Siamo ormai avviati, come tutti ripetono da un po’ di tempo, alla cosiddetta era di internet, quella del 2.0, quella dei social network, con Facebook in testa, quella delle webcam e dei blog.
Diciamo con più precisione che il mondo va verso questa epoca, che potrà essere positiva o negativa - questo lo vedremo -, ma ci si sta avviando.
In Italia invece preferiamo come sempre essere conservatori, per volontà o per forza di cose, ed infatti abbiamo tassi di informatizzazione nei servizi, crescita delle persone che usano il pc giornalmente, diffusione della banda larga che sono quasi da Paese del terzo mondo.
In particolare, vorrei focalizzare l’attenzione sulla questione dell’informazione, in quanto sempre più si diffonde una concezione diffusa di informazione, proprio grazie ai blog, a YouTube, a Facebook ecc. Lo stesso progetto Die Brücke fa riferimento a questo nuovo tipo di diffusione di notizie fra la gente.
Ovviamente, avendo come base la deprimente condizione di cui sopra, in Italia le persone faticano ancora ad utilizzare questo mezzo per acquisire conoscenza, news, video, o semplicemente coltivare interessi di ogni genere. Molto più radicati e penetranti nel territorio e nelle menti della gente restano i mezzi “classici”: la televisione ed i giornali.
In particolar modo la tv, visto il brutto momento che la carta stampata sta attraversando attualmente (in un Paese in ogni caso non rinomato per la quantità di lettori abituali di libri, riviste e giornali per l’appunto), anche per colpa della crisi e dei minori investimenti pubblicitari.
Grandi rivoluzioni si apprestano a prendere piede anche in questo settore, con l’arrivo ormai imminente in tutte le regioni del famoso digitale terrestre, una grandiosa innovazione tecnologica che è nata già vecchia, e lo sarebbe stata anche se fosse nata cinque anni fa. Anche qui partiamo con il piede giusto, insomma.
Ed è proprio in tv che in maniera silente assistiamo alla vera rivoluzione che Silvio Berlusconi sta portando nel panorama dell’informazione "made in Italy": la creazione della più grande piattaforma televisiva credo a livello mondiale, rispondente al nome di RAIset.
Il tema ha lati diversi da trattare, i più immediati sono due:
- il profilo aziendale, con la Rai che ha seguito Mediaset senza nessun problema nella sua battaglia contro Sky, passando alla visione su digitale insieme alle altre tre reti ed abbandonando invece i decoder che supportano Sky;
- il profilo "culturale", con una lenta ma inesorabile tendenza all’appiattimento dell’offerta televisiva verso standard sempre più bassi, fino spesso a toccare livelli osceni.
Anche se ci sarebbe da parlare molto sul primo punto, in particolare sulle strategie seguite in questi mesi per tener buono il prodotto di Murdoch, è il secondo punto che mi sta a cuore e sul quale voglio profondere maggiori considerazioni.
Negli ultimi trent’anni circa abbiamo assistito sul nostro palcoscenico ad un imbarbarimento che è avanzato a ritmi impressionanti e che ha portato con sé profondi mutamenti nella vita di tutti noi; allo stadio finale di questa trasformazione, ci ritroviamo con la società che oggi viviamo.
La manovra, in effetti, è stata duplice e letale: se da un lato si è preferito sfruttarne la connotazione culturale, con un popolo sempre più inebetito dal flusso ininterrotto di ciarpame che la tv ci ha proposto, fino a scadere nella massa informe e facilmente controllabile che siamo oggi (con tutte le dovute e numerose eccezioni, ovviamente), dall’altro il consolidarsi sempre più pesante di una posizione dominante ha corrotto i mezzi d’informazione quasi fino al midollo, ad uso e consumo degli schieramenti, in particolare di quello di Forza Italia, che addirittura è nato dal nulla ed è cresciuto proprio grazie a questa situazione di fatto.
A mio parere, al giorno d’oggi la vera classe da temere non è quella politica, seppur con tutti i suoi difetti, ma proprio quella dei mass media, i veri politici prima ancora dei politici stessi, se mi si passa il gioco di parole.
