Se Dario Franceschini sia migliore del suo predecessore, almeno per ora, non è lecito saperlo. L'eredità di Walter Veltroni, che piaccio o no, è pesante. Per quanto siano state discutibili le elezioni primarie, Veltroni è stato comunque eletto con il 75% dei voti. Franceschini no, Franceschini è stato eletto da un'assemblea costituente decimata.
Per inciso. Ma quando si deciderà il Partito democratico a mutare il nome dell'Assemblea Costituente? Per quanto ancora vuole trincerarsi nel suo nuovismo, schiavo del suo percorso di nascita giustamente anomalo e diverso? Se è vero che "la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare", quando si deciderà il Pd a spiccare definitivamente il volo verso un vero Partito?
Tornando al punto, inoltre, non possiamo determinare la caratura di un leader – o di uno che si candida a diventarlo – dai discorsi con i quali si presenta. Certamente Veltroni vincerebbe a priori – detto francamente, nel campo oratorio è una corazzata, quasi invincibile –, anche se Franceschini per ora si è limitato ad un efficace e puntuale discorso di insediamento. Già il fatto che Paola Binetti abbia espresso più di un dubbio sull'eccessiva laicità del neosegretario dovrebbe indurci a credere che questo Franceschini non è tanto male.
E poi, il giuramento sulla Costituzione nella natia Ferrara ha avuto il suo forte impatto mediatico e politico. Lì, nel cuore dell'Emilia, dove la Resistenza al fascismo ha lasciato segni tangibili – si legga qualcosa di Bassani, tanto per fare un nome – e l'Anpi continua a portare un messaggio di fiera appartenenza ad un ideale comune. Franceschini ci è cresciuto, a Ferrara, come ci è cresciuto suo padre partigiano: l'immagine del figlio che giura sulla carta costituzionale, trattenuta nelle anziane mani dal canuto padre, è potente. Abbraccia più di una generazione, infonde speranza in una certa parte del Paese, perché rappresenta un rinnovamento nella tradizione meno bigotta, aiuta a capire meglio l'operazione berlusconiana del mettere le mani sulla Costituzione.
La segreteria Franceschini nasce sotto una necessaria – non so fino a che punto buona – stella: un antiberlusconismo sottile, aguzzo, pungente. Efficace? Chissà. Sia chiaro una volta per tutte: essere antiberlusconiani in questo momento storico è essenziale per continuare una qualche discussione nobilmente politica. Il grandecoalizionismo, il dialoghismo e roba affine vanno bene fino ad un certo punto. Perché quando comincia a traballare la tenuta democratica di uno stato non si può stare tanto tranquilli. Che Berlusconi sia un pericolo è ormai un fatto dannatamente oggettivo. Individuato il sovvertitore, va politicamente combattuto, nei limiti democratici.
Paradossalmente, per i democratici il problema dell'avversario è secondario. La faida interna al Pd non è di certo finita con l'uscita di scena – provvisoria? – dell'ex enfant prodige di Botteghe Oscure. Bisogna capire se i tre maggiori capoccia del partito – D'Alema e i suoi dalemiani; Marini, padre nobile dei popolari; Rutelli e i cani sciolti della sua corrente – abbiano ceduto sulla scelta di Franceschini per bollirlo subito, e così lasciare spianata la strada all'era Bersani o per altre machiavelliche macchinazioni. Decapitato Walter, è ora il turno di Franceschini, e di conseguenza di tutto il gotha veltroniano – i vari Bettini, Tonini, Verini (tutti in -ini?)?
Franceschini è stato, e resta, un democristiano, della scuola di Zaccagnini. Veltroni, per quanto voglia negarlo, è cresciuto alle Frattocchie e nella Fgci, tempi comunisti. L'ortodossia appartiene più al secondo che al primo. La religiosità del Pci non aveva nulla a che fare con la bolgia della Dc. Il Pci aveva delle regole severissime, la Dc ragionava a capibastone e a correnti d'aria. Franceschini ha meno fantasmi da espiare rispetto a Veltroni, non deve premunirsi nel dire di non essere mai stato democristiano. Anche perché in questo Paese essere democristiani è molto rassicurante. Franceschini, essendo un vero democristiano, è cresciuto a pane e politica.
Nelle condizioni in cui versa il Pd, è tutto da verificare quale sarà l'effetto Franceschini. C'è l'esame Europee da superare con un briciolo di dignità. C'è il congresso d'autunno. C'è la corsa di Bersani. C'è una spaventosa crisi economica. C'è il berlusconismo più galoppante. E il Pd attualmente è un deserto. Staremo a vedere. Come ha detto lo stesso dromeDario nel suo discorso di insediamento, citando un detto ferrarese: se è notte, si farà giorno.


