Marco Travaglio e il divismo informativo, parte I
Scritto da Nicola Mente Giovedì 15 Ottobre 2009 18:06
Come Don Chisciotte contro i mulini a vento?
Sono anni ormai - e il mio fegato lo sa bene - che accendo discussioni animate non appena vengo coinvolto in un qualsiasi discorso che concerna il signor Marco Travaglio.
Questo impavido giornalista torinese, dall'aspetto affascinante e radical-chic e dalle simpatie reazionarie e giustizionaliste (inizia a scrivere per quotidiani cattolici, non disdegnando successive collaborazioni con Il Borghese), da anni imperversa su ogni canale di comunicazione, dalla tv alla radio, ai giornali, alla rete, ergendosi come il «paladino della libera informazione».
Confesso che - vuoi per la mia natura nichilista e un tantino decadente, vuoi per la grande passione che ho nei confronti del mestiere del giornalista - questo belloccio signore brizzolato non mi ha mai convinto. Attraverso i miei pochi studi, ho imparato quanto sia difficile e raro esercitare al meglio questa professione: verifica al limite dell'ossessivo, controllo di fonti, capacità di analisi, capacità comunicative sono qualità determinanti per produrre un buon professionista.
Se si volesse dare un'occhiata al curriculum del signor Travaglio, si rimarrebbe esterrefatti: collaborazioni con i più importanti quotidiani e settimanali (Cuore, L'Indipendente, Il Giorno, L'Espresso), più di trenta tra libri e pubblicazioni varie, dvd, cofanetti, addirittura opere teatrali - credo che tra qualche anno lo vedremo sbarcare a Hollywood.
Io, che sono un tirocinante in confronto a tanta luminosità (ci mancherebbe altro), sono cresciuto con il mito del giornalista molesto, e credo da sempre che questo debba necessariamente essere un mestiere scomodo, altrimenti non avrebbe senso di esistere: il giornalista è colui che informa, che scava la roccia come una continua cascata di gocce fino a smuovere l'irremovibile, è colui che non si schiera, ma che valuta i fatti con maggiore obiettività possibile, anche al costo di andare contro le proprie idee, le proprie simpatie, o propri tornaconto personali.
Certo, ammetto che la mia visione è piuttosto utopica e ottocentesca, una visione anglosassone del giornalismo, una realtà sconosciuta qui in Italia, dove siamo abituati a saltare da una bandiera all'altra, di parrocchia in parrocchia, dove siamo abituati a cercare forzatamente qualche fede cieca in cui credere, quasi come si fosse incapaci di pensare autonomamente, per paura di restare isolati in questo gioco di forze nauseante.
Ogni giornalista, o aspirante tale, ha un mentore, o quanto meno un modello. Il mentore di Travaglio è stato Indro Montanelli, con il quale il buon Marco ha collaborato prima a Il Giornale, poi a La Voce. Per sua stessa ammissione, Marco Travaglio si definisce un "liberal-montanelliano che ha chiesto asilo a sinistra" (?). Confesso che fatico non poco a trovare una collocazione a questa espressione, a questo ossimoro di difficile interpretazione
Ma in fondo è giusto così, dato che sono sempre stato contrario alle etichette. Detto che ho una personalissima opinione di Montanelli che non coincide - ahimé - con l'opinione di massa, tesa a idolatrare per partito preso dei personaggi più per il proprio nome che per i propri pensieri o le proprie azioni, credo che anche il buon Indro si sia rivoltato nella tomba, vedendo cosa il suo figlioccio è diventato.
Pietro Campoli, un blogger sconosciuto ai più, dal giugno del 2000 chiede a Travaglio di citare nei suoi diffusissimi libri o nelle sue temute arringhe televisive (in cui tratta spesso della famosa tessera numero 1816 della P2) quale siano stati i motivi per cui si è arrivati alla sentenza di Venezia n. 97 n. 215/89 Reg. Gen. della Corte di appello, che dichiara non doversi procedere nei confronti di Silvio Berlusconi in ordine al reato di falsa testimonianza (per aver mentito sulla data di iscrizione alla loggia P2, interrogato in qualità di teste per un processo promosso da Berlusconi stesso per denuncia di diffamazione nei confronti di Ivo Giovanni Ruggeri e Saulle Mario), per essere il reato estinto per amnistia, pur avendo "compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del contestato delitto".
I motivi per i quali si arriva a questa sentenza si deducono dall'introduzione del libro Berlusconi, inchiesta sul signor tv, scritto a quattro mani da Giovanni Ruggeri con Mario Guarino ed edito da Kaos nel lontano 1994: libro che aveva già avuto una travagliatissima prima edizione, nel 1987, e che aveva seriamente rischiato la censura per la querela del nostro illustre Presidente del Consiglio in seguito a un'inchiesta comparsa su Il Mattino nel marzo 1986 nella quale "i temi trattati spaziavano dal sodalizio del Cavaliere con il venerabile maestro piduista Gelli, alle erogazioni creditizie che le banche guidate da piduisti avevano a suo tempo accordato alla Fininvest, dalla controversa e per più aspetti oscura "avventura edilizia" del primo Berlusconi, ai suoi spericolati rapporti con il chiacchierato faccendiere Flavio Carboni, dagli ingenti debiti del gruppo Fininvest, al fiasco di La Cinq in Francia, eccetera".
Ovviamente, le richieste di Campoli al signor Travaglio furono un buco nell'acqua, cosa alquanto strana per uno che è a tutti gli effetti considerato il nuovo pioniere del giornalismo d'assalto, dell'anti-sistema, e della libera informazione.
Le motivazioni che hanno portato alla sentenza sono:
- Berlusconi tentò di comperare dal Pci la casa editrice Editori riuniti, al fine di impedire l’uscita del libro. Lo stesso Ruggeri adombra in questa trattativa compromessi e accordi misteriosi tra Berlusconi e i dirigenti del Pci;
- Berlusconi, saltato l’acquisto della casa editrice del Pci, tentò di comprare il silenzio di Ruggeri e Guarino con la offerta di un assegno in bianco;
- Berlusconi, visto il rifiuto dell’assegno in bianco, ha trascinato in tribunale tra gli altri Ruggeri e Guarino. Tutta la vicenda è così finita : il 27 settembre 1988 Berlusconi rende falsa testimonianza al tribunale di Verona, sancita dalla sentenza di Venezia in giudicato dal 13 febbraio 1991 (annullata dalla amnistia) e Ruggeri e Guarino sono totalmente assolti dal reato di diffamazione nel marzo 1993.
Continua su Marco Travaglio e il divismo informativo, parte II.


