Lega e Abruzzo: questione di stile
Scritto da Alessandro Natale Domenica 19 Aprile 2009 23:23
Sono ormai vent'anni che sentiamo ripetere a livello parlamentare lo slogan leghista più becero di sempre: Roma ladrona. In questo motto è racchiuso un po' tutto il significato del movimento padano, che intende, sin dalla nascita, una struttura dello Stato diversa da quella dell'Italia unitaria. Quella rabbia verso tutto ciò che è il "centro", quella pittoresca raffigurazione del meridionale assimilato al nullafacente assistito che vive di solo Stato e che non è capace di fare da sé; al contrario di come è riuscita a fare la ricca Padania, nonostante spesso si dimentichi che i professori e gli operai del nord sono tutti meridionali, e che senza questi ultimi tutte le piccole, medie e grandi aziende settentrionali non sarebbero ciò che sono. Si dimenticano dei tanti soldi dati negli anni dallo stato romano alle tante grandi imprese settentrionali (Fiat in primis). Ma si sa, il difetto del potere è chi ne ha, non vuole altro che più potere.
Il terremoto de L'Aquila è stato un grande momento di rivincita per la Lega. Con la minaccia a Silvio Berlusconi, la Lega Padana si è trasformata da "derubata" a "ladrona". Quattrocento milioni di euro presi dalla popolazione abruzzese e dati al governo per pagare un referendum che probabilmente non raggiungerà il quorum. Alla faccia dell'impegno di Berlusconi nella ricostruzione e della sua vicinanza agli aquilani.
L'Abruzzo, però, prenderà sulle spalle anche questo peso, come ha sempre fatto. Quello abruzzese non è affatto un popolo di persone che si piangono addosso. La ricostruzione partirà presto e saranno proprio gli aquilani a farla partire. Tra le tante belle parole - tutte buttate al vento dopo il ricatto subito dalla Lega -, Berlusconi ne ha detta una che mi è rimasta particolarmente impressa: "il popolo abruzzese sta dando una lezione all'Italia intera". È proprio vero, e la lezione continuerà a darla giorno per giorno, per i prossimi anni.
Gli abruzzesi non hanno mai fatto la voce grossa e mai preteso nulla da nessuno. Una regione che è stata conosciuta dal mondo e dall'Italia per questa tragedia, ma che avrebbe preferito rimanere lì dov'era, nella tranquillità di "regione verde d'Europa", dove si mangia bene e il turismo è di qualità. Regione per molti versi incontaminata, così come la sua gente, incapace in molti frangenti di dimostrare la propria forza nelle istituzioni e di gridare al ladro in casi come questo.
Quello abruzzese è un popolo fatto così, che probabilmente sarà vittima della sua dignità. Pensiamo all'appello del sindaco del capoluogo, Massimo Cialente, che, senza fare grandi annunci in televisione e sui telegiornali, cinque giorni prima della tragedia inviò alla Presidenza del Consiglio un telegramma: "in relazione ai gravi e perduranti episodi di eventi sismici il cui inizio risale al 16 gennaio scorso, sotto forma di quotidiano sciame sismico di complessive 200 scosse e oltre, culminato con scossa di quarto grado il 30 marzo scorso, chiedesi urgente e congruo stanziamento di fondi per prime emergenze, nonché dichiarazione stato emergenza ai fini dell'effettuazione dei necessari interventi di ripristino idoneità degli edifici pubblici e privati. Inoltre, si segnalano in particolare gravissimi danni strutturali in due edifici scolastici ospitanti cinquecento alunni".
Come afferma ora, rileggere questo telegramma "sa di beffa", perché, nonostante si sia fatto il possibile, a volte bisogna urlare, così come urla la Lega nelle tante piazze verdi della Padania.
Il popolo abruzzese invece è dignitoso e sceglie la strada del silenzio, del pianto trattenuto e soffocato, anziché esternato.
L'Abruzzo ha iniziato questa lezione dalle 3.32 di quel maledetto 6 aprile, e continuerà a darla con la dignità che contraddistingue il suo popolo, che non farà sceneggiate e polemiche. La lezione è rivolta all'Italia tutta, ma alla Lega in particolare, a chi ha fatto degli slogan urlati e degli insulti un modo di fare politica, a chi ha fatto dell'odio e dell'egoismo - esternato in questo caso verso la città de L'Aquila - uno stile di vita. L'Aquila tornerà ad essere L'Aquila, senza nessuna new town, perché come ha affermato Vittorio Sgarbi di recente, "l'Italia non è fatta di town, ma di borghi", e quelli vanno conservati e valorizzati.
Rimane l'amarezza per un governo che aveva illuso gli abruzzesi e adesso li ha traditi per un rozzo giochino leghista.
L'Aquila tornerà ad essere L'Aquila e la Lega rimarrà Lega. Questione di stile.


