Una fra le più antiche ed intricate questioni su cui periodicamente si arrovellano gli studiosi di relazioni internazionali può essere sintetizzata come segue: la guerra appartiene alla patologia o alla fisiologia dei rapporti fra Stati? Per un verso, è indubbio che la natura policentrica – "anarchica", direbbe Hedley Bull – della società internazionale favorisca l'emergere di controversie non risolvibili mediante norme giuridiche: in parte per la natura lacunosa, spesso sfuggente, del diritto internazionale; in parte per volere dei soggetti stessi, gli Stati, tradizionalmente restii a sottoporsi ad un'autorità terza e imparziale (corti di arbitrato, tribunali speciali, e via discorrendo).
D'altro canto, nessuno potrebbe negare che l'ultimo sessantennio sia stato caratterizzato da un notevole incremento delle attività di cooperazione: gli spaventosi costi umani delle due guerre mondiali hanno reso il conflitto bellico un'opzione meno praticabile di quanto non lo fosse in precedenza, e la nascita di una pluralità di organizzazioni – a cominciare dalle Nazioni Unite – ha permesso di istituzionalizzare ambiti in cui eventuali contrasti possano essere risolti senza spargimenti di sangue.
Un capitolo particolarmente riuscito nel processo di «civilizzazione» della comunità internazionale sembra essere costituito dall'Unione Europea. Com'è stato possibile che un continente lacerato dalla violenza, teatro di spaventosi massacri protratti sino alla metà del secolo scorso, si sia trasformato in un'oasi di pace, basata sul rispetto di diritti civili, politici e sociali, popolata da donne e uomini sordi alle sirene del militarismo?
È questo l'interrogativo al centro dell'elegante volume L'età post-eroica, scritto da James J. Sheehan, docente a Stanford, e recentemente edito da Laterza.
Diciamo, anzitutto, che l'infedele titolo italiano rende poca giustizia alle tesi dell'autore. Non la nostra epoca, secondo Sheehan, ma l'Europa è divenuta post-eroica: qui, e non altrove, la dimensione «civile» degli Stati – incentrata sui rapporti di solidarietà, la crescita economica e l'estensione delle guarentigie sociali – è considerata prioritaria rispetto a quella securitaria e coercitiva. Furono gli europei, alla caduta del muro di Berlino, ad ampliare i confini della propria comunità, includendo paesi ex comunisti e promuovendo così il rispetto dei diritti umani e l'economia sociale di mercato. Furono gli europei a marciare a milioni, nel marzo 2003, contro l'aggressione militare statunitense ai danni dell'Iraq. E sono, ad oggi, gli europei a pretendere che loro tasse servano anzitutto a finanziare scuole, ospedali e pubbliche amministrazioni efficienti, anziché il settore della difesa.
Dal suo osservatorio californiano, Sheehan ha gioco facile nel riscontrare come simili orientamenti siano assai meno popolari nel proprio paese di quanto lo siano oltreoceano: e non è errato scorgere nell'implicita comparazione tra i due emisferi della "civiltà atlantica" uno dei fili rossi sottesi alla narrazione.
Il punto di forza del volume risiede nella rievocazione dell'Europa che fu, animata da un duplice impulso: da un lato, l'esprit guerriero, incarnato dalle aristocrazie e poi trasfuso, nelle forme del nazionalismo filtrato dalla leva di massa, ai ceti più umili, basato sull'identificazione fra godimento dei diritti di cittadinanza e disponibilità al sacrificio supremo a beneficio della comunità di appartenenza; dall'altro, l'anima mercantile, irenista, convinta non solo, o non tanto, che la guerra sia esecrabile in sé, ma che si dimostri antieconomica e controproducente. Accanto al legalismo repubblicano di ascendenza kantiana, infatti, il pacifismo europeo ha potuto beneficiare dell'influsso dei teorici del liberoscambismo, cresciuti in gran parte sotto l'aura del liberalismo inglese.
È indubbiamente positivo che Sheehan conceda ampio spazio alla rievocazione di figure oggi tristemente dimenticate, come Ivan Bloch o Norman Angell, Cassandre che seppero prevedere con largo anticipo le conseguenze disastrose dello scoppio del primo conflitto mondiale.
