Dando uno sguardo all’attuale panorama politico italiano, balzano immediatamente all’occhio diverse situazioni: prima fra tutte - ma ormai è questo il cliché da diversi mesi - l’assoluta dominanza della Lega come direttrice delle linee del governo.

Se infatti Bossi & Co. hanno dettato e dettano legge sul fronte sicurezza, battendo forte su temi come le ronde, la regolarizzazione delle colf, la linea dura sull’immigrazione, è pur vero che nel recente scontro Boffo-Feltri sono stati gli stessi Bossi e Calderoli ad andare a tentare la pacificazione delle parti della Santa Sede.

In tutto questo il PdL appare una figura sbiadita, una base di governo che regge il gioco, ma la cui partita è diretta in tutto e per tutto dai leghisti.


In una fase di acuta crisi economica però, con le parti sociali in forte tensione – e lo saranno ancora di più nei prossimi mesi, a mio parere -, il precariato che incombe ancora più minaccioso in quanto ormai diretto passaggio per una lunga disoccupazione, un Premier che si barcamena tra uno scandalo e l’altro, appare in tutta la sua vergognosa evidenza la situazione che un tempo avrei definito tragicomica - ma che oggi non esito a definire semplicemente tragica - nel Partito Democratico.


Oggi come non mai, per prendere (come spesso si sente dire) "la crisi come un punto di ripartenza e opportunità nuove", sarebbe il momento ideale per ripensare la linea strategica del partito e lanciare una vera e reale alternativa all’attuale governo di centro-destra. Le portate sono servite su un piatto d’argento proprio dagli avversari, e non serve un genio per rendersene conto. I vari temi:


  • economia, da dove cominciare se non da qui? Pier Luigi Bersani, candidato segretario, è l’esperto del settore, ma non ha avanzato nessuna proposta o critica rilevante all’operato di Tremonti nel giro di ormai due anni di recessione;
  • istruzione, con la Gelmini che – sotto imposizione di Tremonti – gioca a tagliare il più possibile posti di lavoro ai precari della scuola;
  • ambiente e rifiuti, con il folle progetto del nucleare a tenere banco e un nuovo scandalo rifiuti latente in diverse regioni;
  • società, con la situazione disoccupazione-precariato ai massimi storici, le tensioni crescenti tra nord e sud e la possibile esplosione del conflitto con la Chiesa sui temi RU486, testamento biologico ecc;
  • questione morale, anche se sempre più questa si dimostra un problema anche a sinistra.


Limito a questo la carrellata, anche se di temi "caldi" ce ne sarebbero ancora diversi, ma il fine è più che altro rendere chiaro che la famosa alternativa - se solo si volesse concretamente - potrebbe avere fondamenta di cemento armato e una vastissima base sociale sulla quale poggiarsi.


Il Pd da questo orecchio davvero non vuole sentirci, ed infatti continua imperterrito con il suo autismo verso la società che sta in basso, da dove parte la politica vera, e mira come non mai a guardare solo ai piani alti.

Dimostrazione ne è la situazione attuale: invece di colpire, incalzare il governo sotto i profili citati prima, o quantomeno serrare le fila e proporre alternative valide, cosa fa il Pd? Attende, ovviamente, come fa da quando è nato.

Prima si attendeva che Walter Veltroni prendesse in mano la situazione dopo la nomina a segretario, poi si è atteso che Berlusconi sferrasse i colpi in campagna elettorale, senza riuscire a schivarli, poi si è atteso che Del Turco e Soru (per motivazioni diametralmente opposte) gettassero la spugna in due importanti regioni, poi si è atteso il congresso (nominando Dario Franceschini provvisoriamente), poi si sono attese le europee per ripartire.

Uno stillicidio insopportabile, insomma, che ha buttato l’opposizione del paese in un empasse disastroso.


Ad oggi si ragiona infatti come un anno fa: ricordate Veltroni che annunciava il famoso "autunno caldo", che poi si rivelò uno dei più freddi degli ultimi anni? Bene, Franceschini e Bersani stanno facendo lo stesso - anzi peggio.

Ora si dovrà aspettare l’autunno per avere finalmente un segretario. Una volta che avrà preso il posto però, si dovrebbe vedere cosa lo aspetta, in quanto come sempre le sfide sono su tutti i lati: avere una leadership forte con l’elettorato di base, ma al contempo cercare di riportare i dipietristi acquisiti sulla retta via del Pd, cercare nuove alleanze fattibili (UdC o SL), riuscire ad imporsi come reale avversario di Berlusconi, non farsi mangiare dalla fazione interna che giocoforza si andrà a creare in questi mesi di avvicinamento al congresso.

Un lavoro che richiede tempra e sudore amaro, e non sono convinto che Franceschini o Bersani (ci sarebbe anche Ignazio Marino) saranno in grado di svolgerlo appieno.


Se infatti il primo è forse più capace di dialogare con diversi soggetti politici – prova ne sono il suo passato democristiano e il recente riavvicinamento alla Cgil – e di gestire con più polso le questioni interne alle correnti interne, il secondo ha le caratteristiche per riportare il Pd a sinistra (dove dovrebbe essere) e radicarsi meglio sul territorio; a suo favore giocano il passato da governatore dell’Emilia e il progetto - mai nascosto e nostalgico - di un nuovo Ulivo.

A conti fatti, però, nessuno è così completo e carismatico al punto da poter essere credibile come avversario duro e rognoso per il Premier, che in più di un’occasione ha dimostrato di essere un "mangia leader" famelico.


La questione che però resta al centro del mio discorso è che, nonostante le diatribe interne in atto abbiano molta rilevanza, in questo momento il Paese ha un viscerale bisogno di poter vedere oltre le proposte che ci vengono fatte, di poter contare su un’apertura di vedute, così come i politici stessi hanno bisogno di essere messi sotto pressione da forze rivali per poter stare sempre vigili e non rilassarsi e sedersi sugli allori in una posizione di monopolio assoluto - anche mediatico - come quella odierna.

Il Pd è infatti totalmente evaporato. Se ne sono perse le tracce. Non c’è più un annuncio, una proposta, una critica. Il nulla. Basti pensare che la voce più spesso discordante, che porta a riflessioni, a critiche è quella di Gianfranco Fini, Presidente della Camera - e questo dovrebbe far riflettere seriamente sulle responsabilità di un partito che ha messo il cartello "torno subito" alla porta, ma si è dimenticato di aver lasciato il negozio aperto.


Di autunno in autunno si stanno perdendo anni preziosi, anni in cui un progetto come quello del Pd sarebbe potuto esplodere fragorosamente in un plebiscito popolare, che invece si stanno consegnando a Berlusconi, tra l’altro nemmeno al massimo del suo status.

Si è scelto non di continuare con Franceschini segretario, che intanto lotta col suo rivale per mantenere la guida, bensì di non avere più un segretario ma due grossi calibri che si contrastano vicendevolmente, lasciando così campo totalmente libero al centro-destra. Si corre il serio rischio di trovarsi a fare un congresso davanti a quei quattro gatti che ancora crederanno in questo progetto, nonostante la tremenda assenza di questo mesi.


Soprattutto, è una assenza terribile nei confronti di un Paese che in questo momento ha assolutamente bisogno di poter vedere oltre.


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