Era da tanto che l’obelisco di piazza del Popolo non vedeva una folla così variopinta. In occasione della manifestazione indetta dalla Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), una folla di 300mila persone - secondo la stima degli organizzatori - si è riversata nella piazza romana. La particolarità di questa manifestazione è che il "pubblico" era composto da persone appartenenti a decine di partiti, organizzazioni, gruppi no-profit e sindacati di diversi colori e di diversa appartenenza, oltre ovviamente a numerosissimi cittadini giunti in autonomia a rappresentare se stessi: nella piazza c’erano bandiere che andavano dal tricolore del Pd al rosso di Rifondazione e del PCdL, dalla Cgil ai gruppi ambientalisti, dall’Anpi a Libera; c’erano stand de L'Unità, di Repubblica, dell’Arci e dell’Udu, insieme a molte altre realtà della società civile.


Sul palco, a presentare gli interventi e gli artisti, Andrea Vianello, conduttore di Mi manda Rai Tre e - come lui stesso si è definito - "un farabutto di Rai Tre". Molte le voci importanti che si sono alternate: ha aperto i lavori il segretario della Fnsi, Franco Siddi, che ha tenuto un lungo e accorato comizio sindacale sulle motivazioni stesse della manifestazione. Hanno seguito a lui il costituzionalista Valerio Onida, prima, e Roberto Saviano poi, che ha ricordato a tutti come la libertà di pensiero e d’informazione sia l’unico mezzo di salvezza per molti concittadini oppressi dalle mafie, aggiungendo poi che "spesso verità e potere non coincidono".

Ci sono stai poi anche gli interventi dell’ex direttore dell’Ansa, di Neri Marcorè, gli intramezzi musicali, l’intervento dei precari della scuola. Il corteo di questi ultimi è poi proseguito verso il Ministero dell’istruzione, dove hanno chiesto proprio ai giornalisti di fare più attenzione ai problemi del Paese e meno a veline ed escort.


È stato particolarmente toccante il momento iniziale del discorso di Siddi, in cui ha chiesto un minuto di silenzio per le vittime di Messina: una piazza gremita caduta improvvisamente nel più caldo dei mutismi.
Punto focale della manifestazione e di molti degli interventi sono state le procedure giuridiche intentate contro diversi giornali da parte di Silvio Berlusconi. Atto che appare ormai agli occhi di tutti come una minaccia, se non un palese bavaglio all’informazione libera. 


Più volte, dal palco, è stato sottolineato come la manifestazione non volesse essere un’autoesaltazione dell’Ordine dei giornalisti, bensì un atto di difesa di uno dei diritti fondamentali di ogni democrazia, senza però scordare mai anche tutte le colpe - e sono parecchie - del sistema d’informazione italiano e dei giornalisti stessi.


La protesta non si è limitata a Roma: si sono svolti sit-in e manifestazioni analoghe in molte altre città italiane ed europee. Proprio la particolare attenzione dell’estero su questo argomento ne sottolinea la gravità: in tutta Europa si parla ormai di un'anomalia italiana. Siamo il fanalino di coda in Europa per libertà di informazione, e proprio la prossima settimana si terrà nel Parlamento europeo un dibattito sul problema della libertà di stampa in Italia. 


Non sono mancate poi delle piccole contestazioni: un gruppo di ragazzi ha esposto dalle terrazze del Pincio (proprio dietro il palco) uno striscione che accusava di servilismo i giornalisti. Non è sembrato che gli organizzatori se ne siano accorti, né - tantomeno - nessuno ne ha fatto menzione al microfono. 


I presupposti per una svolta ci sono stati e si sono visti: le molte voci che sono intervenute, anche se distanti ideologicamente fra loro, hanno dimostrato di avere a cuore la salvaguardia del nervo fondamentale di ogni democrazia: la libertà di stampa e di espressione sono diritti fondamentali del cittadino e devono essere garantiti e protetti dai governi democratici.

Si badi bene che non si intende dire che in Italia ci sia una stampa di regime o che le libertà democratiche siano sparite. Questo vuole invece essere un monito: la libertà non è un qualcosa di assodato, che si ottiene una volta e che si avrà immutevole in eterno. La libertà và conquistata, strappata e protetta ogni giorno. Anche il più piccolo ostacolo alla libertà democratica va combattuto, e se un capo del governo intende procedere a colpi di decreti legge e di modifiche costituzionali per evitare che certa stampa possa fare domande che risulterebbero troppo indigeste, quel capo del governo non ha il senso della democrazia e va dunque combattuto.


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