La tradizione del pacifismo economico va riscoperta, suggerisce Sheehan, non solo per la nobiltà dei suoi principi, ma perché fu essa a trionfare dal 1957 in poi, quando la nascita della Comunità economica europea spianò la strada a numerose forme di associazione e compenetrazione fra le imprese del continente. L'enorme boom produttivo che coinvolse l'Europa occidentale dopo il 1945 – «l'età dell'oro», nella celebre definizione di Eric J. Hobsbawm – favorì il diffondersi di un credo sostanzialmente analogo a quello dei mercanti olandesi del Seicento, secondo cui commercium et pax si sostenevano vicendevolmente.
«La legittimità di ogni governo europeo occidentale» cessò di dipendere dalla capacità di difendere i propri confini ed iniziò a basarsi sulla «sua capacità di sostenere la crescita e la prosperità» (p. 195). Parallelamente, si assistette al progressivo declino di simbologie ed istituzioni legate alla figura del soldato: si consumò in questa fase la crisi del servizio militare, cui Sheehan dedica un breve quanto suggestivo e documentato excursus (pp. 197-200).
Ne scaturì una «cultura politica prosaica» (p. 209), che resistette alle principali sfide cui fu sottoposta: il crollo dell'impero sovietico, cui l'Europa reagì estendendo la propria membership, e la crisi balcanica, che – diversamente da quanto avvenne negli anni '10 –, pur evidenziando l'assenza di una visione condivisa fra i paesi membri, non divenne «un canale attraverso il quale la violenza potesse spostarsi dalla periferia al centro» (p. 222).
Ciò induce l'autore a guardare con ottimismo al futuro dell'Unione: «non vi è niente di illogico e di incongruo nel fatto che nell'Europa contemporanea la forza economica e la debolezza militare coesistano. Di fatto, i due aspetti vanno di pari passo, l'uno rafforzando l'altro». Ciò porterebbe ad una «nuova identità politica, che dovrebbe inserirsi in un diverso tipo di cultura civile ed esprimersi in un diverso tipo di Stato» (p. 248).
I capitoli conclusivi del saggio – certamente i più ambiziosi ed audaci – suscitano almeno tre perplessità. La prima è di natura filosofico-speculativa, e verte sulla natura dello Stato civile. Gli Stati europei rappresentano davvero un'alternativa tipologica al modello hobbesiano di organizzazione politica, o non sono piuttosto Stati tradizionali che beneficiano di una congiuntura storica favorevole? Il problema è complesso, e non si presta a valutazioni di breve periodo. Come lo stesso Sheehan sottolinea, l'Europa allargata si trova a dover coesistere con vicini aggressivi, presso i quali il processo di diffusione di valori e istituzioni civili ha già incontrato significativi ostacoli. Ciò la costringerà a misurarsi con un numero crescente di scenari conflittuali, e non è detto che le canoniche forme di cooperazione – a cominciare dagli accordi di parternariato – si rivelino strumenti di stabilizzazione sufficienti.
In secondo luogo, appare impropria la sovrapposizione tra rifiuto della guerra e rifiuto della violenza che affiora nei paragrafi dedicati al terrorismo interno. I due fenomeni sono certamente connessi, ma distinti. Il fatto che gli europei abbiano cessato di credere che il sacrificio della vita rientri nei doveri di cittadinanza non cancella la possibilità che alcuni fra essi possano ritenerlo legittimo (e persino auspicabile) in nome di altri ideali e di altre forme di appartenenza – la razza, la classe, un gruppo etnico o religioso.
Il che ci porta alla terza fonte di perplessità, ossia l'assenza di riferimenti, nel testo, ad un elemento cruciale che potrebbe alterare il carattere civile dei paesi europei nei decenni a venire: l'immigrazione. A veicolare l'identità europea saranno necessariamente nuove generazioni di cittadini, buona parte dei quali – a giudicare dai tassi di crescita demografica – avranno un background ben diverso da quello dei pronipoti dei caduti sulla Somme o a Coventry. Il pluralismo etnico, la commistione di culture si riverberanno inevitabilmente sulla creazione di una memoria storica condivisa, e non è scontato che essa continui a mantenersi immune da suggestioni belliciste.
Alla luce di tali rilievi, si può forse concludere che il libro di Sheehan permetta di comprendere il passato dell'Europa più di quanto aiuti ad illuminarne il futuro; non per questo, tuttavia, la sua lettura può dirsi superflua, tanto più in una fase storica che vede affiorare da più parti insofferenza – e crescente inconsapevolezza – nei confronti delle sofferente conquiste dell'Unione.


