Va innanzitutto premesso che è stata una tornata elettorale sufficientemente inconsueta, perché abituati a scrutini dagli eclatanti ribaltoni, dalle conferme schiaccianti, oppure (in casi minori) dai desolanti pareggi. Almeno per quanto riguarda le elezioni europee, si è invece assistito alla realizzazione del caos calmo morettiano: generalmente - e a una stratificazione più esterna - nulla di nuovo oltre l'orizzonte già conosciuto; ma una volta superata la scorza del sistema Italia, un'inoppugnabile, seppure ovattata, inversione di tendenza politica.
Volendo subito arrivare a una conclusione quanto più possibile sintetizzata: confermato il primato dei partiti di governo, mancata affermazione del mito berlusconiano; fratturata l'idea politica del Partito Democratico, resistite le basi dello stesso progetto politico; diminuito il consenso per il bipartitismo, esteso il populismo; riacquisito l'elettorato di sinistra, castigate - per l'ennesima volta - le sinistre.

Ma andiamo con ordine.


Partiamo, quasi casualmente, dal premier, come sempre. "Il Pdl [...], secondo gli ultimi sondaggi, è al 46%"; poi "l'obiettivo del Pdl è molto più del 40%, i sondaggi ci hanno dato al 45%"; ancora "se avremo più del 40%, e i sondaggi ci danno al 43-45%"; infine "il Pdl andrà oltre il 40%". Al punto da considerare scontata la leadership del Ppe.
Ci si ferma, invece, al 35%, 11 punti in meno rispetto alla più ottimistica delle previsioni. Per di più, "il nostro" raccoglie due milioni e settecentomila preferenze, meno rispetto a precedenti occasioni.
Come già detto, il primato della destra è stato confermato, è ancora alla testa del paese, nonostante tutto, e chiaramente lì continuerà a rimanere - dopotutto, soltanto Dario Franceschini poteva ritenere fondamentale il risultato che vede i partiti di governo sotto la maggioranza assoluta, benché continuino a mantenere ampiamente quella relativa. Certo, per carità, è un dato importante, ma nella nostra cultura politica non può che ricevere insufficiente considerazione.
Risultati - questi - che però tornano utili nello sfatare due miti.

Il primo riguarda questi fantomatici sondaggi di Berlusconi che ci vengono serviti con grande foga. Sondaggi che, all'evidenza dei fatti, nulla hanno a che vedere con gli istituti statistici, né tanto meno con la statistica in sé, ma che sono solo frutto dalla sua fantasia, del suo "sentore" avvertito giù nelle piazze. E che chiaramente possono essere poco o nulla attinenti alla realtà, visto che sempre più spesso dette piazze sono composte sempre dallo stesso campione statistico scelto conoscendo già la risposta - che campione statistico è?
Sondaggi la cui natura non potrebbe essere diversa, perché affermare - come ha effettivamente fatto - di avere il consenso del 75% del paese (ovvero poco più di quaranta milioni di elettori) è chiaramente impossibile da un punto di vista matematico, ammesso che il calcolo si svolga in un sistema democratico e non all'interno di una dittatura. Di fatti, il Cavaliere ha poi raggiunto solo il 25%: ma nemmeno degli italiani, il 25% dei consensi all'interno del Popolo della Libertà.
Il crollo è chiarissimo: dieci anni fa, il partito raggiunse sette milioni e ottocentomila voti, dei quali tre a Berlusconi; oggi il Pdl sale di tre milioni netti di voti, mentre Silvio Berlusconi ne perde trecentomila. Passa dal 38% al 25%, e l'incantesimo è presto dissolto.
Questa natura non potrebbe essere diversa - dicevamo - anche a sentire come lui stesso, continuamente, ritocca, modera, leviga i dati diffusi. Le sue affermazioni che ho qui riportato sono ordinate cronologicamente: si parte dal 46%, si passa al 45%, poi ancora al 43%, fermandosi infine a un "oltre il 40%". Ma solo perché, a quel punto, la campagna elettorale era giunta al termine, gli italiani avevano spento la tv e si erano portati presso le urne. Si fossero dovute ristampare le schede elettorali all'ultimo momento, spostando così "la chiamata" a una settimana dopo, avrebbe continuato ad abbassare il tiro di due punti in due punti, fino ad arrivare ai risultati che effettivamente si sono raggiunti.