Il campo delle considerazioni è talmente vasto da renderne impossibile in poche righe una completa esposizione, ragion per cui mi limito a descrivere solo il punto ormai quasi finale di questa "evoluzione", ovvero queste ultime giornate di settembre prima della riapertura dei palinsesti tradizionali, tipici della stagione autunnale, e con essi la programmazione delle principali reti.
Il fenomeno, che sta assumendo connotazioni spaventose, è la graduale scomparsa di ogni voce di opposizione o comunque di libera critica da ogni possibile collocazione televisiva. Ancora più spaventose sono le modalità.
Personalmente, per quanto disgustoso, preferivo i metodi della precedente legislatura Berlusconi, dove Biagi, Santoro e Luttazzi furono colpiti dal celeberrimo diktat bulgaro, con il quale cortesemente li accompagnarono all’uscio. Se non altro, si poteva assistere ad una cacciata clamorosa, farsene un’opinione, indignarsi, manifestare, fare qualcosa.
Ora no, ora è diverso, la questione nel suo ripresentarsi si è fatta ancora più pericolosa e subdola: non ci sono notizie in prima pagina, titoli, dichiarazioni, niente di tutto questo; al massimo un trafiletto o un articolo nelle pagine interne.
Semplicemente, ci ripresenteremo davanti ai televisori, quando non avremo voglia di uscire o vorremo informarci, e non troveremo nessuna faccia diversa da quella di robottini tutti uguali, tutti allineati, tutti intenti a mantenere in piedi il grande teatro mediatico nel quale far vedere la vita attraverso gli occhi di un solo, grande padrone.
A dire il vero, l’opera era già a buon punto, con i "ribelli" relegati a pochi ritagli di tempo fra una rete e l’altra; ma almeno, a tarda sera, ogni tanto qualche voce c’era.
E così sentiamo bisbigliata la notizia che Maurizio Crozza, conduttore del CrozzaLive su La7, visto che faceva ascolti sopra la media del già di per sé piccolo canale, non merita la riconferma del programma; molto meglio, invece, una nuova prima serata di Luca Barbareschi, conduttore sicuramente bravo, ma che avrebbe già un buon lavoro, dato che è parlamentare PdL. Ovviamente, ci saranno un paio di serate celebrative per il CrozzaLive. Come dire? - almeno il funerale te lo paghiamo noi.
E così sentiamo che Glob, del buon Enrico Bertolino, seconda se non terza serata su Rai Tre, incontra pressioni e ostilità per la ripresa delle serate, pur essendo un programma non certo eversivo e con una visibilità scarsissima.
Addirittura, Che tempo che fa? di Fabio Fazio riesce nell’impresa di essere considerato pericoloso, e qui davvero c’è da preoccuparsi, visto che Fazio è più docile e mansueto di qualsiasi altro: se ci si lamenta anche di lui, sempre pronto ad abbassare la testa, e a chiedere immediatamente scusa come nel caso Travaglio-Schifani, vuol dire che il livello di tolleranza sta cadendo vertiginosamente.
E così sentiamo che Report di Milena Gabanelli probabilmente non avrà più la copertura legale dalla Rai, che tradotto suona come un "voi le inchieste fatele pure, ma le conseguenze sono fatti vostri", e quindi come una indiretta intimidazione nello svolgere il proprio lavoro, per giunta a carico dell’unico vero programma di inchiesta giornalistica che abbiamo in Italia.
E così scompaiono magicamente le pubblicità di AnnoZero di Michele Santoro con ospite Marco Travaglio. Alzi la mano chi sa che tra due settimane torna - dovrebbe tornare - in onda, con Santoro che deve per l’ennesima volta scrivere una lettera alla rete di appartenenza per chiarire queste questioni e cercare di controbattere alle pressioni che puntualmente riceve.
Ogni voce discordante, critica, non schierata, lentamente ma inesorabilmente viene fatta fuori, o quantomeno intimidita, avvisata spesso con metodi che sanno di mafioso, se non direttamente censurata.
Attenzione, quest’autunno rischiamo di ascoltare un silenzio più assordante che mai.


