

Nel novembre del 1989 il muro crolla, viene frantumata una barriera: è il trionfo della libertà e della democrazia, che con un solo colpo spazzano via un intero mondo. Il sole dell'avvenire è definitivamente tramontato. Da allora le lotte sociali e operaie in Italia andarono via via sfumando, fino a perire oggi nell'assoluto nichilismo passivo. L'operaio è sempre lo stesso, è sempre lo stesso essere alienato, privato del prodotto del suo lavoro, forzato, in conflitto con l'umanità in generale. Ma è come se tutto questo fosse stato rimosso dalla psiche del proletariato in quanto massa secondo un processo del tutto "freudiano" e spedito nella recondita zona dell'inconscio. Detto in altri termini: non c'è più la coscienza di classe.

Evidentemente qualcosa è cambiato in maniera irreversibile secondo una qualche logica perversa e inspiegabile. Continuo a ripeterlo - non c'è più coscienza di classe. Non solo si è spento in maniera drammatica quel fronte di lotta extraparlamentare che faceva sperare nelle potenzialità dell'uomo in quanto animale politico, nella sua autonomia di creare gruppi o movimenti che esulassero dagli schemi della democrazia limitata alla delegazione, ma è drammaticamente crollato anche il consenso verso quei gruppi parlamentari che tentano oggi di inserire il germe della rivoluzione all'interno del sistema.

Mi riferisco ai dati elettorali delle ultime elezioni politiche (14-15 aprile 2008): il disastro elettorale della Sinistra Arcobaleno era prevedile, data la fallimentare esperienza nel governo Prodi, segnata irrimediabilmente da finanziarie scandalose, del tutto estranee alla difesa dei lavoratori. Tuttavia è sconcertante lo 0,8% sul quale si è attestato - ad esempio - il consenso al Partito Comunista dei Lavoratori.
Sconcertante per un motivo semplice: esposto già il fallimento della Sinistra Arcobaleno, nota la politica del Pd - impotente e complice del padronato -, ci si aspetta da un operaio che esprima il proprio consenso per una nuova sinistra dall'ideologia forte e molto convinta, mai coinvolta né del tutto, né in parte nelle precedenti gestioni borghesi.
E invece i dati parlano chiaro: il proletariato del nord ora indossa la camicia verde, vota Lega Nord, quello del sud vota Pdl, al massimo Pd.

Non c'è più coscienza di classe, rimane un fardello che opprime e sdegna chi porta e portava avanti la sua fede marxista. Quei quattrocentomila operai che occuparono le fabbriche nel 1920, quelli che poi "scaldarono" prepotentemente l'autunno del 1969, oggi altro non sono se non un manipolo di incoscienti, che guidati dai media, ormai controllati grazie al noto piano piduista, ostentano borghesia, sognano un futuro da parvenu.

È il primo maggio dell'anno 2009, la festa dei lavoratori, quelli che hanno rimosso la propria alienazione e l'hanno spedita nella recondita zona cerebrale dell'incoscienza, seppur continuando a sentire come un fastidioso grillo parlante, che gracchia nel fondo di un pozzo oscuro: "proletari di tutto il mondo, unitevi!".


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