Il secondo, sempre dovuto ai risultati della destra, pone definitivamente la parola "fine" al mito del consenso unanime espresso dal popolo nei confronti del suo capo. O meglio: il consenso c'è, ma il sudditismo di cui si vantava fino a qualche settimana fa rimane un obiettivo ancora molto distante. Due milioni e settecento mila preferenze sono davvero poche, sotto due punti di vista: da una parte, perché si parla di un leader di un partito basato appunto sulla sola immagine del leader; dall'altra, perché questo leader giustifica il suo operato in virtù di un presunto, ampissimo consenso - giustificazione non valida in ogni caso, sebbene questo consenso manchi comunque.
E lui l'ha capito, visto che ha ringraziato gli elettori con un "abbiamo vinto nonostante le calunnie su di me", che nella psicologia  berlusconiana sta ad indicare esattamente l'opposto: sa di aver perso anche per le sue ultimee bravate.
Non finisce qui. Oggi Berlusconi bacchetta i suoi alleati: "ho fatto tutto io, mi hanno lasciato solo. Se non mi fossi candidato sarebbe andato anche peggio". La realtà, purtroppo, è tutt'altra: SBerlusconi non ha fatto tutto da solo, Berlusconi pretende sempre di dover fare tutto da solo; Berlusconi non è stato lasciato da solo, Berlusconi esclude automaticamente tutti gli altri. Non ha senso un discorso come "se non mi fossi candidato", perché se non fosse candidato tutto avrebbe perso di senso.
Il punto, piuttosto, risiede altrove: per lui questo modo di portare avanti una campagna elettorale è passabile solo quando è la sua figura politica a vincere, come è stato in Sardegna. Scavalca volutamente i suoi stessi candidati, mette sul banco la sua faccia come posta del gioco, e magari vince. Quando invece gli va male, ecco che partono rimproveri e giustificazioni.
C'è un'ultima, non evitabile considerazione in questo contesto. Checché ne abbiano detto tutti gli esperti politicanti e i signori dell'informazione nostrana, per un politico non esiste una separazione della vita privata da quella pubblica.
Veline in lista, amicizie di dubbio gusto, caso Mills, divorzio dalla moglie, uso improprio dei voli di Stato, feste impudiche in villa: ecco la spiegazione.
E meno male che la notizia della cessione di Kakà è stata sapientemente nascosta fino alla chiusura dei seggi.

Il Partito Democratico, d'altra parte, non se la passa meglio: perde ben quattro milioni di voti (secondo l'Istituto Catteneo e la Swg) e ben sette punti rispetto alle scorse politiche. Qualcuno dovrebbe spiegare al caro Franceschini che nella politica, non trattandosi di una sfida uno contro uno ad eliminazione diretta, la sconfitta dell'avversario non equivale meccanicamente alla propria vittoria. Fortunatamente, alcuni all'interno del partito - oserei dire: i detentori, gli anziani saggi - hanno fatto proprie le precedenti esperienze, e hanno prontamente invitato alla cautela. Enrico Letta afferma che "c'è poco da brindare", il risultato è negativo; mentre D'Alema è perentorio, con il suo "questo partito va ricostruito". Giusta osservazione, purché l'incarico venga affidato ad altri.
Anche il Pd, quindi, perde. Almeno non si è realizzato il crollo che andava ventilando negli ultimi tempi - e che poteva sembrarci quasi scontato. Sconfitta, sì, ma contemporaneamente sopravvivenza.
Dovrebbero, a questo punto, adottare il carpe diem oraziano: smettersi di nascondersi dietro il paravento del "stiamo costruendo il partito" e cominciare con la "ricostruzione di un disastro" - l'aver lanciato sul ring quello che, più che un guerriero ben formato, sembrerebbe essere il frutto di un parto prematuro.
Insomma, qualcuno direbbe "vivi ogni giorno come se fosse l'ultimo", ché se questo non è stato l'ultimo, nulla toglie che possa essere il penultimo. E nel dubbio sempiterno, nella persistenza delle medesime condizioni per ogni nuova sfida elettorale, meglio partire pensando al peggio.

Due sono i soggetti politici cui nulla si può rimproverare: Lega Nord e Italia dei Valori. Nella sostanza, agli antipodi; nella forma, un'unica realtà.
È il populismo, il populismo che paga. E che paga anche molto, molto caro. Qualsiasi populismo esso sia: vuoi antiberlusconista, vuoi filoberlusconista. Che poi - pensando bene -, anche messa così, ancora una volta, sono sempre la stessa cosa.
Oltre l'apparenza, sono i più forti. E non perché lo siano effettivamente, ma perché fanno da ago della bilancia e hanno preso piena consapevolezza della loro reale influenza.
Da una parte c'è, quindi, la Lega Nord. Berlusconi passa, a proposito del voto sul referendum, dal più che certo "sì", al più che certo "no", al "certamente non bisogna prendere una posizione unica": l'unica cosa certa, invece, è che decidono Umberto Bossi e amici, al premier non resta che seguire il vento. "Certamente quello che vuole la Lega", insomma.

E non è chiaramente un caso: Berlusconi, abituato nel proprio egocentrismo a parlare sempre di "io", ha cominciato a parlare al plurale subito dopo le elezioni. La maggioranza si appiattisce sui temi della Lega, vero autore della linea di governo.
Dall'altra parte, invece, c'è l'Italia dei Valori. Antonio Di Pietro ha ormai così tanti simpatizzanti al punto che il Pd, nonostante tutte le chiacchiere, è ancora costretto a rimanere alleato con ciò che agli effetti vorrebbe combattere: ieri demonizzato l'antiberlusconismo, oggi sdoganato. Alla faccia del promesso "superamento".

