(ndr: quella riportata nel video qui sopra è la testimonianza di Valeria Esposito, ragazza di Lanciano sopravvisuta al terremoto de L'Aquila dopo essere stata intrappolata per interminabili ore sotto le macerie. Die Brucke vi propone di seguito la testimonianza della sorella di Valeria, Francesca, anche lei studentessa a L'Aquila e presente nel momento del terremoto)

Più volte, dopo il terremoto aquilano, ci hanno ribadito l'imprevedibilità dell'evento sismico. Allora la domanda sorge spontanea: perché prima del terremoto tutti ci tenevano a ribadire che non sarebbe successo assolutamente niente? Perché nessuno ha pensato ad entrambe le possibilità?


Durante la scossa di lunedì 30 marzo (di magnitudo 4) nella facoltà di medicina non sono suonate campanelle di allarme e i professori hanno continuato con le loro lezioni - ricordo che la facoltà ha sede nello stesso edificio dell'ospedale San Salvatore, attualmente inagibile e mancante di una facciata.

Una volta finite le lezioni, tornando nei nostri tuguri - perché in Italia è questo il posto in cui deve alloggiare la nuova classe dirigente -, in molte abitazioni quella "piccola scossa" era stata già sufficiente per creare crepe, e in alcuni casi anche l'inagibilità degli edifici.

Alcuni studenti si sono permessi di chiamare i vigili del fuoco per i dovuti controlli e di avvertire i padroni di casa, ma l'ordine in cui fare le due cose si è rivelato fondamentale: infatti non solo affittano anche sgabuzzini, mansarde assenti sui progetti e castelli di sabbia, ma si permettono anche di arrabbiarsi se ci si vuole assicurare che il solaio non ti caschi in testa.


La notte stessa la maggior parte di noi studenti, quasi tutti residenti nel centro storico, non sentendosi al sicuro a "casa", ha preferito trascorrere la notte fuori, in piazza Duomo. Durante la notte si sono diffuse varie voci, sia relative a future scosse di maggiore intensità, sia riguardo alla probabile chiusura (per il giorno successivo) delle facoltà, per  i controlli agli edifici. Ma ciò sembrava logico solo a noi studenti, sciocchi e impauriti. Infatti tutti gli edifici universitari sono rimasti aperti ed efficienti, mal grado anche le scuole e gli edifici pubblici fossero stati  chiusi per i doverosi controlli.
Durante la settimana si sono ripetute varie scosse, anche se di scarsa intensità, e ci veniva ripetuto che erano un buon segno, perché significava che l'energia veniva liberata un po' per volta, e che i poli di Roio e di Coppito potevano sopportare una scossa anche di magnitudo 7.
Alcuni studenti, intanto, continuavano a ripartire comunque, mentre i più rimanevano a seguire lezioni e a studiare sul tagadà.

Con tutte quelle scosse durante la settimana eravamo attenti ad ogni piccolo rumore, alcuni non chiudevano occhio da giorni, altri continuavano a correre fuori casa ad ogni scossa. Finché, verso gli ultimi giorni della settimana, abbiamo iniziato a ridere per ogni piccola scossa, chi correva fuori iniziò a correre con tutto il libro continuando a studiare, chi non dormiva iniziò a svenire sul letto. Gli stessi aquilani ci rassicuravano: quando ci spaventavamo loro ci deridevano, dicendo che lì era una cosa abbastanza normale e che loro c'erano abituati. Anche i professori e i media ci ripetevano, con un atteggiamento di superiorità, che eravamo al sicuro. Il colpo di grazia arrivò sabato: nessuna scossa per tutto il giorno, pensavamo fosse finalmente passata, ci eravamo rilassati. Quelli che erano partiti, ritornarono.


Nessuno pensava più al terremoto, e la scossa delle 23 circa di domenica ci colse tutti alla sprovvista. Quindi ci siamo diretti tutti nuovamente a piazza Duomo, ma solo in attesa di quella che pensavamo fosse una scossa di assestamento. Arrivò, anche se un'ora dopo tornammo a casa. Alle 3.33, per chiunque era a L'Aquila e oggi è in grado di  raccontare la propria storia, è accaduto un miracolo. In molti casi i miracoli sono stati compiuti da vigili del fuoco, dai membri della protezione civile, da volontari di ogni tipo, come dagli studenti stessi che hanno iniziato a scavare a mani nude sulle macerie.

Il terremoto non è un evento prevedibile, mal grado questa volta sia stato più efficiente di un postino: ha suonato ben più di due volte. A tutti sono venuti in mente mille motivi per cui questo terremoto non si dovesse mai verificare, ma a nessuno è mai venuto in mente il contrario. Quando andavamo a liceo e sapevamo che il nostro professore interrogava il martedì, anche se estraeva il nome del prescelto da un sacchetto, il lunedì pomeriggio eri comunque tenuto a studiare, perché non potevi tornare da tua mamma con un'insufficienza e giustificarla come imprevedibile. Che la terra tremi, e soprattutto quella italiana, è un dato di fatto, e non possiamo giustificarci dicendo che era imprevedibile, perché ciò che ha distrutto L'Aquila non è stato il terremoto, ma gli edifici costruiti male, i controlli inesistenti e il troppo ottimismo, perché nessuno si è mai chiesto "e se accadesse?".
E soprattutto: perché i padroni di casa, il rettore, etc. non si sono mai preoccupati della nostra incolumità, mentre ora invece ci chiamano "la risorsa della città"?

E malgrado tutto, alcuni padroni di casa continuano a chiedere gli affitti di aprile e le facoltà fissano appelli dal 16 di aprile in tende irraggiungibili per chi non è automunito o per chi abita comunque fuori regione. E, come se non bastasse, fissano la data di inizio delle lezioni al 4 maggio, ma si dimenticano di decidere dove tenerle, persino di alcune "sciocchezze" come il vitto e l'alloggio. Stanno riaprendo un'università fantasma e inaccessibile, facendoci iniziare a detestare una città che abbiamo sempre e comunque amato.


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