Gustavo Zagrebelsky pubblicò, lo scorso anno, una raccolta di articoli ed interventi intitolata Contro l'etica della verità. Il fascino del titolo è solo parzialmente esplicativo del tema che l'ex presidente della Corte Costituzionale intendeva portare avanti.
Con la caduta del mondo diviso in blocchi è finito il tempo delle religioni politiche. Niente è più certo, il dubbio la fa da padrone. Viviamo in tempi liquidi, di totale insicurezza, e il relativismo etico nel quale siamo immersi ne è la massima espressione.
Il dubbio è se questo modo di rapportarsi ai vari interrogativi sia più o meno positivo del precedente dogmatismo. Partiamo dal presupposto che l'uomo tende a ricercare una verità assoluta, e che tuttora le religioni ne offrono un ventaglio non indifferente. La politica, la sociologia, l'economia, invece, vivono tempi di totale confusione, nei quali i confini non sono più definiti e le persone sono costrette a muoversi in una situazione flessibile e precaria.
Questa nuova maniera di rapportarsi al mondo ricorda quella sofistica. "Tutto è vero" - affermava Protagora -, e di conseguenza "tutto è falso" - enunciava il discepolo Gorgia. Questo tipo di relativismo sofistico fu innanzitutto gnoseologico, ma anche drammaticamente etico. La negazione della possibilità di raggiungere verità certe e definitive è conseguenza della riduzione della conoscenza ad opinione e del bene ad utilità pratica. Questo atteggiamento predica la possibilità di confutare qualsiasi argomento.
Per i sofisti non esistono verità gnoseologiche o valori immutabili , tutto può mutare in rapporto al luogo, alle culture e ai periodi storici ("l'uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono", Protagora); tutto ciò comportò il superamento del dibattito precedente tra essere e divenire, perché tutto ciò che l'uomo conosce è, secondo i sofisti, derivante, solo ed esclusivamente, dall'esperienza personale. Secondo questi ultimi non esistono verità etiche, arrivando ad asserire l'inesistenza dei concetti di bene e male.
Come è evidente, un mondo sofistico sarebbe drammatico da tutti i punti di vista: non esisterebbero leggi universali (secondo loro l'unica legge naturale ed assoluta è quella del più forte) e vere per tutti gli uomini.
L'analisi di Zagrebelsky afferma proprio il contrario: la verità non è affatto quella assoluta, ma la verità è figlia del dubbio. Ovviamente il tutto rapportato al discorso generale sull'importanza della democrazia in questi processi.
Il punto interessante è però un altro, sicuramente meno ovvio: se questo relativismo etico moderno coincida con un'anarchia della morale di stampo sofistico. Avere la facoltà del dubbio non coincide con la possibilità di poter pensare o dire ciò che si vuole. Oltretutto questo è - secondo me - uno dei punti sui quali alcuni non hanno compreso il significato profondo di democrazia e libertà - penso, per esempio, alla libertà di parola: la democrazia e la libertà, generate dagli stati liberaldemocratici moderni, non sono affatto sinonimo di una presunta possibilità di pensare ciò che si vuole. Alla domanda "siamo in democrazia, potrò dire ciò che mi pare?" la risposta è "assolutamente no".
Democrazia non è sinonimo di libertà di pensiero (in senso lato del termine), perché essa stessa è basata su dei pilastri e delle regole. Faccio un esempio per spiegarmi meglio: può una persona scrivere che la costituzione repubblicana italiana è un falso storico? O che i valori del fascismo fossero quelli giusti e quelli della costituente quelli sbagliati? Ancora no, non può farlo, proprio perché la democrazia ha le sue regole e le sue procedure, e ci si può muovere liberamente solo all'interno di questo recinto.
Il tema più importante è, a questo punto della discussione, sulla decisione del recinto e dei limiti all'interno dei quali ci possiamo muovere liberamente. La risposta è più articolata delle precedenti. La filosofia ha discusso per secoli di questi temi - penso al criticismo di Kant che fornisce dei limiti ben definiti alla gnoseologia. Non ci è dato sapere di metafisica, perché in quel caso intervengono determinanti diverse dalla sola ragione.
