Supereroi e società, parte III
Scritto da Valerio Moggia Lunedì 25 Gennaio 2010 21:55

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Nel 1961 la Dc Comics aveva da poco lanciato il suo più ambizioso progetto editoriale, Jla, un gruppo di vere e proprie superstar dei fumetti incaricati di difendere gli Usa da qualsiasi minaccia - umana e non -, raggruppando assieme Batman, Superman, Wonder woman, Flash e Lanterna verde.
Da questa idea, anni più tardi la Marvel avrebbe dato vita al suo gruppo di superstar noto come i Vendicatori, che ha conosciuto diverse composizioni e mutamenti dalla sua nascita ad oggi. Ma allora la Marvel era una casa editrice appena nata sulle ceneri della fallimentare Atlas, in cerca di storie valide che avrebbero potuto evitare alla giovane ditta il fallimento in un mercato dominato dalla rivale Dc.
Lo scrittore Stan Lee, in associazione col geniale disegnatore Jack Kirby, ideò la storia di un gruppo di quattro scienziati rimasti coinvolti in un incidente durante un viaggio nello spazio, ottenendo poteri straordinari. La nascita del primo e più celebre supergruppo della storia del fumetto nato ex-novo, i Fantastici quattro, segnò però una svolta colossale nei comics: i cosiddetti supereroi con superproblemi.
I lettori erano stanchi degli eroi perfetti ed infallibili della Dc, così distanti dalla realtà da essere sempre meno popolari tra gli adolescenti. I Fab four, invece, dovevano convivere con problemi quotidiani tipici della vita normale, quando non erano impegnati in epiche lotte contro i lori nemici, tipo riuscire a pagare l’affitto del loro appartamento in centro a Manhattan.
Tra le intemperanze della Torcia umana e l’impossibilità di qualsiasi contatto umano de La cosa e i consueti problemi coniugali di Mister Fantastic e la Donna invisibile, la Marvel creò un nuovo genere.
Da allora i supereroi con superproblemi divennero un marchio di fabbrica per la casa di Stan Lee, a partire dall’Uomo ragno, che tra un’impresa e l’altra se la deve vedere coi bulli della sua scuola nel Queens e l’incapacità di dichiararsi all’amata Mary Jane.
Nonostante i poteri sovrumani, l’Uomo ragno resta pur sempre Peter Parker, timido ragazzo che riesce a sentirsi libero e forte solo quando indossa il suo costume: come Uomo ragno lo vediamo saltare da un tetto all’altro ed inventarsi ogni sorta di battuta per sbeffeggiare i suoi nemici, come Peter Parker lo vediamo a malapena reagire ai bulli che lo infastidiscono.
Tormentato come tutti i ragazzi dagli ormoni e dalla vita che cambia (come è ben visibile nella recente serie Ultimate), Peter Parker non è altro che un giovane che gioca a fare il supereroe, solo crescendo diventerà via via più consapevole del suo ruolo, rimanendo sempre il più simpatico tra tutti i characters dei fumetti.
Nella serie Civil War di Millar, si è trovato di fronte all’ennesimo superproblema, forse il "più super" tra tutti quelli che ha dovuto affrontare: è stato convinto da Tony Stark a togliersi per la prima volta la maschera davanti alla stampa, svelando la sua vera identità. Un fatto talmente rilevante negli Stati Uniti che è apparso su tutte le prime pagine dei giornali e ha richiesto pure un’interrogazione parlamentare.
Abbiamo citato Tony Stark, il multimiliardario che tanto ricorda il Bruce Wayne della Dc, dedito alla giustizia e alla tecnologia. Stark finisce per costruire un’armatura (a ragion del vero, una serie di armature) che potenzia incredibilmente le sue capacità umane, trasformandolo in Iron man. A differenza di tutti gli altri supereroi, Iron man è l’unico di cui fin da subito si conosce la vera identità, ma ciò non toglie che possa avere gravi problemi come tutte le persone normali. Schiacciato dal peso delle responsabilità, specialmente da quando diventa uno dei principali referenti del governo Usa e fonda i Vendicatori, Stark diventa un alcolista.
