Supereroi e società, parte II
Scritto da Valerio Moggia Venerdì 22 Gennaio 2010 20:19

Continua da Supereroi e società, parte I.
Con il termine controllori (o watchmen, guardiani) si tende a considerare, più che i comuni supereroi, i vigilanti. Categoria particolare, ha il suo capostipite in Batman, erroneamente accreditato come supereroe. Batman è un semplice essere umano, dotato di grandi capacità fisiche ed intellettuali, oltre che di potenti mezzi finanziari e tecnologici.
Orfano dopo l’omicidio dei genitori da parte di un rapinatore, il giovane Bruce Wayne decide di dedicare tutta la sua vita alla causa della giustizia (o meglio, di una generale e ipocrita vendetta contro la criminalità), diventando un vigilante mascherato.
Il clima del 1939 è dominato, negli Stati Uniti, dai romanzi pulp (vedi Raymond Chandler), storie forti di criminalità e violenza, le stesse che hanno originato eroi poco fortunati come The shadow o Spirit di Will Eisner, i due punti di partenza dai quali Bob Kane creò il suo uomo pipistrello.
Batman si pone subito come un eroe atipico per i comics di allora: mentre tutti i superumani vestono abiti con colori sgargianti e hanno atteggiamenti gentili ed amichevoli, anche se talvolta glacialmente distaccati (vedi Superman), l’eroe di Kane veste un costume di colori tetri (grigio e nero) e rimanda al pipistrello, creatura della notte, spaventosa e generalmente legata alla figura orrorifica del vampiro.
Infatti, i primi numeri di Batman sono destinati ad un pubblico adulto, il protagonista non disdegna l’uso delle armi (celebre la pistola che lo accompagna immancabilmente) e persino la terminologia ricorda molto le pulp fiction in voga allora anche al cinema (Scarface di Howard Hawks, per esempio).
Con il tempo il personaggio assume un’aura più da eroe, abbandonando le armi e gran parte della violenza che lo aveva contraddistinto all’inizio della sua carriera; perfino i suoi nemici cessano di essere comuni gangster, per divenire veri e propri supercattivi.
La sua nascita e la sua successiva fama erano dovute in gran parte al clima di criminalità e al bisogno di sicurezza del popolo americano degli anni trenta e quaranta, gli anni in cui le bande mafiose italiane e irlandesi avevano il controllo del racket degli alcolici e si facevano la guerra per le strade (vedi la strage di San Valentino a Chicago, patria di Al Capone, servita da modello per l’immaginaria Gotham City).
Nonostante ciò, il crescente successo che il fumetto supereroistico conobbe dopo gli anni cinquanta soprattutto tra i più giovani, portò gli editori della Dc ad addolcire sempre più i toni drammatici di Batman, fino a trasformarlo in un personaggio da burletta ben ritratto nella celebre serie televisiva anni sessanta con Adam West.
È il periodo in cui uno psichiatra, in una celebre apparizione televisiva, criticò il fumetto Batman per i suoi palesi contenuti omosessuali, riguardo il rapporto tra il protagonista ed il suo giovane aiutante Robin.
In quegli anni, l’omosessualità era considerato universalmente un difetto, una malattia contagiosa che andava estirpata, e un uomo muscoloso che saltava per i tetti con un ragazzino in mutande e tuta attillata destava non pochi sospetti.
Batman non era nuovo alle accuse, già dopo la sua nascita un precursore dello psichiatra sopra citato affermò che la violenza efferata in esso contenuta avrebbe dato vita ad una generazione di individui psicolabili e inclini all’omicidio.
Gli anni settanta sono però quelli della svolta, quando a capo della testata vengono messi Dennis O’Neill e Neil Adams, che recuperano le atmosfere cupe del primo Batman e ricreano il mito del vigilante mascherato.