Dal punto di vista della morale e rapporti tra uomo e uomo e uomo e Stato i recinti sono dati dalla storia, dal buon senso dei singoli e dalle leggi fondamentali che gli uomini si son dati (costituzioni e carte dei diritti).
Sulla storia si è assistito un mese fa alla discussione circa la presunta pari dignità dei morti repubblichini e di quelli partigiani. La risposta di tutta la classe politica, e quella che la storia aveva già dato sessantaquattro anni fa, è una sola. Pietà per tutti i morti, ma le cause delle singole morti erano drammaticamente diverse. C'era chi moriva per una causa giusta e chi per una causa sbagliata, drammaticamente sbagliata - e, guardate, non c'entra niente la buona fede in questo caso; chi si appella alla buona fede ricorda il bambino che dice alla mamma di non averlo fatto apposta.
Questo, per esempio, è un caso nel quale non si può parlare in maniera diversa: la costituzione, la storia e l'esperienza quotidiana affermano irremovibilmente una - ed una sola - verità. Chi dovesse affermare il contrario esce dai limiti che lo Stato democratico si è posto, ed è inevitabilmente in errore.
Il medesimo discorso vale per l'idea di struttura che gli stati han costruito negli anni. Il capitalismo e il libero mercato hanno vinto, la storia ha dato ragione a questo tipo di organizzazioni economiche, ed oggi nessun paese è fuori dal sistema capitalistico globale (la stessa Cina è probabilmente uno dei paesi più capitalisti al mondo).
Il capitalismo non ha vinto per caso, ma perché ha strappato alla povertà miliardi di persone nel mondo, ha dato la possibilità a tre miliardi di asiatici di svilupparsi liberamente esprimendo le proprie capacità. Il lavoro degli economisti e della politica non viene affatto meno in questa fase.
Lo scopo della buona politica è migliorare progressivamente un sistema che ha l'imperfezione nel proprio dna - oltretutto, proprio come la democrazia.
La novità rispetto a venti anni fa è addirittura un'altra. Se fino alla fine del ventesimo secolo si pensava che non ci potesse essere democrazia senza libero mercato (cioè la democrazia fosse una condizione necessaria, ma non sufficiente - quindi verrebbe prima la democrazia e poi il mercato), oggi la storia afferma esattamente il contrario, cioè non esiste democrazia senza mercato (tutte le democrazia sono liberi mercati, ma non tutti i mercati sono democrazie: pensiamo a Cina, Russia ed alcuni paesi del Sud America). Quest'inversione di tendenza trasforma il mercato in ciò che prima era la democrazia: una condizione necessaria per la presenza della stessa.
La domanda sorgerà spontanea a molti: "cosa fa chi intende sovvertire la struttura?" - condizione che oltretutto è stata posta proprio su questo giornale da un nostro redattore. Le possibilità per le persone che si pongono fuori dalla struttura sono due: la preparazione di una rivoluzione e il tentativo di sovvertire il sistema "dall'interno".
Sulla rivoluzione credo che una rivoluzione di pochi sia definibile colpo di stato, al quale sono totalmente avverso, perché comporterebbe l'instaurazione di un regime - ovviamente se pochi vogliono governare su molti dovranno trovare un modo per sedare i molti.
Sulla seconda ipotesi (lo scardinare il sistema dall'interno) penso sia un esempio di incoerenza e imbroglio dei cittadini: penso a quei partiti che si candidano in democrazia per sovvertire la stessa.
I sistemi economici, scientifici, politici arrivano ad un punto di rottura, ed in quel momento avviene il "cambiamento del paradigma", come lo definiva il filosofo statunitense Thomas Kuhn.
In questo momento di rottura, di passaggio da un paradigma all'altro, avviene la rivoluzione (secondo il filosofo, scientifica, ma con buona approssimazione penso che il discorso si possa applicare ai sistemi di regolazione e alle strutture in generale).
Però, quando si è dentro un paradigma si è costretti a lavorare specificatamente per migliorarlo e non per sovvertirlo, come gli scienziati lavorano all'interno dei loro paradigmi - prima di Galileo era inutile per uno scienziato lavorare nel sistema eliocentrico, non avrebbe avuto alcun senso.


