Molto si è discusso, e ancora si discuterà, delle esternazioni con cui Gianfranco Fini ha reso nota la propria lontananza da Silvio Berlusconi e dall'operato dell'esecutivo su temi fondamentali, dalla bioetica all'immigrazione.

Uomini vicini al Cavaliere scorgono nell'atteggiamento critico di Fini lo scalpitio del successore in pectore, a Palazzo Chigi o addirittura al Quirinale. I finiani, per contro, riconducono le prese di posizione del Presidente della Camera ad un dibattito interno al partito, un modo per rimarcare la pluralità di vedute nel PdL su problematiche al centro dell'azione di governo.

 

C'è del vero, probabilmente, in entrambi i punti di vista. Fini è un uomo politico e - in quanto tale - ambizioso. Le sue critiche, tuttavia, per quanto puntuali e severe, non hanno finora travalicato i limiti della correttezza istituzionale, né della cordialità che intercorre fra inquilini di una "casa comune". Si potrebbe concludere che Fini se ne stia alla finestra, guardingo, in attesa del momento più adatto per sferrare un attacco risolutivo.

 

 

 

Eppure, descrivere la sua condotta come una serie di escamotage per accrescere la propria quota di potere – il che, ci ricorderebbe Max Weber, è assai spesso il fine ultimo dei politici di professione – sarebbe probabilmente riduttivo. Viene da chiedersi se Fini non nutra, in verità, un'aspirazione  più vasta: rifondare la destra italiana attorno a nuovi principi e a nuovi valori.

Questa evoluzione non comporterebbe la nascita di una destra "moderna, riformatrice ed europea", così come la vagheggiano (ormai da anni) Ezio Mauro ed altri editorialisti de La Repubblica: un "luogo dello spirito" dove emendare le nefandezze di un quindicennio berlusconiano, e far rifiorire un liberalismo moderato e conservatore, evaporato in Italia con la morte di Cavour.

 

La destra di Fini, presumibilmente, non nutrirebbe alcun complesso di inferiorità verso i progressisti, né aspirerebbe ad ottenere da loro alcuna legittimazione culturale. E neppure risulterebbe passatista ed aristocratica, così come la sinistra tende a figurarsi, in modo un po' grottesco, i propri oppositori (il "partito degli stupidi", nella definizione di John Stuart Mill).

Essa, piuttosto, sarebbe una destra politica, non necessariamente più moderata di quella declinata da Berlusconi, ma in grado di elaborare una visione chiara, lineare e coerente del futuro del Paese.

 

Parlare di una futura destra politica significa contrapporla all'attuale, che potremmo definire destra personale, o personalistica. Quest'ultima rispecchia, oggi, un blocco sociale coeso, ma culturalmente fragile, unificata da un leader carismatico capace di mobilitarla e compattarla. Il Popolo della Libertà – che ne rappresenta il principale referente partitico – appare assai temibile sul piano elettorale e potenzialmente egemone all'interno del sistema politico; ma incapace di esprimere, nell'attività amministrativa e legislativa, un'incisività pari alla propria forza numerica. Le sue sorti si identificano con quelle del suo demiurgo, ed è inevitabile che successi e fallimenti del secondo si riflettano sulla prima.

Per superare la destra personale, Fini potrebbe insistere su tre livelli, o concetti chiave.

 

In primo luogo, rivendicare il valore della distinzione, intesa tanto come atteggiamento mentale quanto come pratica di governo. In un celebre saggio, Michael Walzer ha descritto il liberalismo come un'arte della separazione, una tecnica di scissione della società civile dalla comunità politica, della vita pubblica dalla vita privata, della Chiesa dallo Stato: "il liberalismo è un universo di mura, ciascuna delle quali crea una nuova libertà". Del rispetto di questi mura Berlusconi ha rappresentato l'antitesi, essendo nel contempo Presidente del Consiglio, capo di partito, editore, imprenditore, miliardario, proprietario di una squadra di calcio, e curandosi sempre di rivendicare la comune radice dei propri successi, quella di essere un "uomo del fare".

Berlusconi è incline all'unificazione, alla concentrazione, al monopolio dell'immaginario e dell'azione di governo. È interventista, ancor prima che in economia, nel suo modo di interpretare i propri doveri istituzionali, nel suo atteggiamento verso la res publica. Si trova a suo agio al centro della scena, tanto da incarnare – persino fisicamente – lo stato di salute del proprio schieramento, con una sovrapposizione fra individuo ed istituzione che pare saldare i "due corpi del Re" descritti da Kantorowicz.