I disordini sociali e il ritorno alla crescita del livello della criminalità nelle grandi metropoli americane impone un cambiamento di rotta: i vigilanti senza poteri, fino ad allora meno apprezzati dei supereroi, iniziano a riscuotere grande successo.
È lo stesso periodo in cui la Marvel lancia un nuovo avversario per il suo eroe di punta Spiderman, Frank Castle, alias The punisher. Il punitore, ex marine psicopatico a cui la mafia ha sterminato la famiglia, si è trasformato in uno spietato vigilante che semina il panico a New York, macchiandosi di diversi omicidi.
Dopo la crisi del 1986, i fumetti Dc vengono completamente sconvolti: questo permette all’emergente Frank Miller di lanciare il suo Ritorno del cavaliere oscuro, dove un Bruce Wayne cinquantenne torna a vestire i panni di Batman per arginare la criminalità dilagante.
Ancora una volta, la rinascita dell’uomo pipistrello coincide con problemi di sicurezza nelle grandi città Usa. Ma stavolta c’è di più, sull’opera di Miller aleggia una spettrale paura, l’incubo della guerra fredda e della fine del mondo.
L’America di quegli anni sembrava pronta alla guerra atomica coi sovietici; Miller non fece altro che prevedere che quella guerra avesse luogo, il panico nelle città, la crescente instabilità, il Paese sull’orlo della guerra civile. Con la polizia ormai impotente, solo un uomo avrebbe potuto restituire l’ordine a Gotham City: Batman.
Più volte, specialmente dalla critica europea, Miller fu definito un fascista per le sue teorie sull’ordine e sull’uso della forza (oltre che per il modo in cui esaltava il valore militare nell’opera 300, che causò non pochi problemi diplomatici con l’Iran per il modo in cui i persiani venivano raffigurati). L’artista americano ha sempre rifiutato di essere definito fascista, ma il modo in cui descrive il suo Batman nel Ritorno del cavaliere oscuro è senz’altro ambiguo: Batman teorizza l’uso della forza, si eleva a giudice supremo, credendo di poter scindere ciò che è bene da ciò che è male, impone dei dictat alla cittadinanza in rivolta (“o siete con me o siete contro di me, perché io stasera sono la legge”, afferma).
Il suo è il Batman che più ricorda quello delle origini: estremamente violento, non esita a spezzare le gambe ad un bandito in fuga, condannandolo ad una vita sulla sedia a rotelle.
Ma a Miller si deve un'altra grande intuizione: il termine “cavaliere oscuro”, che da allora entrerà di diritto nell’immaginario collettivo di Batman.
L’anno successivo, il britannico Alan Moore pubblica per la Dc la graphic novel Watchmen: da allora il mondo dei comics non sarà più lo stesso.
I protagonisti del capolavoro di Moore non sono supereroi (ad eccezione del dottor Manhattan, un vero e proprio dio che ricorda molto il Superman dell’età dell’oro), ma vigilanti mascherati, privi di qualsivoglia potere. Nel suo universo alternativo, Moore ci racconta di come i vigilanti sono emersi negli anni cinquanta per fronteggiare la criminalità, sono divenuti degli idoli per la popolazione, ed infine sono divenuti un pericolo, incontrollabili e spesso violenti.
I guardiani di Alan Moore sono ragazzoni imbranati che finiscono per farsi ammazzare nel tentativo di sventare una rapina, donne disinibite alla ricerca della fama e dei soldi, o pazzi psicopatici con una forte inclinazione per la violenza, come il protagonista Rorschach.
Tutto ciò porterà alla messa al bando dei vigilanti mascherati nel 1977, ma uno di loro riuscirà lo stesso ad elaborare un aberrante piano di sterminio per evitare l’olocausto nucleare.