Tra queste due realtà fa capolino l'Unione di Centro: figura evanescente, poco ingombrante, silenziosa e ammiccante, barricata nel suo angoletto parlamentare, quello di sempre lasciatogli in eredità della vecchia Dc. Anche la strategia di Pierferdinando Casini, in questo caso, si dimostra una scelta vincente: nella baruffa politica, meglio restare a guardare; lasciare che si facciano fuori l'un l'altro, intanto il quorum è sorpassato.

A proposito dei vincitori tornati dal campo di battaglia senza ferite, non si può certo non accennare ai volti nuovi, che sono tra quelli che hanno riportato più preferenze. Non necessariamente giovani, purché - appunto - siano almeno "nuovi" (anche se nella sola scena politica): da Debora Serracchiani ("mi sveglio, un occhio ai dati e... in Friuli Venezia Giulia, Debora batte Papi 73.910 a 64.286!"), per la quale già si comincia a parlare di "Yes, she can" e di una sperato quanto improbabile affiancamento a Franceschini, fino a Luigi De Magistris, passando per diverse personalità, tra cui anche Barbara Matera, l'unica velina scampata alle pulizie di primavera della Lario. Notevole anche il risultato del buon David Sassoli, biglietto di sola andata dal Tg1 verso Strasburgo.
Stranamente, la medaglia ha anche un'altra faccia: da Clemente Mastella fino a Ciriaco De Mita - ci mancava solo Emanuele Filiberto di Savoia, lasciatemelo dire.
Strano, sì, ma assoltuamente vero, e difficilmente commentabile (come notizia): è che, forse, molto semplicemente, le preferenze sono state egualmente ripartite, qualche nuovo, qualche vecchio, diverse vie di mezzo. Si spera solo che detta ripartizione sia stata razionale.

Alla fine dell'analisi, la cara, vecchia sinistra. Da una parte vince, perché la sinistra, complessivamente, riacquista un'ottima porzione dell'elettorato, mostrando ancora e dignitosamente la necessità della propria presenza; all'altra perde, perché queste sinistre, le sinistre sono lungi dall'essere una sinistra, più precisamente la sinistra. E puntualmente sbattono il muso contro lo sbarramento.
Il mondo è cambiato, mentre loro rischiano di rimanere, se non indietro, persino perse nella loro immobilità. Nichi Vendola apre un "cantiere" per una nuova sinistra, quello di Sinistra e Libertà, mentre Paolo Ferrero auspica la creazione di un polo delle sinistre antagoniste, che possa partire propro da Rifondazione Comunista: due idee con presupposti e aspettative diverse, ma comunque nate dalla stessa speranza, quella di una sinistra cui sia concesso di rappresentare e che, al tempo stesso, sia effettivamente capace di farlo.
Lo scissionismo non può più manifestarsi come evento ciclico, ma bisogna anche avere il coraggio di riconoscere come non sia possibile sommare i singoli risultati ottenuti (superando così il quorum), come se fossero pura quantità slegata da qualsiasi qualità delle loro idee - che poi sono quelle che stanno alla base del giudizio espresso dell'elettorato in sede elettorale.
Staremo a vedere. E non perché non ci sia nulla da fare, ma perché stavolta tocca a loro fare qualcosa.

Un ultimo commento riguarda il forte astensionismo, che tocca i trentatrè punti e mezzo. O meglio: c'è davvero poco da commentare. È da sempre il fenomeno politico più enigmatico: potrebbe essere un campanello d'allarme a proposito del malcontento e del disincanto dell'elettorato verso la politica, che sarebbe anche confermato dalla radicata crescita di Lega e Idv. Ma potrebbe anche simboleggiare il disinteressamento verso il sistema democratico, più precisamente potrebbe anche rappresentare la mancanza di fiducia verso quella struttura sovranazionale che è l'Unione Europea (decide poco, quel che decide si smarrisce nel passaggio dal parlamento comunitario a quelli nazionali). E anche qui il risultato della Lega farebbe da conferma: la vittoria dell'euroscetticismo non potrebbe significare altro.

Certamente, bisogna urgentemente aprire una riflessione sulla validità di un'elezione che, escludendo astenuti e schede bianche o nulle, arriva appena al 60%. Cosa potrebbe succedere se questa tendenza venisse in futuro confermata, magari arrivando a meno del 50%?
La disaffezione del sud, invece, viene chiaramente spiegata dalla fondazione di Gianfranco Fini, Ffwebmagazine: "l'azione a esclusiva trazione nordista dell'esecutivo ha determinato progressivamente un senso di crescente insoddisfazione nell'elettorato meridionale".


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