La destra politica, se vorrà avere capi senza essere ridursi ad emanazione del capo, dovrà necessariamente sviluppare un atteggiamento più "laico" verso la leadership. Dovrà, inoltre, tracciare confini – fra politica ed informazione, fra Stato ed autorità religiose, fra ruoli istituzionali e sfera privata – assai più nitidi di quanto non lo siano ora, confusamente amalgamati nell'atlante del potere berlusconiano.

 

In secondo luogo, Fini sarà chiamato ad offrire una prospettiva alla destra, una chiave di lettura della realtà non soffocata dalle contingenze. L'assenza di una visione ad ampio raggio, di un quadro minimamente articolato delle sfide che l'Italia dovrà affrontare fra cinque o dieci anni, è forse l'eredità più gravosa della destra personale. La politica, nella prassi berlusconiana, si riduce alla gestione, più o meno affannosa, dell'imprevisto, del non calcolato, dell'immediato. Ogni questione – dai rifiuti al terremoto, dall'ordine pubblico alla crisi economica – è affrontata come emergenza, e la sfera pubblica appare un terreno del tutto a-razionale, contraddistinto da uno "stato d'eccezione" permanente.

Allo stimolo corrisponde una risposta istintiva, mentre fenomeni di lungo periodo (si pensi ai trend demografici o alla distribuzione del reddito mondiale) sono ignorati o confinati sullo sfondo. Da questa visione asfittica, e sostanzialmente astorica, della comunità politica discendono la predilezione per la decretazione d'urgenza e la compressione delle funzioni parlamentari; da qui il rifiuto aprioristico dell'Italia multietnica; da qui il ridimensionamento di ogni potere intermedio che limiti la facoltà del capo del governo di "toccare con mano" i problemi (sempre concreti e attuali) della fantomatica "gente".

Ha quindi ragione Luigi Tivelli quando su Libertiamo.it invoca una destra "presbite", capace di sottrarsi alla tirannia del presente. Ha ragione, poiché l'attività politica non dovrebbe assomigliare ad un'interminabile sfida a flipper, bensì costituire il luogo par excellence in cui codificare norme, universali ed astratte, atte a garantire la pacifica convivenza.

 

Terzo punto, la riscoperta della funzione che compete alle élite. La destra personale - ha recentemente sottolineato Carlo Galli (La Repubblica, 5/9/2009) - si rivolge alla massa indifferenziata, il popolo amorfo ed acefalo in cui scompaiono le differenze di status, di responsabilità, di cultura. La destra politica non potrà che proporre "una società a più dimensioni", secondo la lezione di un pensatore da riscoprire, Nicola Matteucci.

Essa, inoltre, dovrà restituire alla parola leadership il significato più autentico ed originario, ossia l'arte di guidare, di influenzare e di dirigere. Berlusconi è stato ed è - certamente - un leader, ma, oggi assai più che in passato, anche e soprattutto un follower, un uomo animato da una brama quasi infantile di conservazione del consenso, incline a vellicare e compiacere l'opinione pubblica, anziché a sferzarla. La corrispondenza d'amorosi sensi con il proprio elettorato si traduce in un deperimento dell'azione riformatrice e nella nascita di un limbo, senza futuro né obiettivi, in cui le sorti del Paese si sovrappongono a quelle del comandante in capo.

La destra politica dovrà emanciparsi dalla tendenza "sondocratica" ad assecondare umori e suggestioni fotografate in tempo reale, per elaborare progetti che valgano il rischio dell'impopolarità e del fallimento.

Non vi sarebbe, in una destra così delineata, nulla di incompatibile con i principi più radicati e profondi del conservatorismo. Antiutopista (a differenza della Lega e del suo artificioso tradizionalismo, da ricreare per via legislativa, imponendo simboli e riesumando dialetti), ragionevolmente scettica verso ogni concezione taumaturgica dell'intervento pubblico, realista, gerarchica, capace di riconoscere il nesso ineludibile fra passato e futuro, quel "contratto fra le generazioni" di cui scriveva Edmund Burke nelle sue Reflections on the Revolution in France (1790).

 

Riuscirà Fini ad edificare qualcosa di affine?

Sarà questo un parametro importante per valutare, negli anni a venire, la sua capacità di incidere sulla vita pubblica italiana.


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