Ancora una volta la minaccia della terza guerra mondiale e la fine del mondo è ben presente, ma ciò che sconvolge tutti i lettori è la nuova visione che viene data dei cosiddetti supereroi: nati per proteggere la popolazione, sono divenuti il male da cui la popolazione dev’essere protetta. Ecco cosa accade quando si eleva qualcuno al di sopra della legge. Quella di Moore è una critica al sistema, un sistema in cui la polizia e la politica tendono a considerarsi loro stessi la legge e, di conseguenza, intoccabili. Il riferimento è soprattutto alla gestione del potere da parte dell’ex Presidente Richard Nixon (dai sospetti in merito al caso Kennedy allo scandalo Watergate), ma anche all’allora recente scandalo Tower, alla vendita di armi all’Iran che vedeva coinvolti alti funzionari di Stato durante l’amministrazione Reagan. A loro si riferisce il titolo dell’opera: Who watches the watchmen? (a sua volta ispirato alle Satire di Giovenale: "chi controlla i controllori?").
La figura del vigilante aveva conosciuto una crescita notevole nell’America degli anni settanta e ottanta, non solo nella fiction quanto nella vita reale: dopo l’omicidio di un ladro di colore da parte di un giovane impiegato in metropolitana, gli Usa avevano scoperto che le favole cinematografiche in stile Taxi Driver non erano solo fiction. Negli anni ottanta, l’ascesa dei gruppi di vigilantes come i celebri Guardian angels di New York, portò la cittadinanza e la politica stessa ad interrogarsi sulla questione sicurezza e sul potere che da essa deriva.
Come logica conseguenza di questo fenomeno, crebbe il malcontento delle forze di polizia, che si ritrovarono a dover fare i conti con degli “usurpatori” del loro ruolo, ma soprattutto di cittadini incoscienti che rischiavano di divenire un intralcio al loro lavoro. In questo clima, la polizia in sciopero che abbandona Detroit alla criminalità nel film Robocop di Paul Verhoeven risulta un’ipotesi possibile (per la cronaca, lo stesso Frank Miller verrà ingaggiato per la sceneggiatura dei successivi due sequel di Robocop).
Nel 1996, Mark Waid e Alex Ross ci presentano l’ideale prosecuzione di Watchmen, una miniserie dalle forti influenze bibliche sull’armageddon ispirata ad un soggetto di Moore, Kingdom Come. Vessati da una generazione di giovani supereroi che pensano solo a inscenare violente battaglie nel cuore delle città, gli umani trovano ormai insopportabile l’interferenza di questi vigilanti viziati, arrivando a meditarne lo sterminio per assicurare al genere umano la sopravvivenza.
Su questa linea, la Marvel ha recentemente pubblicato il capolavoro di Mark Millar, coinvolgendo tutte le sue testate nella Civil War. Dopo la distruzione di una scuola elementare durante un’azione di un gruppo di supereroi, il governo americano, in accordo con Reed Richards e Tony Stark, impone la registrazione a tutti i superumani e vigilanti mascherati che operano all’interno del territorio degli Stati Uniti.
L’età dell’oro è ormai finita, lasciando spazio ad un mondo che non è più disposto a tollerare le prepotenze di questi uomini che credono di poter essere superiori alla legge che si erano ripromessi di far rispettare.
Ma il problema di fondo è un altro: per poter applicare la legge, per poter mantenere l’ordine e proteggere i cittadini onesti, è necessario agire al di fuori della legge, come Batman ed i suoi emuli? Per estirpare la criminalità ed il male dalle nostre città e dai nostri cuori è più utile dimostrare che le nostre istituzioni possono prevalere, o usare la violenza preventiva, essere brutali e spietati, incutere timore per la legge e per le sue pene?
Lo stesso problema si è presentato di recente anche in Italia, di fronte alla proposta del governo Berlusconi di istituire ronde di comuni cittadini, tra le quali fin da subito si sono infiltrati partiti di estrema destra.
A cosa porta la via del Cavaliere oscuro? Anche premettendo la sua buonafede, cosa accadrebbe se il suo esempio fosse seguito da individui meno stabili e sinceri di lui?
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