Le sue avventure sono state oggetto di pesanti critiche in patria perché ritenute diseducative per un pubblico giovane, considerata anche la piaga dell’alcol tra gli adolescenti. Ma ancora una volta, i fumetti non condizionano la realtà, ne sono il riflesso: Tony Stark è un alcolista, riflette il problema di una società ipocrita che preferisce dare le colpe dei suoi errori e delle sue contraddizioni ad un fumetto piuttosto che a se stessa.
Non possono mancare gli X-Men, straordinariamente trasposti al cinema dal regista Bryan Singer (I soliti sospetti, Superman returns), l’ultima frontiera dell’evoluzione umana che, solo perché ritenuta pericolosa, viene emarginata e bollata come “innaturale mutazione genetica”. Metafora del razzismo molto chiara, da sempre ben radicato negli Stati Uniti nonostante le leggi sulla schiavitù siano state abolite da più di un secolo, gli X-Men rappresentano la classica minoranza discriminata per il suo essere “diversa” e, come giustificazione, accusata di diversi crimini.
Ma il rapporto di causa-effetto dev’essere ribaltato perché si possa intravedere la verità: i “mutanti malvagi” che odiano gli uomini, guidati da Erik Lehnsherr “Magneto”, non sono altro che membri di questa minoranza stanchi delle discriminazioni e che hanno deciso di ribattere alla violenza con la violenza (per questo vengono considerati criminali).
È la società stessa che, in nome del bene, causa il male. Degli ebrei che si fossero ribellati con la violenza alle angherie naziste oggi sarebbero considerati degli eroi, ma se una minoranza si ribella contro il razzismo del “buon potere” americano allora sono dei criminali.
X-Men è un’altra storia che racconta l’ipocrisia della società moderna, incapace di vedere nella diversità qualcosa che sia altro dalla minaccia.
Supereroe più superproblematico di tutti è senz’altro Devil, l’unico che, invece di partire avvantaggiato dai suoi poteri, parte svantaggiato a causa della sua cecità. Infatti, l’avvocato Matt Murdock è cieco fin da quand’era bambino, quando un incidente con delle sostanze tossiche lo privò della vista ma lo dotò di una sorta di accuratissimo radar sensoriale che, con gli anni, ha sostituito alla perfezione gli occhi menomati.
Più che una critica alla società, Devil rappresenta quell’altro lato dello spirito americano, quello che incoraggia a non arrendersi mai, quello che ti dice che chiunque tu sia questo Paese ti dà tutte le possibilità per poter annullare il gap che in qualsiasi altro posto del mondo ti avrebbe irrimediabilmente fatto sentire inferiore agli altri.
Così Matt Murdock è riuscito, grazie al coraggio e alla forza di volontà, ad ottenere successo sia nella vita lavorativa (è un brillante avvocato di New York) sia in quella privata (è uno dei vigilanti più spietati della storia dei fumetti, operante nel quartiere di Hell’s kitchen).
In realtà i poteri che ha ereditato non lo rendono affatto “super”, servono solo ad alleggerire l’handicap che si porta dietro fin dalla tenera età; tutto quello che fa, la sua intelligenza, la sua agilità, la sua forza sono capacità che ha sviluppato in maniera naturale.
Grazie a questi e ad altri personaggi, la Marvel entra nel nuovo millennio con largo anticipo, costringendo la rivale Dc ad applicare lo stesso ragionamento ai suoi eroi fino ad allora sovrumani non nella forza, ma nel modo di affrontare la vita. Avremo così il Superman umano di Alan Moore e il Batman disperato che vorrebbe solo tornare bambino e riabbracciare i suoi genitori di Città oscura di Brian Azzarello.
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